There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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mercoledì 2 aprile 2014

Girls: Two Plane Rides, recensione della season finale


CONTIENE SPOILER

E anche per quest’anno, Girls ci saluta. Per la terza volta, la season finale della stagione è dedicata alla coppia Hannah e Adam, per chiudere gli interrogativi lasciati aperti e lasciarci ancora una volta col fiato sospeso fino al prossimo anno.

Hannah riceve una notizia inaspettata: una scuola di scrittura creativa in Iowa ha accettato la sua richiesta d’iscrizione e presto, se vorrà, dovrà partire e lasciare New York per iniziare i corsi. A pochi minuti dalla prima a Broadway del Major Barbara, Adam viene a sapere della novità dalla stessa Hannah, insensibile di fronte alla reazione che lui potrebbe avere di fronte alla possibilità di un simile cambiamento. Inutile dire che, in seguito alla notizia, nonostante gli applausi in sala, la performance di Adam si rivela piuttosto sottotono rispetto alle prove. Questa, la goccia che fa traboccare il vaso: per Adam è troppo, meglio finirla qui, meglio interrompere la relazione. A fine serata, di ritorno a casa, la reazione di Hannah invece, è quella di stringere tra le mani la lettera della scuola dell’Iowa, con un sorriso sereno e soddisfatto sul volto.
Marnie confessa a Shosh di aver avuto una relazione con Ray, e ciò spinge la più giovane del gruppo, a confessare al ragazzo di rivolerlo indietro, di voler ricominciare con lui, dopo un anno trascorso distanti. Troppo tardi però, stavolta Ray è deciso a non tornare sui suoi passi. Duro colpo per Shosh, il secondo della giornata: poche ore prima, infatti, la notizia che non avrebbe potuto laurearsi in questo semestre.
Hannah Horvath e le sue mille sfaccettature.
Lei, che ogni giorno, dalla penna di Lena Dunham prende forme diverse.
Hannah così irritante, impertinente, esagerata.
Hannah egocentrica ed egoista, Hannah così vera.
Nel corso di tre stagioni l’abbiamo vista cambiare più volte, aprire il suo cuore all’amore, richiuderlo, riaprirlo. Tentarle tutte pur di sfondare nel mondo del lavoro, voltarsi indietro alla prima difficoltà per tornare con la coda tra le gambe al punto di partenza.
Perché Hannah è tutto questo: è una ragazza contradditoria, indisponente, piena di fragilità, nonostante tutto. Mai come in questa stagione l’abbiamo vista legata a qualcuno, mai così dipendente da un’altra persona, e fino all’ultimo momento, c’eravamo convinti che quella persona fosse Adam. Ma con Hannah è vero tutto e il contrario di tutto, e ancora una volta, in extremis, ha capovolto le nostre aspettative, ha spezzato il cuore dell’unica persona in grado di amarla totalmente, ed è tornata al punto di partenza.
Hannah ha scelto sé stessa, a dispetto di tutto e tutti e ha deciso di puntare tutto solo ed esclusivamente su di lei.
Difficilmente riusciremo a capire cosa avesse in mente la Dunham per il personaggio di Jessa in questa terza stagione, certo è che la scelta di lasciarla così tanto in disparte, anche nella season finale, ci ha convinti poco.
Che il personaggio interpretato da Jemima Kirke fosse un “outsider” tra le ragazze, lo sapevano già da un paio d’anni, ma la terza stagione ha trascurato fin troppo lo spazio dedicato a Jessa, sacrificando un potenziale su cui in molti sarebbero pronti a scommettere. Che Jessa sia il personaggio più controverso e antipatico della serie, non c’è alcun dubbio, che sia quello più interessante da sviluppare anche. Curioso che la sceneggiatrice le abbia dedicato così poco spazio, certo è che, per raccontare Hannah in tutte le sue sfaccettature, un taglio era necessario. Avremmo preferito che capitasse a Marnie, per quest’anno è andata così, non ci resta che sperare che la quarta stagione si concentri maggiormente su Jessa.
Shoshanna è rimasta in disparte per la maggior parte della stagione, saltando fuori però, sempre al momento giusto. Se in Beach House infatti, è riuscita a mettere a tacere le tre amiche in preda a una crisi isterica e a un litigio senza precedenti, in Role-Play è stata lei a prendere in mano le redini della vita di Jessa, per salvarla, in extremis, dalla droga.
È nella season finale però, che Shosh dà il meglio di sé stessa, proprio nel momento più difficile attraversato dal suo personaggio: dopo aver scoperto che non potrà laurearsi in questa sessione a causa di un esame arretrato, Marnie le racconta della sua storia con Ray. Ciò basta a scatenare in Shoshanna una susseguirsi di sentimenti contrastanti, che la spingono, alla fine, a dichiarare a Ray tutto il suo amore e la volontà, disperata, di tornare insieme con lui.
Poco importa in fondo, che Ray la respinga, ciò che conta è che, al termine di un anno bizzarro, trascorso tra storie di una notte e studio estenuante, Shosh stia tornando a essere la persona romantica, dolce e confusa che negli abbiamo imparato a conoscere e ad amare.
Consapevoli del fatto che con Hannah Horvath vale sempre tutto e il contrario di tutto, il dubbio maggiore resta proprio quello sulla scelta che prenderà in futuro. Sceglierà davvero di lasciare Adam a New York e trasferirsi in Iowa?
Di lasciarsi la sua vita e le sue amiche dietro le spalle per ricominciare daccapo in una nuova sconosciuta città? O per una volta ci stupirà e si rivelerà meno egoista del solito? 
Non ci resta che aspettare il prossimo anno per scoprirlo!

