There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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sabato 20 aprile 2013

"L'amore quando c'era" un romanzo di Chiara Gamberale


Alcuni romanzi, seppur alti come mattoni, dopo tante pagine non riescono a lasciare nulla di più che una flebile emozione.
Ce ne sono altri, costituiti da una manciata di pagine appena, che con poche righe sanno invece catturare e conquistare l’anima e l’attenzione del lettore.
Sono storie talmente vere e vicine a ognuno di noi che riescono ad apparirci familiari come poche altre, perché in grado di raccontare storie universali, capaci di accomunare molti di noi.
È il caso del breve racconto (poco meno di cento pagine) L’amore quando c’era, di Chiara Gamberale, che prende spunto da una domanda tanto semplice quanto complicata e alla fin fine, fondamentalmente priva di una risposta concreta: cos’è la felicità? La “felicità”, una parola così allegra, positiva, eppure così importante e difficile.

Io sono quasi sempre triste, anche senza motivo, e per questo credo che la vita non ha proprio nessun senso, scrive Patrizia detta Izia, sul suo quaderno. Poi si ferma, succhia il cappuccio della biro. Che tema assurdo ci ha dato oggi la professoressa, pensa.

A commissionare il tema in questione, Amanda, una “trentenne o poco più” che osserva i suoi studenti illudendosi di trovare le risposte che cerca nella loro innata e preziosa ingenuità.
Amanda è triste e non sa perché.
Sente che nella sua vita, pur avendo tutto, o quasi, manca ancora qualcosa, ma non riesce a capire di cosa si tratta.
Un vuoto le attanaglia lo stomaco e non le dà respiro, e pur tentando di negare l’evidenza, pur cercando di scacciare con forza e vigore questa strana sensazione, a volte Amanda non riesce a indossare quella maschera con cui nei momenti difficili affronta la vita, anche quando le lacrime ristagnano nei suoi occhi e faticano a non venir fuori.
Amanda spera che prima o poi la risposta arrivi da sé, che tutti i suoi “perché e chissà” trovino finalmente respiro.
Vive consapevolmente in conflitto con il suo passato, in ostaggio della malinconia, degli anni passati, che da un angolo buio del suo cuore, guarda con estrema e infinita nostalgia.
Senza neanche accorgersene, Amanda sente di non riuscire ad andare mai avanti, nonostante i piccoli traguardi, i cambiamenti, le sfide della vita.

Credo che il problema della mia vita, ora come ora, non sia esattamente che qualcosa non va: magari.
Significherebbe che c’è, nella mia vita, qualcosa di così necessario, di così urgente, da fare la differenza, se funziona bene o se funziona male.
Invece quel qualcosa non c’è.

E allora non le resta che tornare lì, in quel “momento lontano cui sente di appartenere con così tanta fermezza.
Non le resta che affrontare, una volta per tutte, i suoi rimpianti

E che se hai amato una sola persona nella tua vita, se solo una volta hai avuto quella certezza, ti conviene non entrare più in contatto con quella persona. Ma se adesso ti sto scrivendo, mi sa che no: questo non l’ho ancora imparato

e le sue paure

Le persone con quegli occhi lì. Sono tantissime, tantissime. Non fanno quello che sono nate per fare, non frequentano persone che mettono in gioco la loro parte più fastidiosa, quella che però fa la differenza fra loro e il resto del mondo, quella che uno la guarda e dice “io”: e si trascinano, per le strade e per le giornate, con i loro occhi spenti, con i loro occhi tristi.

Amanda si aggrappa a un pretesto, e dopo dodici lunghissimi anni, decide di scrivere a Tommaso, l’amore della sua vita, il suo ex storico, l’uomo col quale ha condiviso ciò che oggi, in un certo senso rimpiange.
 Tra stralci di mail, sms nel cuore della notte, dialoghi veloci e fragili, domande, riflessioni e considerazioni, Amanda chiede a Tommaso come ha fatto a trovare un posto nel mondo, lui, che ora, così lontano, sembra così felice e soddisfatto della sua vita.
Amanda è convinta che lui l’abbia dimenticata, che abbia ricominciato daccapo senza guardarsi indietro, senza tutta la fatica che invece da anni la consuma. Ma si sbaglia.
Perché anche se in maniera più silenziosa, anche se in maniera più velata e timida, Tommaso stesso non sa in quale misura definirsi “felice”.
Ma Amanda non rimpiange “l’amore finito”, Chiara Gamberale non vuole, con questo breve racconto, raccontarci una banale storia d’amore come tante altre.
E anzi, sarebbe riduttivo considerarla così.
L’intento è un altro, più sottile, più filosofico se vogliamo, e trova il modo di spiegarlo, seppur non del tutto, in una delle mail di Amanda:

