Qui, Jane si trova faccia a faccia con il suo passato più recondito, fatto di misteriose presenze, oscuri segreti, sussurri nella notte e fantasmi nascosti in cantina. Il peggior difetto di 666 Park Avenue è proprio il fatto di essere incredibilmente prevedibile: tutti i luoghi comuni racchiusi in una serie dall’alto potenziale totalmente sprecato da una regia mediocre e da storie campate per aria. Pochi sussulti, tanta banalità, ma, come per molti fenomeni simili, c’è sempre un “ma” perché tutto sommato, andando avanti con gli episodi, la serie, anche se solo per i 13 episodi prodotti, riesce a tenerci inchiodati lì, legati allo schermo, per scoprire qualcosa in più sulla vera identità dell’affascinante personaggio interpretato da O’Quinn. Molto probabilmente se un qualsiasi altro attore avesse interpretato il ruolo a lui assegnato, l’effetto sarebbe stato totalmente diverso: averlo nel cast, è una sicurezza a tutti gli effetti, è innegabile. Come affermato da Brian Lowry su "Variety": "risulta apprezzabile, in questa sorta di 'Rosemary's baby' televisivo, il fatto di far scorgere il Diavolo dai dettagli, piano piano, senza l'irruenza cinematografica, con una serie di spunti anche fashion e attuali".
There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
lunedì 4 novembre 2013
666 Park Avenue: e se il Diavolo avesse il volto di John Locke?
Qui, Jane si trova faccia a faccia con il suo passato più recondito, fatto di misteriose presenze, oscuri segreti, sussurri nella notte e fantasmi nascosti in cantina. Il peggior difetto di 666 Park Avenue è proprio il fatto di essere incredibilmente prevedibile: tutti i luoghi comuni racchiusi in una serie dall’alto potenziale totalmente sprecato da una regia mediocre e da storie campate per aria. Pochi sussulti, tanta banalità, ma, come per molti fenomeni simili, c’è sempre un “ma” perché tutto sommato, andando avanti con gli episodi, la serie, anche se solo per i 13 episodi prodotti, riesce a tenerci inchiodati lì, legati allo schermo, per scoprire qualcosa in più sulla vera identità dell’affascinante personaggio interpretato da O’Quinn. Molto probabilmente se un qualsiasi altro attore avesse interpretato il ruolo a lui assegnato, l’effetto sarebbe stato totalmente diverso: averlo nel cast, è una sicurezza a tutti gli effetti, è innegabile. Come affermato da Brian Lowry su "Variety": "risulta apprezzabile, in questa sorta di 'Rosemary's baby' televisivo, il fatto di far scorgere il Diavolo dai dettagli, piano piano, senza l'irruenza cinematografica, con una serie di spunti anche fashion e attuali".
mercoledì 9 ottobre 2013
Dal creatore di Desperate Housewives, Devious Maids: questa sera alle 21 su Fox Life
Nonostante il rifiuto inaspettato della Abc, Marc Cherry è tornato con una nuova serie tutta al femminile, stavolta senza casalinghe, ma con lo stesso brio con cui anni fa era riuscito a conquistare il piccolo schermo.
Tra stracci, aspirapolvere e bagni da pulire, le protagoniste della serie di certo non abbandonano i tacchi e loro innata voglia di emergere a tutti i costi.
Chi per un verso chi per l’altro, daranno delle belle gatte da pelare ai proprio datori di lavoro.
A far compagnia alle quattro donzelle, direttamente dagli anni Novanta, Grant Show di Melrose Place, Mariana Klaveno di True Blood e molte altre piccole star viste negli ultimi anni in serie di minor successo.
Tra misteri, segreti e sotterfugi, le risate sono assicurate, ma proprio come a Wisteria Lane, non mancheranno numerose occasioni in cui la trama ci regalerà momenti di riflessione più profondi e solo a prima vista superficiali.
In America la serie è stata accusata di cavalcare troppo gli stereotipi delle donne latine per antonomasia, certo è che per la prima volta, le protagoniste appartengono a un ceto sociale che difficilmente abbiamo visto raccontato in tv fino a oggi e l’originalità sta proprio in questo.
Mi sento in dovere di avvisarvi però che, proprio come succedeva in Desperate, le nostre "maids" creano dipendenza: provare per credere!
lunedì 3 dicembre 2012
666 Park Avenue: un flop prevedibile?
Superfluo spendere parole sulla trama della serie: immaginate tutti i luoghi comuni che avete fino a oggi in un qualsiasi film horror di serie b, e avrete la storyline di Park Avenue.