mercoledì 12 marzo 2014

Girls 3x09: a pochi episodi dal finale di stagione, "Flo" è il miglior episodio di quest'anno



Una puntata dedicata interamente ad Hannah e marginalmente anche ad Adam, irrompe senza intaccare minima il ritmo della serie.
Commovente e toccante, l’episodio racconta perfettamente tutte le implicazioni che, una situazione drammatica, riesce a far saltar fuori in una famiglia piuttosto travagliata.

Hannah corre al capezzale di sua nonna Flo, costretta in ospedale dopo essersi rotta un femore, e gravemente malata di polmonite. Lì, oltre a sua madre, trova le sue due zie e la cugina Rebecca. Ancora una volta, la protagonista si ritrova in una situazione grottesca in cui sentirsi un pesce fuor d’acqua è inevitabile. Il rapporto altalenante con sua madre e le sorelle e quello parecchio contraddittorio con la cugina Rebecca, non fanno che acuire l’insicurezza di Hannah, che riesce a trovare pace soltanto seduta al fianco della nonna, accarezzandole le mani lisce, guardandola negli occhi paciosi, tra rughe, sorrisi di circostanza e capelli bianchi.
Un giorno intero lontano da New York e da Adam, che ad Hannah sembra una vita intera. Costretta da sua madre a mentire alla nonna annunciandole che presto si sposerà, per potersi aggiudicare un anello di famiglia bramato dalla madre, Hannah si rende conto, ancora una volta, che no, lei non sarà così “da grande”. E anche quando Adam incontra finalmente sua madre, nei corridoi dell’ospedale, e Hannah resta sola con la donna ascoltando ancora una volta critiche sulla sua vita provata e consigli non richiesti, capisce che la strada da intraprendere in futuro, dovrà discostarsi parecchio da quella della sua famiglia.
Trascorsa la notte, la protagonista tira finalmente un sospiro di sollievo quando il peggio sembra passato e la nonna sembra definitivamente guarita. Riparte per New York, ma appena scesa alla Grand Central Station, un colpo al cuore quando, le giunge notizia della morte improvvisa di Flo.
Hannah contro tutti, Hannah diversa da tutti.
Ancora una volta, la nostra protagonista lascia il segno, indelebile, del suo passaggio.
Inarrestabile, capace di meravigliare e stupire ogni volta. Perché sì, quando la Horvath smette i panni “dell’antipatica”, riesce veramente a rivelarsi un personaggio meravigliosamente vero e magnetico.
Triste l’assenza di Marnie, l’amica più vicina ad Hannah, che in momento così delicato avrebbe dovuto essere al suo fianco. Fortuna che il vuoto lasciato dalla sua presenza in quest’occasione, sia stato perfettamente colmato da Adam.
Nei panni di Rebecca, l’antipatica cugina di Hannah, la giovane Sarah Steele, apparsa in alcune serie tv come Nurse Jackie, Blue Bloods, The Good Wife. Nel ruolo della nonna Flo, June Squibb, apparsa recentemente in Nebraska, grande successo cinematografico di Alexander Payne.
A tre episodi dalla fine della stagione, le sorti delle protagoniste cominciano a delinearsi sempre più: Jessa caduta di nuovo nel tunnel della cocaina, Shosh a un passo dal finire gli studi, Marnie decisa a dare una seria sferzata alla sua carriera lavorativa, Hannah in bilico tra problemi familiari e lavorativi. Nel prossimo episodio vedremo come le quattro ragazze reagiranno alle loro diverse situazioni personali.