E che se hai amato una sola persona nella tua vita, se solo una volta hai avuto quella certezza, ti conviene non entrare più in contatto con quella persona, per non rovinare il ricordo che hai di lei.
Ma se adesso ti sto scrivendo, mi sa che no: questo non l’ho ancora imparato

Perché L’amore quando c’era, è sì un romanzo che parla d’amore, ma nella sua forma più totale e universale: le lettere scritte da Amanda a Tommaso, non sono necessariamente lettere “a un ex”: sono parole che Amanda potrebbe rivolgere anche a un amico lontano, perso durante il cammino.
Sono lettere ma potrebbero essere pagine di un diario, che Amanda scrive tra sé e sé.
In quelle parole, cerca una soluzione, una risposta, un appiglio.
Cerca “quel qualcosa” che lei stessa però, sa che non c’è, non più almeno.
Non nel presente.

Persone come noi, persone incapaci di stare davvero bene mentre stanno bene, rendono perfetto solo quello che hanno già vissuto o che potranno vivere.



mercoledì 10 ottobre 2012

The New York Five: ode alla Grande Mela



Recensire fumetti non è nelle mie corde, in famiglia a questo di solito pensa lui, nonostante per merito suo io abbia divorato e amato parecchie graphic novel fino a oggi.
Con The New York Five però, farò un’eccezione, viste le forti somiglianze con una serie tv.
Non mi dilungherò troppo a parlare dello sceneggiatore Brian Wood o del disegnatore Ryan Kelly, perché rischierei di scrivere castronerie, non essendo per nulla “esperta” del settore.
Vi parlerò invece delle protagoniste, delle loro storie e della città che le ha trasformate da matricole del college, a donne fragili e vulnerabile in perenne conflitto con loro stesse, le loro paure e le difficoltà della vita.
Lona, Merissa, Riley e Ren potrebbero essere senza alcun dubbio le protagoniste di Girls, la serie della HBO acclamata negli States.
Ma potrebbero anche essere quattro personaggi scritti e ideati da Woody Allen, o da un giovane regista audace e indipendente per il Sundance Festival.
La storia, dai toni fortemente indie, indaga e approfondisce presente e passato delle quattro ragazze, evidenziandone pregi, difetti e paure con una un’intensità tale, da renderle vicine, reali, incredibilmente vere.
New York fa da cornice a un romanzo corale che ingloba la città stessa nella trama, trasformandola, come nei migliori episodi di Sex and the City, in uno dei personaggi.
Ed è così che la Grande Mela diventa co-protagonista delle quattro giovani donne, con i locali alternativi che ospitano band emergenti , Washington Square e gli studenti che si riuniscono sulle sue panchine nei break tra una lezione e l’altra, le biblioteche affollate, i piccoli appartamenti in sub affitto Tribeca.
I disegni di Kelly esplorano la città in lungo e in largo, si soffermano su dettagli precisi, su quelle minuscole peculiarità che rendono New York unica.
Quelle piccole cose che fanno di New York il sogno di migliaia di persone.
Tra grattacieli e villette a schiera, caffetterie e gallerie d’arte, l’evolversi della vita e della psicologia di ogni singolo personaggio è portata alla luce con delicatezza e ironia, senza quella retorica “mucciniana” che in Italia, ahimè, ci propinano fino allo sfinimento.
The New York Five ricorre spesso al linguaggio dei teen drama, ma lo fa con una maturità tale da riuscire a rivolgersi a un pubblico più maturo, a scandagliarne i dubbi e i dilemmi generazionali senza scadere nella banalità, senza ricorrere a frasi fatte e melense alla Moccia o alla Volo.
Per tutti coloro che hanno amato New York a prima vista, per tutti coloro che, come il maestro Allen e i suoi seguaci, non smetteranno mai di amarla,  questo è il romanzo perfetto.

