There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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giovedì 20 giugno 2013

The Carrie Diaries: non nominare il nome di Carrie invano



Per chi se lo fosse perso durante la messa in onda statunitense.
Per chi volesse rivederlo.
Non è una serie che ho apprezzato, tutt'altro. 
Mi domando ancora come la CW possa averlo rinnovato per una seconda stagione... 
Resta comunque un telefilm che ha fatto parlare di sé, e sicuramente continuerà a farlo in futuro, vivendo, volente o nolente, del riflesso di Sex and the City
Per tutti i curiosi, The Carrie Diaries, da stasera, in anteprima assoluta, su Mya (Mediaset Premium). 


Le ultime stagioni di Gossip Girl hanno dimostrato come Josh Schwartz, già autore di The O.C., non sia affatto in grado, alla lunga, di mantenere alti ritmo e qualità di uno show nel corso degli anni.
Le serie prodotte dalla CW nell’ultimo periodo, come The Secret Circle, Arrow, Beauty and the Beast, hanno invece confermato ancora una volta il mediocre livello qualitativo adottato dal network per accaparrarsi la fetta di pubblico, importante sì, ma non effettivamente influente, dei teenager.
Alla luce di questi fatti, il connubio Schwartz (e Amy Harris, showrunner di Gossip Girl) e Cw quindi, non può che risultare ormai scadente se parliamo di serie tv.
Esempio lampante The Carrie Diaries, il tanto temuto, e mi fa male già solo definirlo così, “prequel” di Sex and the City, che ha debuttato il 14 gennaio scorso ed è già arrivato al quarto episodio.
Trovo piuttosto superfluo suggerire, come molti hanno fatto, di non fare paragoni con la serie madre in onda fino al 2006 sulla HBO, così come ritengo inappropriato provare a guardare la serie senza pensare al passato. 
The Carrie Diaries nasce come prequel e va visto come tale, con tutte le responsabilità che una scelta simile comporta.
Vuole essere un prequel a tutti gli effetti ed è innegabile che sì, fa acqua da tutte le parti.
Non solo non si avvicina minimamente a Il diario di Carrie (2012) e Summer and the City (2011) romanzi che Candace Bushnell ha pubblicato anni dopo la chiusura della serie madre, ma presenta anche buchi clamorosi nello script totalmente slegati a livello temporale dai fatti raccontati dalla Carrie adulta.
L’idea di abbandonare una rete valida e stimata come la HBO per approdare su un network di serie B è il primo di numerosi errori, seguito a ruota dalla trovata, poco intelligente, di discostarsi notevolmente, a livello narrativo e stilistico, dai romanzi cui lascia intendere invece di volersi ispirare.
Altro passo falso, ricade senza dubbio sulla scelta, sofferta a quanto pare, della protagonista, quell’Anna Sophia Robb vista nel 2005 ne La Fabbrica di cioccolato di Tim Burton, ragazzetta anonima e sciapa, imparagonabile a sua maestà Sarah Jessica Parker nonché poco credibile nel ruolo affidatole.
Poco espressiva, per nulla magnetica e alquanto debole nella recitazione, la Robb risulta oggi il frutto di una scelta davvero poco oculata, il vero tallone di Achille di una serie già di per sé poco convincente. I personaggi comprimari, a loro volta, non colpiscono né convincono, eccezion fatta per Austin Butler, (Switched at Birth e Life Unexpected), nei panni di Sebastian Kidd, il primo amore di Carrie.
Non manca la cura dei dettagli, questo è innegabile, ma anche in questo caso, il tentativo di ricreare l’atmosfera degli anni Ottanta, soprattutto nelle esterne girate a Manhattan, risulta forzato e poco credibile, e il risultato è che, aldilà di qualche abito fluo e una colonna sonora caratterizzata da hit ‘80s, tutto si traduce in un banale susseguirsi di cliché e stereotipi messi uno in fila all’altro.
Impossibile slegare The Carrie Diaries da Sex and the City, difficile apprezzarlo come prodotto a sé stante, poiché fin troppo debole e mediocre anche per un network come la CW che negli anni ha alimentato la tv trash, e continua a farlo, con serie “spazzatura” come 90210 o Gossip Girl, solo per citare i casi più eclatanti.
Il teen drama è morto, su questo non ci sono dubbi, ed è inutile rincorrerlo.
Sex and the City fa parte del passato, proprio come Lost, e oggi come oggi, sarebbe davvero meglio smetterla di inseguire quella chimera inafferrabile che si rifugia nei remake, nei prequel e nei sequel.
Non volermene Anna Sophia Robb, io non ce l’ho con te, il fatto è, che hai infranto l’undicesimo comandamento: non nominare il nome di Carrie invano.

martedì 24 gennaio 2012

Gossip Girl: teen drama sul viale del tramonto



La serie di Josh Schwartz debutta questa sera su Mya con la quinta stagione, che non convince i fan, annoiati dalle innumerevoli situazioni ripetitive e dalla sceneggiatura debole. Che sia il declino definitivo di uno degli show più amati degli ultimi anni?

