There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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lunedì 3 marzo 2014

E sotto il chiacchiericcio e il rumore, un meritatissimo Oscar


…è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.

Forse se provassimo a tacere, a fermarci un attimo a riflettere, a smetterla di lamentarci o piangerci addosso, lo capiremmo anche noi.
Sotto il chiacchiericcio c’è la vita, che troppo spesso ci dimentichiamo di vivere.
Sotto il rumore invece, ci sono i sogni infranti, barattati per un pizzico di deplorevole fama.
Sotto il silenzio e il sentimento, le nostre ambizioni disintegrate dall’inesauribile desiderio di apparire importanti, famosi, convincenti, agli occhi di chi poi, nessuno lo sa.
Sotto l’emozione e la paura resta ciò che eravamo, il nostro passato, il coraggio che non c’è più, la nostalgia, l’unica vera alleata di chi teme il futuro e ciò che verrà.
Dietro tutti questi rimpianti, dietro l’amarezza, la rassegnazione, la disperazione, c’è “la grande bellezza”.
È lì, anche se nessuno lo sa, anche se nessuno la vede.
È lì che aspetta ognuno di noi, ma non tutti la meritano.
Molti addirittura se ne andranno senza averla nemmeno sfiorata.
Tanti, o almeno tutti quelli disposti a vendere l’anima al diavolo per colmare la loro fame di successo, sarebbero disposti a barattarla per cinque minuti di celebrità.
Sorrentino lo sa bene, e ci sbatte letteralmente in faccia questa verità assoluta per tutti i 140 minuti de “La Grande Bellezza”, con prepotenza, nonostante i virtuosismi visivi e il montaggio perfettamente fluido.
Arrogante? Un po’.
Ridondante? Parecchio, soprattutto quando cerca di rimarcare il concetto, ma ben venga in quest’epoca di totale decadimento dei valori e dei capisaldi della nostra società, meno male che qualcuno tenti di scuoterci un po’.
Il risultato? Alla fine del film, circondati dal buio della sala e dal silenzio, molti di voi saranno sicuramente rimasti come la sottoscritta, imbambolati e turbati, a fissare i titoli di coda e le immagini finali, rapiti dalla musica in sottofondo, confusi, spaesati, ancor meno ottimisti di prima.
Paolo Sorrentino compie un viaggio lugubre e desolante nella società di oggi, nei meandri di Roma, città a tratti silenziosa e deserta, a tratti chiassosa e invadente, fin dentro i suoi giardini eleganti, nelle chiese, nelle ville di periferia, negli attici di fronte al Colosseo.
È la capitale, ma potrebbe essere qualsiasi altra città italiana.
Sotto certi aspetti è ancora la Roma raccontata da Federico Fellini o da Ettore Scola e il regista de Le conseguenze dell’amore, cerca di ricordarcelo in ogni sequenza, perché non ammette distrazioni, non vuole che perdiamo di vista il concetto chiave della pellicola.
Tra sogni e illusioni, ci guida in una nuova “dolce vita”, più amara, più disillusa di quella che ben conosciamo.
Eppure Roma è sempre quella, siamo noi a essere diversi, ed è evidente sin dalla prima sequenza: 
Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco, la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato…”.
In questa Roma, così sorniona ma così aggressiva, siamo noi che decidiamo cosa sarà del nostro futuro, della nostra credibilità.
Perché essere credibili, onesti, coerenti, forse è la cosa più difficile al giorno d’oggi. Salvaguardare noi stessi senza svendere la nostra integrità morale, non è affatto semplice.
Lo sa bene Jep Gambardella, il protagonista del film, e tutti i personaggi che gli fanno da contorno. Macchiette di quella fetta di società pseudo borghese che si riempie la bocca di frasi fatte e pompose, che scrive senza neanche sapere di cosa, che parla di arte per darsi un tono, per apparire, per accrescere quella sterile apparenza di cui vive.
E lì in mezzo, tu chi sei, Jep? Pensi davvero di essere migliore di loro solo perché oggi sei qui a raccontarcelo?
Chi siamo noi? Quanti di noi possono davvero ritenersi integri, coerenti?
A questo, e a molti altri interrogativi, Sorrentino prova a dare risposte, tra stereotipi contemporanei e affermazioni sì retoriche ma altrettanto veritiere.
La sua regia è manieristica, forse troppo, e pur creando continuità e coerenza per tutti i 140 minuti, alcune sequenze stridono poiché sembrano piazzate a casaccio nella pellicola e vanno a incrinare l’omogeneità generale.
In alcuni passaggi restiamo un po’ spaesati, titubanti, ci verrebbe quasi voglia di gridare ma no, non serve, perché in fondo la soluzione è lì, davanti ai nostri occhi: basta concentrarsi su Tony Servillo, sulla sua straordinaria capacità di calarsi nel personaggio di Jep, sulla sua innata e inarrivabile bravura per ritrovare la concentrazione.
E intorno a lui, un Carlo Verdone diverso (seppur non troppo convincente) dal solito, ancor più malinconico, sfortunato e fragile di come siamo abituati a vederlo; una Sabrina Ferilli inverosimilmente cupa, triste rassegnata; un Carlo Buccirosso meno brillante del solito per ironia e arguzia, ma pungente quanto basta per il personaggio che gli è stato affidato.
Tutto sembra orchestrato alla perfezione, e alla fine del racconto, tutto torna. Ma qualcosa, dentro di noi, è cambiato.
Sorrentino ci ha spiazzato perché ha portato sul grande schermo i responsabili del marcio che regna e imperversa nella società di oggi: i radical chic che cenano con caviale e champagne ma non hanno la tv perché “non la guardano”, gli italiani medi che per sconfiggere la noia si buttano a capofitto sui social network perché solo lì possono inventarsi una vita che in realtà non hanno. E ancora, nobili in mutande che si svendono per due lire per partecipare alle serate mondane, cardinali che la fede, neanche sanno dove sia di casa, spogliarelliste con più anima e più cuore delle suore severe che sgridano i bambini nei cortili delle scuole. Gli arabi ricchi che cenano in lussuosi ristoranti romani e i turisti cinesi che fanno le foto dall’alto del Gianicolo.
Visto dall’alto sembra tutto uguale a ieri, e anche Roma, tutto sommato è sempre la stessa.
Siamo davvero noi a essere diversi, disperati, disposti a tutto per un po’ di celebrità. 
Perché oggi come ieri, tutto si può comprare in un modo o nell’altro.
A che prezzo però?
Provate a pensarci, e non dimenticate che la credibilità ahimè, quella no che non è mai stata in vendita. 


Vincitore del Golden Globe 2014 come "miglior film straniero", il film di Sorrentino si è aggiudicato stanotte l'Oscar nella medesima categoria.