giovedì 28 giugno 2012

Not a Star: commedia italiana tratta da un romanzo di Nick Hornby




Luciana Littizzetto non mi è mai stata simpatica, lo ammetto senza mezzi termini. Il suo sarcasmo, la sua velata vena femminista, la sua cinica ironia, non mi hanno mai divertita.
Al contrario, posso dirmi una fan sfegata di uno dei migliori scrittori contemporanei di questo secolo, Nick Hornby.
Ora, vi starete sicuramente chiedendo cosa c’entrino l’attrice (?), comica (?), artista, ecco definiamola “artista” italiana va, con il  brillante romanziere anglosassone.
Semplice: Not a Star, breve racconto del 2006 firmato da Hornby, trasformato in una commedia per il cinema italiano lo scorso anno dal regista Lucio Pellegrini.
Sulla scia del discreto successo riscontrato dal riadattamento di format stranieri in Italia, Benvenuti al Sud è un esempio lampante, e visto soprattutto l’eccellente risultato ottenuto a ogni libro di Hornby trasformato in una commedia inglese (Febbre a 90°,  Alta Fedeltà, About a Boy), stavolta il nostro Paese ha scelto di giocare d’anticipo.
Il caso di È Nata una Star, è più unico che raro infatti: difficile infatti che un romanzo venga riadattato prima in Italia e solo dopo nel suo paese d’origine,  e Pellegrini può dirsi per questo un precursore.
Nel cast, a fare da spalla alla Littizzetto, madre sconvolta alla notizia che il figlio appena maggiorenne ha recitato in un film porno, l’irresistibile Rocco Papaleo, nel ruolo del capofamiglia.
Il fulmineo e irriverente racconto breve di Hornby, è interpretato dal regista secondo i canoni tipici della commedia italiana in tre atti ed è sviluppato con un ritmo sì veloce e ritmato, ma non abbastanza estemporaneo come la scrittura dell’autore in realtà necessiterebbe.
Il film fa sorridere, ridere in alcuni punti, e risulta del tutto godibile per tutti i 90 minuti: non ci aspettavamo un capolavoro da Pellegrini, perciò possiamo dirci soddisfatti.
Ottima la scelta della colonna sonora, affidata a Brunori Sas, Dario Brunori, talentuoso cantautore di Cosenza ancora, purtroppo, poco conosciuto.
La pecca più grande resta senza dubbio la sceneggiatura, troppo timida e “dentro gli schemi” rispetto a quella del romanzo dello scrittore inglese. Al regista è mancato un pizzico di coraggio in più, quell’audacia che il cinema italiano di oggi fatica a trovare.
Chiaro il messaggio ottimista che si vuol lanciare nel finale: nella vita tutto ha un senso, basta solo prenderlo nel verso giusto. Disgrazie, imprevisti, nulla accade per caso, ma per insegnarci qualcosa, per spingerci a intraprendere una strada diversa da quella scelta in precedenza. Un messaggio sì positivo, ma altrettanto superficiale, poiché il difficile, nella maggior parte dei casi, sta proprio nel trovarlo il giusto verso di cui si parla.

mercoledì 7 marzo 2012

Tokyo Blues (Norwegian Wood): I once had a girl, or should I say she once had me?

E invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ho già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come faccio adesso, a volte vengo preso da una terribile angoscia. All'improvviso mi assale il dubbio di iniziare a perdere la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa”.