Allucinazioni senza senso, corridoi deserti, bambine con un bambolotto in mano, uccelli neri che escono dalle pareti, sussurri nella notte, cantine infestate di spiriti e presunti colpi di scena che spesso e volentieri non sono nient’altro che sogni.
Una protagonista scialba e poco espressiva, un cast bizzarro che fa da contorno, e quel sussulto sul divano tanto inseguito dagli autori, che alla fin fine non arriva mai concretamente.
I fratelli Salvatore (Ian Somerhalder e Paul Wesley), tornati sul piccolo schermo, stavolta si ritrovano con una bella gatta da pelare tra le mani: la loro bella Elena (Nina Dobrev) si è finalmente trasformata in vampiro.
Questa quarta stagione è la stagione del cambiamento, a tutti gli effetti, e quest’anno più che mai, il livello di hype è altissimo, grazie alla giusta dose di intrighi, colpi di scena e cliffhanger emozionanti che caratterizzano lo show.
Nulla viene trascurato in The Vampire Diaries, e ogni particolare è messo in luce con la massima cura e attenzione: regia, sceneggiatura, colonna sonora, tutti elementi ancori saldi su un livello medio-alto seppur dopo quattro anni
martedì 9 ottobre 2012
Partners: a volte il cast non basta
E se già l’impresa è complicata per i drama, per le comedy diventa ancor più ardua, sia per la breve durata della puntata, sia perché riuscire a commuovere, spaventare o emozionare lo spettatore è molto più semplice che non riuscire a farlo ridere.
Spinta da queste premesse e dalla presenza di Sophia Bush (Brooke in One Tree Hill) nel cast, ho deciso a monte di andarci giù leggera con Partners, ma dopo aver visto i primi due episodi, mi trovo a dovermi tristemente ricredere.
Ideata da David Kohan e Max Mutchnick, creatori di Will&Grace e in onda sulla CBS, la sitcom si avvale di un cast molto noto sul piccolo schermo seppur, alla fine dei conti, per nulla convincente.
La Bush interpreta Ali, fidanzato dell’architetto Joe, cui presta il volto David Krumholtz, protagonista di Numb3rs e recentemente apparso in The Newsroom.
Nei panni di Louis, il migliore amico di Joe sin dai tempi dell’asilo, Michael Urie (celebre per il ruolo del civettuolo Mark nell’indimenticabile Ugly Betty), anche lui architetto e fidanzato con Wyatt, Brandon Routh che interpretò il cattivo Daniel Shaw in Chuck.
Il cast almeno all’inizio promette davvero bene, su questo non ci piove, ma il primo limite, la comedy lo riscontra laddove non riesce minimamente a discostarsi da Will&Grace in alcun passaggio.
Partners infatti, sin dai primi minuti, ricorda inevitabilmente la serie con Debra Messing, dal punto di vista dei personaggi, dei dialoghi, dello humour e delle situazioni nelle quali i protagonisti si ritrovano.
Non fa ridere, non comunica nulla, non convince e se proprio dobbiamo dirla tutta, alla lunga (e su 20 minuti di durata è alquanto grave) annoia anche. Routh è inespressivo e piatto come suo solito (Dylan Dog ancora ringrazia) la Bush e Urie troppo, troppo simili ai personaggi interpretati nelle serie che li han resi famosi.
L’unico che vediamo rapportarsi con una situazione “nuova” a tutti gli effetti, è Krumholtz, ma da solo di certo non basta a dar spessore a una sitcom della quale il palinsesto televisivo avrebbe potuto tranquillamente fare a meno.
venerdì 3 febbraio 2012
Gossip Girl: 100 episodi (o quasi) da dimenticare
E poi ci sono quelle serie che, nonostante le ottime premesse, il grande potenziale, un paio di stagioni brillanti e tutto il resto, malgrado l’inesorabile crollo qualitativo nel corso degli anni, riescono a tenerti incollato all’appuntamento settimanale con la messa in onda, per scoprire anche solo dove riusciranno ad arrivare gli autori con lo sviluppo degli eventi. In alcuni casi continuare a seguire un telefilm premia la nostra costanza, poiché una serie nasce, cresce, e anche se arriva a esaurirsi riesce a chiudere in bellezza, come nel caso di Ugly Betty, Chuck e molti altri.