Negli anni Novanta grazie a telefilm come Beverly Hills 90210, dell’inimitabile Aaron Spelling, un genere su tutti sbarcò il lunario, il teen drama, che con Dawson’s Creek prima e The OC poi, passando per sottogeneri come Buffy L’Ammazzavampiri, Roswell, Veronica Mars, attirò a sé orde di adolescenti in tutto il mondo, macinando un successo dopo l’altro.
Che il
teen drama si trovi oggi nel bel mezzo di un momento di crisi nera, è cosa nota e risaputa ormai, e sembra si sia arrivati al punto di non poter dire neanche più“salvo rare eccezioni”.
Dai più celebri a quelli più di nicchia, le serie dedicate a un pubblico adolescente e non solo, sembrano giunte a tutti gli effetti al capolinea, nonostante i numerosi tentativi di legarle a un genere decisamente più fortunato, il
fantasy.
Se nella prima cerchia, tra le più deludenti già da qualche stagione possiamo annoverare
evergreen come One Tree Hill, 90210, Gossip Girl, nella seconda, esempi più recenti potrebbero essere Teen Wolf, The Secret Circle e The Vampire Diaries, le uniche che, nonostante pregi e difetti, riescono in qualche modo a toccare ancora le note dello spettatore e a mantenere un cospicuo seguito del pubblico (soprattutto nel caso dei vampiri della CW).
Senza il connubio con l’elemento soprannaturale l’impressione insomma è che il
teen drama non basti più e abbia poche possibilità, alla lunga, di sopravvivere.
L’esempio lampante di questa crisi di “mezza età” che ha investito il genere, è Gossip Girl, serie di
Josh Schwartz del 2007 giunta negli Usa a metà della quinta stagione, che stasera debutterà alle 21.00 in prima serata sul canale Mya di Mediaset Premium.
Se già con la quarta stagione, tra alti e bassi, soprattutto bassi, il giudizio finale era stato piuttosto negativo, a causa del
non sense generale insito nelle storyline e la scadente qualità di dialoghi e sceneggiatura, con la quinta purtroppo, gli autori sembrano addirittura essere arrivati a raschiare il fondo del barile, tanto da spingere i fan ad augurarsi in più di un’occasione che il rinnovo previsto per il prossimo anno venga cancellato.
A causa degli interminabili intrecci portati in scena che il più delle volte si dilungano in un susseguirsi di tormentoni infiniti e monotoni, le vicissitudini dei ragazzi dell’Upper East Side hanno un effetto soporifero sugli spettatori. A farla da padrone ormai, la ridondanza di colpi di scena fallimentari, da cui si evince una disperata ricerca di stupire con situazioni paradossali e poco credibili.
Non diverte, non sorprende, non emoziona: il telefilm della CW sembra essere arrivato alla frutta e risulta impossibile, con tutta la buona volontà,  salvare o estrapolare qualcosa di buono dalla matassa.
I personaggi sono ormai delle caricature di loro stessi: a partire da Serena (Blake Lively), talmente bella e splendente da risultare stucchevole, inverosimile nel nuovo ruolo che le si vuol dare, quello della giornalista più gettonata di Manhattan dopo un paio di articoli di gossip pubblicati su un sito di “serie b.”
Lo stesso Chuck Bass (Ed Westwick), punto forte della serie, è ormai irriconoscibile: nella parte del reo pentito dei misfatti compiuti sinora, adesso che ha perso (apparentemente) la sua amata Blair (Leighton Meester), cerca di redimersi con escamotage di bassa lega.
La Waldorf, impegnata nei preparativi del suo matrimonio con il principe Louis (Hugo Becker) e una gravidanza inaspettata (ebbene sì, è lei il personaggio in dolce attesa, come scopriremo a inizio stagione in Beauty and the Feast), ha smesso di divertire con le gag ironiche che da sempre l’avevano contraddistinta e si limita semplicemente a interpretare l’eterna indecisa in un lagnoso tran tran di dubbi su chi scegliere tra i due pretendenti, mentre Dan (Penn Badgley) cerca di conquistarla senza un motivo valido o una precisa ragione.
Guest star come Liz Hurley nel ruolo della magnate dell’editoria scandalistica che cerca di sedurre Nate (Chase Crawford) e quello della stimata fashion designer Vera Wang (nell’episodio The End of the Affair) servono a poco, se non a imbrogliare ancora di più la fitta rete di situazioni lasciate in sospeso e spesso prive di logica, a cui di puntata in puntata di tenta di dare un finale plausibile e poco convincente.
Non aspettatevi quindi grossi colpi di scena o novità eclatanti: è una stagione esile e costellata di luoghi comuni, fiacca sotto tutti i punti di vista, irriconoscibile rispetto agli anni precedenti.
Quel che resta di Gossip Girl insomma? Una parata di giovani attori belli e seducenti, vestiti da stilisti famosi e immortalati in una New York patinata e poco realistica, nel vano tentativo di emulare il fascino di Sex and the City, il risultato che ne consegue però, è una copia sbiadita e poco originale.
Gossip Girl ha perso per strada quel brio e quella freschezza che in questi anni l’avevano reso uno dei teen drama più interessanti e amati dal pubblico e dalla critica, trasformandosi irrimediabilmente in una serie con poche cose da raccontare, scandite da intrighi divenuti alla lunga banali e ripetitivi e da una trama prevedibile e per nulla allettante.