La paura più grande di Toru è proprio questa: dimenticare. Perdersi sul viale nostalgia tra dubbi e domande, disseminando qua e là frammenti di un passato che non tornerà mai più, lasciando soltanto un senso d’inquietudine e amaro in bocca.
Una paura che ci accomuna un po’ tutti del resto, chi più chi meno.
A 37 anni, travolto da un profondo senso di malinconia e solitudine, Toru decide di ripercorre con la mente la sua vita, e in particolare quegli anni travagliati che lo hanno visto trasformarsi da adolescente timido e introverso, nell’uomo che è oggi.
Il periodo dell’adolescenza non è stato semplice per lui, sempre diviso tra un forte senso d’inadeguatezza e un radicato disagio psicologico, tra l’impossibilità di scegliere tra bene e male e la difficoltà a trovare un po’ di stabilità.
Tutto comincia con la morte del migliore amico Kizuki, a soli 17 anni, una sciagura che imprigiona subito il protagonista in un continuo conflitto con la vita e la morte, da solo, a picco in un estenuante dualismo senza fine.
In una fitta rete di flashback spesso confusi o slegati da un ordine cronologico preciso, tra personaggi ambigui ed emblematici ed espliciti riferimenti sessuali, sullo sfondo di un incantevole Tokyo inizio anni Settanta, si scontra così con l’amore, il dolore e le lacrime, tante lacrime.
Troppe, per un ragazzo appena maggiorenne.
Toru entra in contatto per la prima volta con l’amore puro, trascendentale e doloroso quando conosce Naoko, personaggio esile ed estremamente delicato, contorto e travagliato.
Qualcosa in lui cambia dopo l’incontro con Midori, una ragazza viva e passionale, determinata e ottimista, nonostante le ingiuste disgrazie che la vita le ha messo davanti.
Imprigionato in un vortice di dubbi e tradimenti, d’incomprensioni e interrogativi, Toru resta per anni in bilico in una situazione terribilmente complicata, diviso dall’amore per due donne diversissime l’una dall’altra, totalmente agli antipodi tra loro, capaci entrambe di renderlo felice, di completarlo.
E lui, spinto ad amarle, entrambe, in maniera assoluta.
Al centro di
Tokyo Blues (Norwegian Wood), intimo e introspettivo romanzo del maestro Haruki Murakami, apparentemente c’è il mondo di Toru, ma in realtà, vi si nasconde un mondo intero.
La sua scrittura, asciutta e intensa, in alcuni passaggi è arricchita da un profondo simbolismo manieristico e si avvale di metafore e assolutismi validi per ognuno di noi.
L’autore ci trascina in un universo a sé stante, dove vengono innescate riflessioni chiave sull’amore e la solitudine, il perdono e la redenzione, pronte a esplodere a ogni nuovo capitolo.
I sentimenti e le emozioni dei protagonisti ci vengono raccontate attraverso il filtro distorto di Toru, ma non per questo perdono valore lungo il cammino.
Tokyo Blues è un clamoroso successo letterario che racconta l’adolescenza come nessun romanzo ha mai fatto prima, e lo fa ribaltando moltissimi punti fermi dalla letteratura contemporanea, scardinando numerosi paletti, innalzando inaspettate verità.
Il dualismo vita-morte che pervade il romanzo, si riflette fortemente anche sui personaggi femminili che dividono Toru in due: la fragile ed eterea Naoko da una parte, l’estroversa e sconclusionata Midori dall’altra. La prima guida il protagonista nel labirinto di una complessa e interminabile analisi interiore, vittima di una depressione che non le lascerà via d’uscita. La seconda invece, prova a insegnarli con estrema fatica e pazienza, a vivere secondo l’
hic et nunc, per non sprecare nessuna un’occasione e per non perdere la possibilità di essere felice.
Con Tokyo Blues si sorride e si piange.
È un libro che porta con sé riflessioni e constatazioni vere e universali.
Fa commuovere e spaventare.
Toglie il fiato, e lascia un vuoto immenso dentro.
Ma fa venire una gran voglia di ascoltare le canzoni dei Beatles.

“Quello che provo per Naoko è un sentimento incredibilmente dolce, calmo, puro, mentre quello per Midori è di natura completamente diversa. È qualcosa che cammina, respira, pulsa, che mi scuote nel profondo. Io non so più che fare e sono terribilmente confuso. Non voglio assolutamente cercare di giustificarmi ma io ho sempre cercato di vivere con sincerità, senza mentire. E mi sono sempre sforzato di non far soffrire nessuno. Perché allora sono andato a finire in questo labirinto? E questo che non riesco a capire. Cosa devo fare?”