domenica 19 gennaio 2014

Girls - recensione season 3 premiere - Females Only e Truth or Dare


L’attesa è finita, Hannah, Marnie, Shosh e Jessa sono tornate, pochi mesi dopo gli ultimi eventi, ognuna con nuove domande, perplessità e le consuete disavventure quotidiane che ci hanno fatto innamorare di loro.

La terza, attesissima stagione della serie di e con Lena Dunham, è stata trasmessa domenica 12 gennaio sulla HBO con una doppia premiere.
La storyline è ripartita alcuni di mesi dopo gli ultimi eventi che hanno travolto le protagoniste: Hannah (Lena Dunahm) e Adam (Adam Driver) vivono serenamente la loro storia d’amore, seppur tra gli altri e i bassi legati alla convivenza e Hannah sembra essersi definitivamente lasciata alle spalle i suoi problemi di salute. Marnie (Allison Williams) è invece costretta a inventarsi una nuova vita, dopo la rottura con Charlie, dopo aver perso l’ennesimo lavoro, vittima degli eventi, della confusione più totale e di una madre fin troppo presente e invadente. Shoshanna (Zosia Mamet), in procinto di laurearsi, ha iniziato a darsi alla “pazza gioia”, cominciando a frequentare un ragazzo dopo l’altro con l’obiettivo di esplorare fino in fondo il rapporto con l’altro sesso. Dopo un lungo silenzio, sono finalmente giunte notizie anche da Jessa (jemina Kirke), ricoverata in una clinica di rehab dalla quale, al termine del primo episodio, è riuscita a farsi cacciare, costringendo Hannah a intraprendere un lungo viaggio on the road per farsi riportare a casa.
L’emblematico di Adam continua a stupirci sempre di più.
La season finale della seconda stagione aveva già ampiamente contribuito a rivalutare il suo personaggio, deciso fino a fondo a tornare da Hannah per aiutarla a guarire dal suo disturbo ossessivo-compulsivo.
In un paio di occasioni nel corso della premiere (la cena a casa con Hannah e le sue amiche e il viaggio on the road) un lato caratteriale di Adam ancora sconosciuto al pubblico è emerso in maniera sempre più precisa. Il suo passato, la sua sensibilità nascosta sotto un’adolescenza travagliata, cominciano finalmente a venire fuori, confermando ancora una volta quanto, quello che forse è l’unico personaggio maschile degno di nota all’interno dello show, sia essenziale per lo show stesso.
La premiere della stagione ha lasciato poco spazio a Marnie. Salvo un breve intermezzo a lei dedicato nel primo episodio, nel secondo Truth or Dare, il suo personaggio è pressoché assente, complice anche la decisione di Hannah nel non coinvolgerla nel viaggio on the road per andare a recuperare Jessa.
Il rischio, quando si parla di Marnie, è che, trascurando alcuni aspetti del suo personaggio, per forza di cose questo possa apparire superficiale. Tra le quattro protagoniste, lei è senza dubbio quella più fragile e meno determinata e, senza una storyline strutturata, difficilmente riuscirà a prevalere rispetto ad Hannah o Jessa.
Guest star del primo episodio, Females Only, un volto noto del piccolo schermo, Danielle Brooks, nei panni di Laura, compagna di rehab di Jessa, nonché causa principale del suo allontanamento dalla clinica. Molti ricorderanno l’attrice nel ruolo di Tasha in Orange is the New Black, la serie trasmessa la scorsa estate su Netflix.
Difficile capire come e se Jessa riuscirà a reintegrarsi nel gruppo e a recuperare ancora una volta il suo rapporto con Hannah. In bilico tra un passato da dimenticare e un futuro da inventare, il presente di Jessa riserverà grandi sorprese e, conoscendo ormai il suo personaggio, ne vedremo senza dubbio delle belle.