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martedì 8 novembre 2011

Dai libri alle serie tv



Da sempre cinema e letteratura camminano di pari passo.
Saghe, epopee e romanzi best seller, sulla scia del successo riscosso su carta, vengono trasformati in lungometraggi per il grande schermo, in grado di coinvolgere un numero sempre maggiore di persone.
Il più delle volte, il risultato non è dei migliori, e salvo rarissimi casi, si resta sempre delusi dopo la trasposizione cinematografica dei nostri libri preferiti.
A me è capitato con
Romanzo Criminale e Caos Calmo, solo per citarne alcuni noti al grande pubblico, che nonostante gli ottimi incassi al botteghino, hanno tradito notevolmente le mie aspettative. Altri invece sono riusciti a stupirmi laddove sembrava impossibile, è il caso de Il Signore degli Anelli, Quei bravi ragazzi, Sleepers.
Un legame indissolubile, quello tra Hollywood e la carta stampata, che da qualche anno a questa parte si è esteso anche al piccolo schermo, in seguito al dilagante successo ottenuto dalle serie tv.
Molti oggi i telefilm ispirati, a volte in grande altre in minima parte, a best seller di autori più o meno famosi, come
Candace Bushnell, che con il suo Sex and the City ha dato il via a una serie di prodotti particolarmente amati dal pubblico femminile. Dopo la saga di Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte, che per sei stagioni ha catturato l’attenzione di milioni di fan in tutto il mondo, è stata infatti la volta del trio di Lipstick Jungle (della stessa autrice), Wendy, Nico e Victory, meno fortunate delle loro cugine, decisamente più divertenti e navigate.
A Lipstick Jungle, chiuso dopo due stagioni appena, è andata male, e le tre quarantenni di Manhattan non sono risultate abbastanza convincenti per sopravviver sul piccolo schermo, a differenza di un gruppo di teenager dello stesso “quartierino” della Grande Mela, che ancora oggi spopola sulla CW:
Gossip Girl. Tratta dalla collana di romanzi di Cecily Von Ziegesar, pubblicati in Italia con il nome Bad Girls, la serie è giunta quest’anno alla quinta stagione, e pur essendo calata notevolmente di tono nella sceneggiatura, nei dialoghi e nella regia, continua a mietere un ottimo numero di spettatori su un network giovane come la CW.
Sulla scia del successo di Gossip Girl, è stato poi il turno di un altro gruppetto di adolescenti tutto pepe, intrighi e sotterfugi, Aria, Hanna, Spencer ed Emily, le ragazze di
Pretty Little Liars, basato sull’omonima serie di libri di Sara Shepard, in onda sulla Abc Family dallo scorso anno.
Più di nicchia e per un pubblico indubbiamente più adulto,
Secret Diary of a Call Girl – by Belle de Jou, (Diario di una squillo per bene), serie britannica trasmessa da IT2 (in Italia su Fox prima e Cielo poi), che ha per protagonista una carismatica e ironica escort d’alto bordo, che regala allo spettatore un quadro fedele e senza veli della vita di una prostituta inglese con una grande fedeltà tra romanzo e telefilm e pochissimi passaggi modificati dagli sceneggiatori. Diverso il destino dei romanzi di Jeff Lindsay, che hanno ispirato un capolavoro della tv come Dexter (HBO) dove però, aldilà del plot, pochi elementi della storia originale sono rimasti intatti, a partire dalle storyline parallele dei personaggi secondari fino a ritocchi più profondi nella struttura principale.
Sul lato fantasy, potrei elencare moltissimi romanzi diventati prodotti televisivi, ma mi limiterò a citare i più importanti e significativi, a partire da
True Blood (HBO), ispirata al Ciclo di Sookie Stackhouse di Charlaine Harris, fino a The Vampire Diaries, altra saga vampiresca giunta alla terza stagione sulla CW tratta da I Diari del Vampiro di Lisa J. Smith. Stesso network e stessa autrice anche per The Secret Circle, una new entry di quest’anno, tratta da I Diari delle Streghe e trasformata per l’occasione in un teendrama però poco riuscito, infarcito di luoghi comuni e situazioni prevedibili e poco elettrizzanti.
Sempre in casa HBO, ha debuttato quest’estate, riscuotendo un incredibile seguito di appassionati,
Game of Thrones trasposizione dei romanzi fantasy di George R.R. Martin, A Song of Ice and Fire, e ultimo ma non per questo meno importante, anzi probabilmente il migliore degli ultimi anni, The Walking Dead, dall’omonima serie a fumetti firmata Kirkman e Adlard, che lo scorso anno ha debuttato sulla Amc conquistando un’incredibile e inaspettata schiera di fan.
Di produzione italiana invece,
Romanzo Criminale, dal romanzo di Giancarlo De Cataldo, la storia romanzata della Banda della Magliana, che con due stagioni appena, due stagioni a dir poco eccezionali, è riuscita a lasciare un segno indelebile nella produzione di fiction italiane degli ultimi anni.