In mezzo, tra il primo e il secondo gruppo, un limbo in cui regna il disastro, dove è Gossip Girl, ormai alla frutta e con un altro paio di season all’orizzonte purtroppo, a regnare sovrana.
Il 100esimo episodio, dal titolo G.G. ha tradito, ovviamente, le aspettative di pubblico e critica, sottolineando ancora una volta e semmai ce ne fosse ancora bisogno, la discesa in caduta libera intrapresa dallo show di Josh Schwartz da qualche anno a questa parte.
Ne avevo già parlato recentemente, in una recensione sulla quinta stagione in corso, sbarcata in Italia pochi giorni fa, e mi ero ripromessa, salvo esigenze professionali, di non spendere più parole sulle ceneri di questa serie.
Eppure eccomi qui, a interrogarmi nuovamente su come si possa trascinare un prodotto di successo così a fondo, senza prevenire danni collaterali come il crollo inesorabile di dialoghi e sceneggiatura, forti cadute di stile nel plot e inevitabili ripercussioni sula qualità della serie in toto.
E oggi mi ritrovo, mio malgrado, costretta a domandarmi come si possa raggiungere un livello così basso, tradendo un folto gruppo di fan (da cui mi tiro fuori) che per anni ha atteso con ansia il momento di scoprire la vera identità della blogger dell’Upper East Side, per ritrovarsi poi faccia a faccia con un flop vero e proprio, che in questo caso ha il nome di Georgina Sparks.
Un concatenarsi senza senso di eventi casuali, storyline aperte senza fondamenta e trovate paradossali nella trama ha raggiunto il massimo apice in una puntata che anziché celebrare i fasti del passato come avrebbe dovuto invece, ha invece fallito miseramente.
Cinque anni spesi ad aspettare di scoprire chi fosse Gossip Girl, bruciati nei cinque secondi finali dell’episodio, secondi che avranno sicuramente un seguito dal quale preferisco, sinceramente, restare all’oscuro, tirandomi fuori dal circolo vizioso di dubbi e interrogativi che ora verranno innescati.
Ad aggravare la situazione, l’estenuante tira e molla tra Blair e Chuck, giunto mille volte al capolinea e incapace di trovare un finale, e come se non bastasse un matrimonio (quello con il “principe” Louis) che sin dall’inizio tutti immaginavano fosse un bluff, e una sposa in Vera Wang che fugge disperata dal ricevimento, neanche fosse Carrie Bradshaw,
Una messinscena farsesca, una debacle senza scusanti, soprattutto perché di Carrie, ce n’è una.
è in queste circostanze che il dubbio sorge spontaneo: perché cancellare show di tutto rispetto, validi e ben strutturati, mi vengono in mente Life Unexpected e October Road per esempio, per dar seguito a telefilm scarsi e e carenti sotto tutti i punti di vista come questo?
martedì 11 ottobre 2011
2 Broke Girls: waitress power.

Io e le sitcom abbiamo sempre avuto un rapporto travagliato, questo non l’ho mai negato.
In ambito telefilmico, farmi ridere, non è per niente facile.
A oggi, solo Friends e How I met your mother, sono riusciti a farmi sbellicare di gusto, nonostante The Big Bang Theory (serie notevole, sia ben inteso) e molte altre comedy, ci abbiano provato, portando a casa anche qualche successo. Ultime in ordine cronologico, New Girl e Suburgatory.
Ieri, inaspettatamente, mi sono ritrovata a ridere nel vero senso della parola, durante i primi due episodi di 2 Broke Girls, nuova serie della CBS, e la cosa mi ha piacevolmente sorpresa.
Nella speranza che lo humour (da me graditissimo) non vada a scemare da qui al temine della prima stagione, posso finalmente dire di aver trovato LA sitcom da seguire quest’anno.
Considerando che, grazie agli esorbitanti ascolti del pilot (19,2 milioni di spettatori, rating del 7.0 nella fascia commerciale 18-49), il network ha già confermato una season 2 (lo stesso ha deciso Fox per New Girl, e Nbc per Up All Night e Whitney), se la liason tra me e 2 Broke Girls dovesse andare a buon fine, in quanto a risate, sarò a posto per i prossimi due anni.
E ciò, ovviamente, mi rincuora non poco: non posso continuare a rimpiangere Rachel e Ross, Monica e Chandler, Joey e Phobe ancora a lungo.
Lo faccio già con Carrie e le ragazze (Sex and the City), con Betty e Amanda (Ugly Betty), diventerebbe emotivamente troppo impegnativo.