Foto gallery e altre info su Movieplayer.it

lunedì 6 gennaio 2014

Midseason: il calendario delle serie tv di gennaio


Per molti di noi, appassionati di serie tv, questo gennaio 2014 rappresenta un mese ricco di interessanti series premiere e ripartenze altrettanto avvincenti. 
Il 1° gennaio ha portato con sé la terza, attesissima stagione di Sherlock, la serie di Moffat e Gatiss in onda sulla BBC One.
Tra le nuove serie in arrivo, le più intriganti sembrano senza dubbio Intelligence, True Detective ed Helix, mentre cresce intanto l'attesa per il ritorno di The Following, Shameless e Girls.

Di seguito, il calendario di gennaio delle novità, dei ritorni e delle ripartenze sui principali network americani.

6 Gennaio
Single Ladies (VH1, stagione 3)
Teen Wolf (MTV, stagione 3, pt.2)
Cracked (Reelzchannel, stagione 2)
Hostages (CBS, stagione 1, season finale)

7 Gennaio
Pretty Little Liars (ABC Family, stagione 4, pt.2)
Ravenswood (ABC Family, stagione 1, pt. 2)
Intelligence (CBS, series premiere)
Cougar Town (TBS, stagione 5)
Justified (FX, stagione 5)
Killer Women (ABC, series premiere)

8 Gennaio
Psych (USA, stagione 8)
Chicago PD (NBC, series premiere)

10 Gennaio
Banshee (Cinemax, stagione 2)
Helix (Syfy, series premiere)
Enlisted (Fox, series premiere) 

12 Gennaio
Girls (HBO stagione 3)
Shameless (Showtime, stagione 4)
True Detective (HBO, series premiere)
Episodes (Showtime, stagione 3)
House of Lies (Showtime, stagione 3)

13 Gennaio
Switched at Birth (ABC Family, stagione 3)
Being Human (Syfy, series premiere)
The Fosters (ABC Family, stagione 1, pt.2)
Archer (FX, stagione 5)
Chozen (FX, series premiere)
Lost Girl (Syfy, stagione 4)
Bitten (Syfy, series premiere)

15 Gennaio
Jim Rome (Showtime, stagione 3)
Melissa & Joey (ABC Family, stagione 3, pt.2)
Suburgatory (ABC, stagione 3)
Men at Work (TBS, stagione 3)
Baby Daddy (ABC Family, stagione 3)

16 Gennaio
Under the Gunn (Lifetime, series premiere)

17 Gennaio
Cold Justice (TNT, stagione 2)

19 Gennaio
Looking (HBO, series premiere)
The Following (Fox, stagione 2)

23 Gennaio
King of the Nerds (TBS, stagione 2)
Rake (Fox, series premiere)

25 Gennaio
Black Sails (Starz, series premiere)


lunedì 30 dicembre 2013

Un anno di serie Tv… in pillole!

La fine di dicembre, si sa, è tempo di bilanci e classifiche.
L’anno telefilmico che sta per volgere al termine, si è rivelato ricco di novità più o meno interessanti, finali di serie in alcuni casi epici, in altri deludenti, reboot, remake e spin off.
Sono proprio questi ultimi generi che, in voga già da alcuni anni, che continuano a invadere i network d’oltreoceano, dando l’impressione che le idee inizino a venir meno (nel 2013 abbiamo Bates Motel, Mistresses US, Ravenswood, solo per citare qualche esempio).
In certi casi, autori e produttori non sanno da dove attingere per creare nuovi prodotti e il rischio alla fine, è che alcuni show vengano scritti, girati e prodotti velocemente e, altrettanto velocemente vengano poi cancellati.
Siamo lontani dalla Golden Age dei telefilm, ed eccezion fatta per alcuni rari casi (Breaking Bad, The Walking Dead e Game of Thrones), siamo distanti anni luce da quell’anno così significativo, unico e indimenticabile che fu il 2004, l’anno di  Lost, di Desperate Housewives, di House MD.
Eppure, nonostante il calo qualitativo che in questi ultimi mesi ha investito l’universo delle serie tv, non mancano prodotti di qualità, più o meno significativi ma capaci di attirare a sé un buon seguito di pubblico, sia negli States che, di riflesso, in Italia (per il Regno Unito vi rimando a uno dei prossimi post: gli inglesi ormai sono fenomenali nello scrivere serie tv e meritano un capitolo a parte). È il caso di The Blacklist (NBC/Fox Crime), The Americans (FX/Fox), The Following (FOX/Premimum Crime/Sky Uno) o Arrow (CW/Premium Action).
Di seguito, un dettagliato e personalissimo recap dell’anno appena trascorso, con le serie tv che ho maggiormente apprezzato nel 2013, tra le migliori novità negli Usa e in Italia, le serie che anche quest’anno si sono confermate ottimi prodotti, le guilty pleasure, trash ma irrinunciabili e le series finale più significative dell’anno che stiamo per lasciarci alle spalle.