giovedì 1 dicembre 2011

Acciaio: ritratto suburbano

Anna e Francesca vivono in uno dei grigi casermoni di Via Stalingrado, nella piccola provincia industriale di Piombino. Hanno quasi quattordici anni, e sono inseparabili da quando sono nate.
Anna e Francesca sono amiche del cuore, sono sorelle, sono vittime della società di oggi e di genitori maneschi e arraffoni, sono due ragazzine alla deriva.
Anna è mora, snella e longilinea, sensuale come una donna vera, provocante come le veline in tv, con grandi aspirazioni per il futuro, e a pochi giorni dall’inizio del liceo, sogna già l’università a Milano e la gavetta per diventare avvocato. Anna ha un carattere forte, autoritario, nonostante i comportamenti infantili e un attaccamento ai limiti del morboso nei confronti di suo fratello Alessio.
Francesca è bionda, ha un fisico da modella, il corpo ricoperto di lividi ed escoriazioni perché suo padre la picchia per punirla dei suoi comportamenti frivoli, dopo averla spiata con un binocolo quando gioca sulla spiaggia con gli amici. Ha un carattere debole, remissivo, a tratti lascivo, ed è innamorata di Anna. La loro amicizia, nata in maniera spontanea e naturale, con gli anni si trasforma, proprio come il loro corpo, fino a sfociare in un bacio appassionato e assurde scenate di gelosia, che segnano inevitabilmente la fine del loro rapporto.
Anna e Francesca litigano una mattina d’estate, per una cosa da niente, e la lite si protrarrà per quasi un anno, scandita da silenzi, lacrime e tanto, troppo dolore.
Francesca col naso rotto dall’ennesimo pugno di suo padre. Francesca che piange ogni notte perché le manca la sua migliore amica. Francesca che inizia a ballare mezza nuda in un locale ogni sera, per evadere dalle quattro mura violente di casa sua.
Anna che fa l’amore con un ragazzo di dieci anni più grande di lei. Anna abbandonata dal padre, troppo occupato a smerciare opere d’arte rubate piuttosto che badare ai suoi figli. Anna che finge indifferenza mentre suo fratello tira di coca ogni sera per dimenticare le angherie subite di giorno nell’acciaieria in cui lavora. Anna che in quell’acciaieria perde suo fratello, vittima di un incidente sul lavoro.
Anna e Francesca, che dopo un anno, si rincontrano, alle sette di mattina, e come se nulla fosse mai accaduto, come se niente in quei mesi fosse cambiato, preparano lo zaino con i costumi e i teli da mare, e prendono il traghetto per l’Elba, mano nella mano.

Anna e Francesca sono le protagoniste di Acciaio, romanzo d’esordio di Silvia Avallone, vincitrice del premio Campiello Opera Prima, e seconda classificata al premio Strega 2010. Caratterizzato da una scrittura rapida e asciutta, il libro scorre via veloce, ed è proprio questo il motivo per cui si resta aggrappati alle pagine, sfogliandole velocemente una dopo l’altra, divorandole quasi, per arrivare alla fine.
Ma ciò non deve trarre in inganno: il fatto che un testo si legga in pochi giorni, non è sempre sinonimo di qualità. Nulla da dire sullo stile della giovane autrice (classe ’85) assolutamente eccellente, considerando soprattutto che Acciaio rappresenta la sua opera prima, né sulla cruda realtà suburbana al centro della storia, per certi versi notevolmente intensa e coinvolgente. A non convincermi affatto sono i personaggi, stereotipi di una società decadente e mediocre, macchiette preconfezionate per nulla originali o interessanti: la bionda e la mora, la vicina di casa brutta e invidiosa, il ventenne cocainomane, il padre manesco e quello imbroglione, una madre coraggiosa e un’altra eterna vittima di una vita che l’ha ripudiata. E ancora, come se non bastasse, la ragazza madre, quella intelligente e acculturata che sposa l’operaio, il bello e dannato che torna dalla città e approfitta delle adolescenti che cadono ai suoi piedi, lo scapestrato che pensa solo al sesso, le sbarbatelle che fanno “le vasche” in centro per mettersi in mostra davanti al “bel paese”. Acciaio è un romanzo con un ottimo potenziale, che però viene sfruttato a metà: ciò che manca alla Avallone è il coraggio, nel vero senso della parola. Il coraggio di andare “oltre” quella trasgressione velata che accenna appena, in quell’amore saffico troncato sul nascere, e non per la vigliaccheria delle protagoniste, ma per la codardia dell’autrice stessa. Il coraggio di punire i personaggi negativi, relegati in un limbo che ahimè, lascia fin troppe opportunità di rivalsa, perché non si azzarda ad andare oltre. Oltre quella condizione snervante e deprimente che sì, pervade Via Stalingrado, ma che lì nasce e muore, senza fare mai un passo avanti.
Acciaio è senza dubbio un buon romanzo, ma è privo di quel valore aggiunto che gli permetterebbe di distinguersi da altri, e di questi tempi, sarebbe davvero utile fare la differenza.