Volutamente ispirato agli anni Ottanta nella location, il tipico diner americano dalle luci ovattate e i colori sgargianti, con bottiglie di ketchup, menù unti sui tavoli e cupcakes colorati in bella vista, 2 Broke Girls racconta le paradossali e buffe vicissitudini di due cameriere totalmente diverse l’una dall’altra, che inspiegabilmente, diventano amiche e roommates nel giro di 24 ore appena.
Da un lato Max, irresistibile ragazzaccia sboccata e cinica, per nulla femminile e dalla lingua tagliente, interpretata dalla conturbante e irrefrenabile Kat Dennings (Nick e Norah, Tron); dall’altro Caroline, ex miliardaria ed ereditiera dell’Upper East Side, oggi in bancarotta e nullatenente poiché figlia del truffatore che ha lasciato l’élite di Manhattan in mutande, a cui presta il volto l’eterea Beth Behrs.
Formosa, orgogliosa e a dir poco sopra le righe la prima, snella, bionda snob ed elegante la seconda: colleghe, amiche e coinquiline agli antipodi, così diverse l’una dall’altra tanto da generare gag paradossali e goffe a cui è impossibile resistere.
Nonostante l’incredibile riscontro positivo da parte del pubblico, la critica non è però dalla parte della premiata coppia Dennings-Behrs, e tra le tante obiezioni rivolte alla comedy, c’è soprattutto quella di non spiccare per originalità, e su questo non posso che trovarmi d’accordo: la storia è datata, vista e anche un po’ prevedibile.
Allo stesso tempo però, non posso non riconoscere alla serie della CBS, il pregio di risaltare tra le altre nei palinsesti grazie allo humour sagace e irriverente firmato dalle brillanti penne di Michael Patrick King (Sex and the City, Will & Grace) e Whitney Cummings (Chelsea Lately), capaci di dar vita a una sceneggiatura frizzante e a dialoghi veloci, sfrontati e per nulla politicamente corretti. Un umorismo a tratti arrogante, fulmineo e mai esagerato, portato in scena da due attrici brillanti e talentuose, belle senza esserlo in modo esagerato e fastidioso, anzi affascinanti con i loro piccoli difetti.
Pur non brillando con un plot innovativo, la comedy ha carattere, è ben strutturata e ricca del potenziale giusto: ha le carte in regole per crescere, divertire e maturare, e questo, oggi, non è poco.
“Don’t smile. Because it raises the bar and then I have to smile, and I can’t be doing that. It’s exhausting and I have a bad back.”
“I’ve been waiting my whole life. I’ve waited on tables. I’ve waited on bars. I’ve waited on home pregnancy tests.”
“Don’t smile. Because it raises the bar and then I have to smile, and I can’t be doing that. It’s exhausting and I have a bad back.”
giovedì 22 settembre 2011
There's a New Girl in town!

Affezionarsi a un personaggio femminile solare e divertente è sempre molto facile, soprattutto nel mio caso, anche se ho il pallino e la predilezione per le girls interrupted, dall’animo dark e dal carattere complicato. Nonostante ciò, personalità ironiche e controverse, a volte anche un po’ sfigate, come Bridget Jones, Ugly Betty (lo so, il paragone è azzardato ma concedetemelo ugualmente) e compagnia bella, mi hanno sempre divertito e fatto sorridere, incappando spesso nel rischio di affezionarmi a loro.
Diventare empatiche con loro, in certi casi, risulta inevitabile, spontaneo e quasi naturale, specie se in ballo c’è l’ansia frivola per qualche chiletto in più, per quella telefonata che non arriva mai, per le difficoltà con il capo al lavoro.
Sentirsi vicine a personaggi così, ci risolleva l’umore, ci toglie l’amaro in bocca per la durata di un film o di un episodio, ci regala un sorriso velato riportandoci magari con la mente a ricordi ed emozioni che pensavamo di aver dimenticato, con una canzone, una frase, o solo un piccolo dettaglio.
È stato quindi automatico per me, guardando il preair della single-camera comedy New Girl, nuova serie della Fox ideata da Liz Meriwether (Amici, Amanti E…), lasciarmi travolgere immediatamente dalla protagonista Jess Day, la favolosa Zooey Deschanel, già interprete di uno dei miei film preferiti degli ultimi anni, (500) Days of Summer.