Master of Sex (Showtime/inedita in Italia)
Serie della Showtime inedita per ora in Italia, Masters Of Sex ha per protagonisti il ginecologo William Masters (Michael Sheen, Underworld, The Twilight Saga) e la ricercatrice Virginia Eshelman Johnson (Lizzy Caplan, Cloverfield, True Blood), i veri pionieri della rivoluzione sessuale americana.
La storia, ambientata nel 1956 in un comunissimo Central Medical Building di St.Louis (Missouri) racconta come i due personaggi al centro delle vicende, nell’arco di undici anni di attività, abbiano analizzato oltre diecimila atti sessuali compiuti da 700 individui (382 donne e 312 uomini) affetti dal problema definito “umana inadeguatezza sessuale”. Ispirata al romanzo di Thomas Meier, Masters Of Sex: The Life & Times Of William Masters And Virginia Johnson, The Couple Who Taught America How To Love, si è rivelata da subito una serie audace e originale, caratterizzata da una ricostruzione storica estremamente accurata e dettagliata e dai dialoghi corposi e ben strutturati, capace di analizzare una tematica seria e delicata in maniera esemplare.


Orange is the New Black (Netflix/inedita in italia)
Lo show targato Netflix, è un prodotto di altissima qualità, scritto, girato e strutturato in maniera esemplare. È la serie del 2013 con la S maiuscola.
Un piccolo gioiello sotto tutti i punti di vista, destinato (mi auguro) a durare parecchio tempo. Basato sul romanzo autobiografico di Piper Kerman, Orange Is the New Black: My Year in a Women's Prison, la serie creata da Jenji Kohan (Weeds) è una dramedy incredibilmente avvincente e accattivante.
La sensazione che si ha al termine di ogni episodio è di essere di fronte a una sceneggiatura encomiabile, e ogni volta non si vede l‘ora di scoprire cosa accadrà in futuro. Il legame tra la protagonista e lo spettatore s’instaura sin dai primi minuti, pregio che poche serie possono davvero vantare di avere: a metà strada tra il drama e la comedy, lo show di Kohan, alterna momenti di spiccata e amara ilarità ad altri molto più intensi e delicati, che indagano sulla psicologia di ogni singolo personaggio dando vita a un’incredibile storia corale dove ognuno è artefice del proprio destino.


The Michael J Fox Show (NBC/inedita in italia)
Se negli anni Ottanta avete adorato Michael J. Fox, questa è la serie che fa per voi, la comedy che ha segnato l’attesissimo ritorno in tv dell’attore di Ritorno al Futuro.
Come si può intuire dal titolo, The Michael J. Fox Show è una sorta di biografia dell’attore in cui non ci si limita a raccontare la malattia che lo ha colpito anni fa, ma descrive anche il punto di vista di chi vive questa condizione insieme a lui, ogni giorno: la sua famiglia.
Ideata da Sam Laybourne e scritta a quattro mani con lo sceneggiatore Alex Reid, la comedy si ispira alla vita di Michael per raccontare le vicissitudini di Mike Henry, ex giornalista newyorkese che decide di tornare in tv dopo aver smesso di condurre il suo show mesi prima a causa del Parkinson, incoraggiato dalla moglie Annie (Betsy Brandt di Breaking Bad), dai suoi tre figli e dalla sorella Leigh (Katie Finneran).
Attraverso un umorismo irriverente e a tratti cinico, Michael J. Fox mette in luce piccoli particolari della vita di un malato di Parkinson capaci di compromettere le più semplici azioni chiamate in gioco nella vita quotidiana, dall’aprire un barattolo di sottaceti fino a comporre il giusto numero telefonico sulla tastiera del telefono.
È una sitcom dal retrogusto amaro quella che ci troviamo di fronte, capace di farci sorridere di fronte a una malattia (The Big C docet), ma allo stesso tempo perfettamente in grado di fornirci spunti di riflessione e momenti commoventi.