lunedì 10 ottobre 2011

The Secret Circle: la Cw punta sul fantasy


Dopo l’incredibile successo di The Vampire Diaries, il network attinge a un’altra saga letteraria della Smith e porta sul piccolo sul piccolo schermo streghe e stregoni nel nuovo telefilm di Kevin Williamson.


All’inizio fu Samantha Stephens (Elizabeth Montgomery), in Vita da Strega, a esorcizzare l’immagine inquietante e misteriosa delle streghe, viste per lo più come vecchiette ingobbite, arcigne e perfide, col cappello a punta e la bacchetta di legno per fare incantesimi .
Poi fu il turno di
Sabrina vita da strega, in cui l’omonima protagonista era invece una teenager svampita e sognatrice impegnata però più a conquistare il ragazzo dei suoi desideri che a inventare magie e sortilegi.
Nel 1998, la palla passò ad
Aaron Spelling e alle sue sorelle Halliwell, Prue (Shannen Doherty) Piper (Holly Mary Combs) e Phoebe (Alyssa Milano), che nel celebre telefilm Streghe, cercavano in tutti i modi, e con fatica, di conciliare la magia con la vita quotidiana, trovandosi nel corso di otto stagioni di fronte a feroci demoni da sconfiggere e innocenti da salvare.
Rebecca Romijn, Katy Price e Jamie Ray Newman invece, nel 2009, interpretarono Cher, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer nella trasposizione sul piccolo schermo del celebre Le Streghe di Eastwick, senza conseguire però il successo sperato, e chiudendo prematuramente i battenti della serie dopo qualche episodio appena.
Streghe, vampiri, lupi mannari e alieni sono da sempre al centro di film e serie tv per l’enorme fascino che esercitano sugli spettatori.
Per risollevare i
teendrama dalla crisi d’identità in cui si sono imbattuti negli ultimi anni, Gossip Girl docet, la nuova moda è quella di infarcirli con l’elemento fantasy, strizzando l’occhio a Buffy – L’Ammazzavampiri, e andando a braccetto con telefilm di successo come The Vampire Diaries, Teen Wolf e molti altri ancora.
È il caso di
The Secret Circle, in onda sulla CW dal 16 settembre, nato da un’idea di Kevin Williamson e Andrew Miller e tratto, come i cugini vampiri, dai romanzi best seller di Lisa J. Smith, I Diari delle streghe.
Cassie Blake (
Britt Robertson), lascia la California dopo sedici anni e si trasferisce dalla nonna nella cittadina di origine di sua madre, deceduta in seguito a un insolito e misterioso incidente domestico.
Qui entra subito in contatto con un gruppo di suoi coetanei piuttosto anomali, poiché tutti in possesso di un potere sovrannaturale che li tiene apparentemente legati l’un l’altro. Figli di una precedente generazione di streghe e stregoni, i ragazzi fanno parte di un ristretto gruppo di eletti in grado di cambiare il corso degli eventi e interferire con i fenomeni naturali, alterando le condizioni atmosferiche e il normale corso degli eventi.
Andando più a fondo nella trama e superando il
Pilot, i primi nodi vengono al pettine e approfonditi successivamente in Bound che getta le basi per maggiori intrecci.
Il legame di Cassie con il resto dei membri del gruppo, Adam (
Thomas Dekker) su tutti con cui da subito sembra avere un’intesa inossidabile, è indispensabile per chiudere il cerchio di cui fanno parte, per diminuire l’intensità dei loro poteri e tenerli sotto controllo onde evitare spiacevoli incidenti di percorso o irreversibili imprevisti.