Qui Zooey, occhi da cerbiatto e sorriso caloroso, recita nel ruolo di una ragazza romantica, ingenua e sognatrice, che in seguito alla brusca rottura con il fidanzato, decide di trasferirsi e cambiare abitudini di vita, per ripartire da zero e ricominciare. Jess adora Dirty Dancing e i film d’amore a lieto fine, è stravagante e un pizzico petulante, e come Amélie Poulain,è una ragazza diversa dalle altre, con un senso dell’umorismo tutto suo e un modo di fare bizzarro.
Solare, credulona e fin troppo onesta e sincera, si ritrova all’improvviso, e per la prima nella sua vita, a dividere l’appartamento con tre ragazzi scapestrati e disordinati, diversissimi tra loro: Coach (Damon Wayans Jr.), personal trainer introverso e dal cuore d’oro, Schmidt (Max Greenfield), sbruffone e muscoloso, convinto di poter conquistare qualsiasi donna, e Nick (Jake M. Johnson), barman insolitamente timido e caparbio, con un sogno nel cassetto difficile da realizzare. Ultimo membro di questo variegato gruppetto, la migliore amica di Jess, Cece (Hannah Simone), modella bellissima e con la testa sulle spalle, dal carattere deciso e per nulla incline alle frivolezze.
Nonostante all’apparenza sembri la classica sitcom che ruota intorno a un gruppo di amici, tra gag divertenti e buoni sentimenti ma poco da raccontare, New Girl si appoggia sul sex appeal e sull’ironia della Deschanel per dar vita a una serie irresistibilmente coinvolgente, vagamente cinica e indubbiamente ben scritta. Battute taglienti, flashback narrativi ricorrenti e un cast frizzante, hanno regalato all’episodio pilota un seguito di oltre dieci milioni di spettatori, con un rating di ben 4.7 nella fascia 18-49 che farebbe gola a qualsiasi network.
giovedì 28 luglio 2011
Stargirl's Summer Awards: le serie tv di quest'anno secondo me!
L’estate è da sempre il periodo più indicato per pubblicare sondaggi e classifiche, semplici, divertenti e ghiotte letture da spiaggia.
Non andrò certo su carta stampata, questo è scontato, ma magari qualcuno si divertirà a sbirciare questo post dal proprio cellulare o dal proprio computer, e si diletterà, sotto il sole d’agosto (o quasi), a leggere e curiosare quali sono le serie, secondo il mio modesto parere, più o meno meritevoli di questa stagione.
Su alcune scelte magari sarete d’accordo con me, su altre sicuramente no.
Alcuni magari commenteranno (mi farebbe piacere, quindi se vi va, siete i benvenuti), altri magari si limiteranno a leggere soltanto e a prendere spunto per iniziare qualche serie che quest’inverno si sono lasciati sfuggire, per godersela in vacanza.
Spero comunque che la cosa vi diverta e incuriosisca!
Avrò sicuramente dimenticato di inserire qualche categoria, o mi sarà passato di mente quel telefilm che tanto mi aveva colpito (o forse, decisamente no..), ma potrò sempre aggiungerlo in un secondo momento!
Se viene in mente a voi, sono qui a disposizione! J
Partiamo dunque con gli “Stargirl’s Summer Awards” (lo so, il titolo è davvero trash, ma a volte un po’ di frivolezza non guasta, suvvia!) e vediamo cosa ci ha regalato la stagione televisiva 2010:

Miglior dramedy: The Big C (Una Laura Linney strepitosa alle prese con il cancro, in una serie ironica e allo stesso tempo commovente, che ha velocemente conquistato gli States)
Miglior serie comedy: Shameless US (Una delle migliori novità dell’anno, il connubio perfetto tra comedy e family drama, con un insuperabile Wlliam H. Macy e una sceneggiatura forte e pungente)
Miglior serie fantasy: The Walking Dead (Novità di punta della AMC, ha conquistato pubblico e critica dopo 6 episodi appena, nonostante le incongruenze a livello di trama e di personaggi rispetto all’omonima saga a fumetti da cui è tratto)
Miglior teendrama: The Vampire Diaries (A metà tra il fantasy e il teen drama, la saga dei fratelli Salvatore continua a mietere grandi ascolti sulla CW, grazie a un cast giovane e frizzante, a un plot sempre più coinvolgente e alle storie d’amore intricate e appassionanti)