Blacklands: Blogger a voi la parola!

Marsilio Editore propone una divertente e originale iniziativa per tutti i blogger appassionati di letteratura (in questo caso eBook) e thriller.

Sono tra i 100 fortunati blogger estratti e a breve contribuirò anche io al progetto con la mia recensione di Blacklands di Belinda Bauer!

Siete curiosi e vorreste saperne di più? Sul blog di Marsilio

giovedì 29 settembre 2011

One Day: perché il destino, ha più fantasia di noi.

È il 1988 e siamo a Edimburgo.
Emma Morley e Dexter Mayhew si sono appena laureati, e nonostante siano due persone totalmente diverse l’una dall’altra, nonostante non abbiano nulla in comune e si conoscano a malapena, trascorrono la notte insieme, tra un bicchiere di pessimo vino rosso, marijuana e sesso senza impegno né troppo trasporto.
Il giorno dopo, il 15 luglio, durante un pic nic sulla collina di Arthur’s Seat, dopo essersi scambiati indirizzi e numeri di telefono, si salutano, dandosi appuntamento per l’anno seguente.
Da quel momento, per 19 lunghissimi anni, Emma e Dexter si rincorrono, si prendono, si lasciano, si amano e si odiano.
E il 15 luglio di ogni anno, accade sempre qualcosa di significativo che intercede a modificare il loro destino. Fino al 2007.
Emma è un’anticonformista, una che vuole cambiare il mondo, ma che in fin dei conti, non ci riesce affatto.
È intelligente, brillante, spiritosa, cinica e possessiva. Ama la letteratura e l’arte, i bambini, il teatro e la politica. Ha un animo rivoluzionario, nonostante sia piuttosto remissiva a volte, forse anche arrendevole. Eppure lotta, combatte e non perde mai occasione di dire la sua, anche se forse, spesso farebbe meglio a tacere.
Emma ama Dexter, in maniera viscerale, addirittura morbosa. E lo ama da quando era poco più che una ragazzina, pur restando solo una sua amica per moltissimi anni, pur amandolo in silenzio, in un angolo, saltando fuori solo all’occorrenza, solo quando lui ha bisogno di una spalla su cui piangere.
Lui. Dexter. Così diverso e lontano da lei per molti aspetti.
Così ossessionato dalle donne e dalla sua estrema voglia di compiacersi ed essere adulato, ammirato e invidiato. Superficiale e frivolo, viziato e snob.
Così poco attento ai sentimenti di Emma, eppur così legato a lei, da rendersi conto di amarla solo dopo tanti, troppi anni. Di un amore tutto sommato puro e genuino, spontaneo ma represso per un lungo periodo di tempo.
Le vicissitudini di Emma e Dexter si alternano nel romanzo di David Nicholls, One Day (Un Giorno), alternandosi anno dopo anno e intrecciandosi in più di un’occasione, restando sempre legate da un filo invisibile che li tiene uniti per 19 anni, nonostante a volte loro non se ne rendano neanche conto.
La parabola della loro storia d’amore, mascherata da amicizia, si snoda durante il loro cammino verso l’età adulta, mischiando lacrime a risate, sorrisi a dolori.
Emma e Dexter sono i due opposti che inevitabilmente si attraggono, le due facce della stessa medaglia che però spesso ruota su se stessa e li tiene separati. Troppo a lungo. O almeno, senza regalargli, alla fine, la seconda chance che invece meriterebbero.
Emma e Dexter giocano col destino, lo sfidano, si fanno beffa di lui, senza rendersi conto che non avranno la possibilità di prendersi una rivincita.
Una lettura intensa, coinvolgente, impegnativa.
Una storia d’amore diversa dalle altre, fuori dal coro, contraddistinta da una scrittura asciutta e mai prolissa, da dialoghi veloci e mai ripetitivi.
Un romanzo che quest’anno è diventato ovviamente un film, con Anne Hathaway (Il Diavolo veste Prada) e Jim Sturgess (Across the Universe) diretto da Lone Scherfig (An Education).
La pellicola ha debuttato l’8 agosto negli Usa, e presto arriverà in Italia, ma onestamente, non so se la vedrò.
Emma e Dexter hanno un volto e un’anima ben precisi per me, e in fondo in fondo, non voglio che cambino.
Voglio ricordarli così, a modo mio.