Devious Maids (Lifetime/Fox Life)
Il 2013 ha rappresentato anche il ritorno di Marc Cherry, il creatore di Desperate Housewives, con una nuova serie tutta al femminile, stavolta senza casalinghe quanto piuttosto con le loro collaboratrici domestiche, e con lo stesso brio con cui anni fa era riuscito a conquistare il piccolo schermo.
Distante un bel po’ di chilometri da Wisteria Lane e dalle sue villette a schiera con i giardini perfettamente curati, lontano dalla classe medio-alta cui Gaby e compagnia bella ci avevano abituati, Cherry ci riprova, stavolta sulla rete via cavo Lifetime e qui in Italia su Fox Life, con una serie irriverente e ironica, dall’inconfondibile sapore latino. Prodotto da nostra signora Eva Longoria, Devious Maids è ispirato alla soap messicana Ellas son la Alegría del Hogar e vanta un cast di tutto rispetto, dove ritroviamo parecchi volti noti del piccolo schermo, da Ana Oriz (Ugly Betty) a Judy Reyes (Scrubs), da Roselyn Sanchez (Senza Traccia) a Dania Ramirez (Heroes). 


Nashville (Abc/Fox Life)
Rayna James (Connie Britton) e Juliette Barnes (Hayden Panettiere) sono le regine della musica country di Nashville e appartengono a due generazioni agli antipodi una dall’altra. Rayna è una cantautrice di sani principi e valori morali, ha due figlie, un marito e una carriera alle spalle che Juliette, adolescente viziata e catapultata sotto le luci della ribalta troppo in fretta, può solo sognare per ora. Sono due donne diversissime tra loro che però, volenti o nolenti, saranno costrette a intrecciare le loro strade per scelte imposte da manager, produttori ed etichette discografiche. Rayna e Juliette sono irresistibili, e come loro, lo sono tutti i personaggi che ruotano intorno a Nashville.
C’è la musica (country), c’è il romance, il bromance, ci sono intrighi, sotterfugi e tradimenti, storie d’amore, dialoghi ben scritti e curati e un regia frizzante e vagamente da soap. Nashville, seppur all’apparenza non lo direste mai, vi terrà incollati allo schermo a ogni episodio e perché no, ogni tanto riuscirà anche a farvi muovere le gambe al ritmo delle canzoni di Juliette e Rayna.


Breaking Bad (Amc/AXN)
Che dopo il finale di Breaking Bad, nulla sarebbe più stato come prima, lo sapevamo sin dall’inizio della quinta, inarrivabile stagione.
La serie di Vince Gillian è riuscita a riscrivere la storia della tv, come avvenne con Twin Peaks prima e con Lost poi.
Dopo aver assistito, il 29 settembre 2013, alla series finale dello show, molti di noi si sono subito resi conto che, almeno per il momento, nulla riuscirà più a emozionarci come prima. Né Walking Dead, né Game of Thrones o nessun’altra serie per un bel po’ di tempo forse.
Il merito di tutto ciò è senza dubbio uno script eccezionale sotto tutti gli aspetti, brillante, originale, magistrale. Ma alla sceneggiatura si sposa una regia favolosa, a tratti manieristica, lineare anche attraverso i flashback, magnetica, emozionante.
Un cast incredibile regala il valore aggiunto a uno show già di per sé perfetto: Bryan Cranston non ha più bisogno di aggettivi per essere descritto ormai, così come Aaron Paul, spalla e partner perfetto, alter ego ideale di Walt. Da Anna Gunn (Skyler) a Dean Norris (Hank), da Betsy Brandt (Marie) a RY Mitte (Walt JR), senza dimenticare Giancarlo Esposito (Gus) o Jonathan Banks (Mike) ogni personaggio ha contribuito a rendere lo show un capolavoro del piccolo schermo capace di mettere d’accordo pubblico e critica come nessuna serie fino a oggi era riuscita a fare negli ultimi anni.