Miglior serie sportiva: Make It or Break It (Se vedessi Friday Night Lights, probabilmente lo avrei votato, ma così non è, e visto che l’elemento basket in One Tree Hill è andato via via scomparendo, le ginnuts vincono, e si aggiudicano il mio voto, grazie alle vicissitudini da teenager che rendono le storie più avvincenti e leggere)
Miglior family-drama: Parenthood
Miglior sitcom: How I Met Your Mother (Da Friends in poi, l’unica che mi abbia coinvolto e conquistato quasi al 100%, nonostante la mia insensate avversione verso le sitcom. Un evergreen, sempre piacevole e divertente)
Miglior serie nerd: Chuck (Sarà Zacary Levi, sarà l’elemento Nerd, saranno gli irresistibili personaggi di contorno, resta sempre una delle mie preferite)
Miglior serie italiana: Romanzo Criminale
Miglior serie “evergreen”: Grey’s Anatomy (Nonostante una settima stagione sottotono e un po’ banale, vince sugli altri storici telefilm come Desperate Housewives e simili, grazie all’inevitabile coinvolgimento verso personaggi e intrecci amorosi)
Miglior serie trash: Pretty Little Liars (Combattuta tra le “piccole bugiarde” e 90210, le ragazze hanno avuto la meglio. Mi avranno convinto i loro stilosissimi look, o l’atmosfera creepy, o merito forse di Aria, il mio personaggio preferito, sta di fatto che il mio voto va a loro, nella speranza che la seconda stagione, da poco in onda negli States, assuma un po’ più di spessore)
Miglior pilot: Shameless US (Un episodio complete sotto tutti I punti di vista)
Miglior nuova serie: Misfits (Senza dubbio LA serie dell’anno, un gioiello come pochi. Regia e fotografia strepitosa, colonna sonora insuperabile, trama, sceneggiatura e cast mozzafiato. Originale, divertente, stuzzicante. Impossibile resistergli)
Miglior serie “estiva”: Single Ladies
Miglior fotografia: Boardwalk Empire (Un vero e proprio prodotto cinematografico, stilisticamente perfetto)
Miglior regia: Misfits (Egregia e originale)
Serie più stilosa: Gossip Girl (Forse l’unico pregio che rimane a una serie che dopo pochi anni ha perso tutta la verve che la contraddistingueva. Priva del brio e della leggerezza inziale, si trascina verso la quinta serie con una trama improbabile e surreale. Restano bellissimi e sempre elegantissimi e all’ultima moda gli interpreti, e su tutti spicca la nuova musa di stilisti e registi, Blake Lively)

Miglior attore protagonista: Michael C. Hall (Dexter) (Un attore come pochi, intenso e mai ripetitivo)
Miglior attrice protagonista: Laura Linney (The Big C)
Miglior attore non protagonista: Peter Krause (Parenthood) (Sempre coinvolgente e suo agio nei ruoli che gli affibbiano. Livello recitativo molto alto)
Miglior attrice non protagonista: Bonnie Bedelia (Parenthood)
Miglior guest-star: Julia Stiles (Dexter)
Miglior bad-guy: Ian Somerhalder (Arrogante, sexy e provocante al punto giusto)
Miglior bad-girl: Nikita (Nikita)
Attore rivelazione: Curtis Donovan (Misfits) (In una parola: insuperabile)
Miglior personaggio: Damon Salvatore (The Vampire Diaries)
Personaggio cult: Sheldon Cooper (The Big Bang Theory) (Un idolo)

Miglior colonna sonora: Misfits (Da 10 e lode)
Peggior serie estiva: Teen Wolf
Personaggio più insopportabile: Elena (The Vampire Diaries)
Peggior serie tv: The Event
Serie tv più noiosa: One Tree Hill
Serie tv più sopravvalutata: Glee
Serie tv più sottovalutata: Life Unexpected
Serie in caduta libera: Gossip Girl
Peggior nuova serie tv:
Covert Affairs (Non è riuscita a coinvolgermi. Non ho scusanti. Voglio Alias e niente di più)
Peggior attrice: Nina Dobrev (The Vampire Diaries)
Serie di cui ho nostalgia: Lost, Ugly Betty, Life Unexpected (Riportatemi sull’isola, e lasciatemi lì. Ridatemi il Mode e le fajitas. Fatemi riascoltare il programma di Cate e mandatemi a scuola con Lux)
Serie che vale la pena di iniziare: White Collar, Breaking Bad (Per sentito dire, mi fido degli esperti. So che meritano)