Grazie al libro degli incantesimi posseduto da Diana (
Shelley Henning), fidanzata di Adam nonché improbabile (vista la sua debolezza), leader del gruppo, i ragazzi riescono nel loro intento, nonostante la netta opposizione di Faye (Phoebe Tonkin), la cattiva di turno, spalleggiata dalla pressoché invisibile Melissa (Jessica Parker Kennedy), e dal bel tenebroso Nick (Louis Hunter).
Malgrado sia chiaro sin da subito lo schieramento, tre contro tre, i ragazzi si ritrovano strettamente collegati tra loro in seguito all’incantesimo, che se da un alto contribuisce a renderli più deboli se presi singolarmente, insieme li rende invece imbattibili.
Il triangolo amoroso tra Cassie, Adam e Diana, non lascia presagire nulla di buono, gettando subito le basi della più classica storia d’amore travagliata tra teenager, primo evidentissimo punto dolente della serie. Nonostante la trama s’intensifichi un po’ dal terzo episodio,
Loner, le premesse sono tutt’altro che positive e l’impressione iniziale non è certo delle migliori: i personaggi, a partire da Cassie, fino ad arrivare alla bad girl Faye, incarnano tutti i cliché possibili, visti già mille volte, e di conseguenza finiscono per non catturare l’attenzione dello spettatore.
Gli stereotipi ci sono tutti, lo sviluppo degli eventi è fin troppo prevedibile e la regia non aiuta affatto: risulta infatti troppo veloce, superficiale e per nulla focalizzata sui singoli personaggi.
Non ci sono sfaccettature né sfumature in
The Secret Circle: tutto procede in maniera scontata e a tratti anche un po’noiosa, priva di pathos e arricchita solo da qualche timido colpo di scena poco efficace. Il fatto che si punti su personaggi adulti sullo sfondo dei protagonisti, nel perfetto stile dei teendrama, nel contesto regge poco, perché anche questo dettaglio ormai sa troppo di visto e rivisto.
Per nulla convincente anche il cast, a partire purtroppo dalla Robertson, indiscutibilmente brava, ma ancora troppo acerba e troppo legata al personaggio che l’ha lanciata sul piccolo schermo: Lux, in Life Unexpected. Se a fare un incantesimo sia Cassie o Lux infatti, abbiamo difficoltà a distinguerlo: l’attrice sembra inchiodata al suo vecchio ruolo e poco incline a calarsi in altri personaggi, a causa forse dell’inesperienza.
Volutamente forzate invece le performance della Tonkin e di Hunter, eccessivamente marcati nelle espressioni facciali e meccanici nella recitazione, troppo pomposi per essere dei cattivi veri; quasi inespressive le attrici che prestano il volto a Diana e Melissa, e l’unico che merita a essere spronato è soltanto Dekker (John Connor in
Terminator: The Sarah Connor Chronicles e Zach in Heroes), forse il più adatto e plausibile nel ruolo che gli è stato affibbiato.
Notevole e convincente invece il cast “adulto”, che vede
Gale Harold (Hellcats, Desperate Housewives) nel ruolo del papà di Diana, Ashley Crow (Heroes) in quello della nonna di Cassie e Natasha Henstridge (Eli Stone) nei panni della madre di Faye.
Un seguito che sfiora i due milioni di spettatori a episodio, per ora dà ragione a Williamson e alla sua nuova serie, che per riuscire a sopravvivere dovrà però dimostrare di valere qualcosa in più di un semplice incantesimo o un’annacquata storia d’amore.
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