Dexter (Showtime/Fox Crime/FX)
Dexter è tra quegli show che, negli ultimi anni, hanno senza dubbio segnato la storia del piccolo schermo. In netto declino dalla quinta stagione in avanti, la serie, giunta quest’anno al termine, ha tirato troppo la cinghia, e alla fine, l’ha spezzata.
Dex ha perso i suoi punti di forza, ha ceduto dal punto di vista dell’originalità e della sceneggiatura, dopo Trinity nessuno è riuscito più a imporsi come un vero e proprio “villain”. Lo stesso Dexter, cresciuto negli anni grazie anche ai suoi antagonisti, ha smesso di nutrire il suo “dark passenger”.
L’ematologo più famoso del piccolo schermo è diventato sempre più irriconoscibile agli occhi degli spettatori, sempre più debole, vulnerabile, sottotono. Si è trasformato in una persona “normale”, capace di provare emozione, passione, odio. Ciò che amavamo di lui erano la sua fermezza, la sua forza, il suo riuscire a essere sempre distaccato, disposto a tutto pur di non legarsi, disposto a tutto pur di punire “il cattivo”. Un personaggio e una serie che hanno lasciato un segno nel panorama delle serie tv degli ultimi anni e che, nonostante il deludente series finale di questo 2013, nonostante tutto, ci mancheranno per molto, molto tempo.


Shameless US (Showtime/Mya/La5)
Shameless US è uno dei prodotti più interessanti degli ultimi anni, una delle mie serie preferite in assoluto. In onda su Showtime, è il mix perfetto tra drama e comedy e racchiude tutte le caratteristiche tipiche dei due generi. Sagace, irriverente e ironica, nonché remake dell’omonima serie inglese, Shameless nasce da un’idea di Paul Abbot, autore e produttore esecutivo di entrambe le versioni, quella americana e quella del Regno Unito. Un’irresistibile dramedy, politicamente scorretta, anzi, scorrettissima, che può contare su un cast favoloso e su una sceneggiatura davvero convincente e ben scritta, contraddistinta da ottimi dialoghi e da battute sfrontate e sfacciate. 
La terza stagione trasmessa nel 2013, ha rappresentato un giro di boa nello script nella serie. Il 2013 è stato l’anno in cui Frank (William H. Macy), controverso capofamiglia della serie, ha mostrato al pubblico il suo vero io, intenso, “umano”, reale. Smessi i panni, solo per poco tempo, dell’alcolizzato scapestrato, Frank è tornato per un attimo nel ruolo di un vero padre, rivelando un lato di sé, ancora sconosciuto. La quarta stagione debutterà il prossimo 12 gennaio, e sono pronta a scommettere, ancora una volta, che riuscirà a commuoverci, a emozionarci, a farci sorridere ma soprattutto, a farci ridere delle disgrazie che spesso la vita ci mette davanti.


Girls (HBO/Mtv)
Il 2013 è stato anche l’anno che ha consacrato il talento di Lena Dunham, attrice, sceneggiatrice e regista di Girls (con il supporto di Judd Apatow), la serie in onda sulla HBO che negli ultimi due anni ha fatto incetta di premi e statuette.
Girls ha il pregio di portare, con prepotenza e fragilità, l’universo dei twenty-something newyorkesi, sul piccolo schermo. Attraverso un linguaggio a tratti crudo, a tratti irriverente, lo show si rivolge a un pubblico che ha la stessa età dei protagonisti ed è molto simile a essi più di quanto non creda: quei giovani smarriti, confusi, vulnerabili, che spesso si fermano a chiedersi “Where am I?”, “Dove sono?”.
La seconda stagione ha saputo legittimare il successo riscosso dalla prima grazie soprattutto a una sceneggiatura più realistica, introspettiva e intimista rispetto allo scorso anno. La Dunham ha superato sé stessa, è riuscita ad approfondire ogni singolo personaggio senza sacrificare la coralità della serie, senza trascurare i minimi dettagli. Nolita, Williamsburg, Brooklyn: in Girls c’è la New York che non ti aspetti, lontana da paillettes e lustrini, distante da Gossip Girl e Sex and the City, slegata dai soliti stereotipi e dai ripetitivi personaggi convenzionali.
La terza stagione verrà trasmessa, negli States, a partire dal 12 gennaio.


Siberia (NBC/inedita in Italia)
Siberia, show trasmesso a patire dal 1 luglio del 2013 sulla Nbc, è un esperimento interessante e ben scritto, a metà strada tra i reality show e le serie tv.
Sedici concorrenti sbarcano nell’incontaminata terra siberiana per partecipare a un reality inusuale, totalmente privo di regole e il loro obiettivo è sopravvivere fino alla fine dell’inverno, per aggiudicarsi il classico, ricco montepremi. 
Non ci sono televoti, giudici, o il pubblico sovrano a decidere da casa: l’importante qui è arrivare alla fine, stringere i denti, sopravvivere alle intemperie e tornare a casa con un bel bottino. Tutte le regole stilistiche dei reality show, in Siberia, vengono rispettate: la presenza dei cameramen, dei confessionali, delle prove da superare per ottenere in cambio ricompense necessarie alla sopravvivenza, e un bottone, pronto a essere schiacciato qualora si decidesse di abbandonare il gioco.
Non tutto però, andrà come teoricamente dovrebbe: strane presenze sembrano aggirarsi nella foresta circostante, una mole consistente di misteri aleggia nell’aria e una prepotente vena horror si insinua da subito nello show. Non lasciatevi distrarre dalla location, che paradossalmente in alcuni frame vi ricorderà Lost, non pensate al fallimentare The River, concentratevi semplicemente su questo telefilm, che dopo le prime puntate vi inchioderà al divano, rivoluzionando completamente le regole del reality. La prima, emozionante stagione si è conclusa a settembre e, noi fan della serie, stiamo ancora incrociando le dita affinché la NBC comunichi il rinnovo dello show che, visti gli esigui ascolti, rischia di non andare in onda per una season 2.

martedì 25 giugno 2013

Mistresses US: il ritorno di Alyssa Milano



Trovare serie godibili e appassionanti in questo particolare periodo dell’anno è particolarmente difficile. I finali di stagione ce li siamo lasciati alle spalle, negli States i network preannunciano già i prossimi palinsesti, e a parte “mostri sacri” come Dexter e Breaking Bad, l’attesa per una nuova serie spesso non soddisfa le nostre aspettative. 
Mentre i fan di Stephen King stanno ancora riflettendo se Under the Dome li soddisfi o meno e mentre gli appassionati di comedy si barcamenano tra le novità in onda (a breve le recensioni di tutti questi telefilm) vorrei concentrarmi su un’altra serie tutta al femminile, dopo che pochi giorni fa vi ho parlato di Devious Maids (il nuovo drama di Marc Cherry il “papà” di Desperate Housewives), oggi mi concentrerò su Mistresses US.
Quattro donne al centro del nuovo show della Abc, remake dell’omonima serie inglese del 2008, April (Rochelle Aytes), Savannah (Alyssa Milano), Josselyn (Jes Macallan) e Karen (Yunjin Kim), le nostre “mistresses” appunto, che letteralmente significa “amanti”.
Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere parecchie recensioni negative sulla serie di K.J. Steinberg (Gossip Girl, The Nine), molte sensate, altre a mio modesto parere no. 
Partiamo dal presupposto che non ci troviamo davanti a un "capolavoro", né tantomeno, come molti hanno evidenziato, di fronte all’erede di Desperate Housewives (vi svelo un segreto, quello non esisterà mai, proprio come con Lost).
Siamo di fronte a una serie che di originale ha senza dubbio poco e niente  ma che punta innanzitutto su un cast di tutto rispetto, per far breccia nel cuore dei fan: accanto alla Milano e alla Kim, indiscutibili punte di diamante del telefilm, altri volti noti del piccolo schermo fanno capolino nella storia, da Jason George (Grey’s Anatomy) a Gary “Warrick” Dourdan (CSI). 
In secondo luogo, l’appealing della maggior parte dei personaggi gioca un punto a favore della serie: affascinanti, appassionate, fragili, vulnerabili, le quattro protagoniste rispecchiano, per molti aspetti, parecchie donne di oggi.
Mamme single, donne in carriera, giovani irriverenti, amanti devote. Chiamatele pure “stereotipi” se volete, ma non fermatevi lì e cercate di andare oltre. 
Sotto la superficie, c’è qualcosa di più. 
Ve ne accorgerete soffermandovi per esempio su ognuno dei personaggi, che seppur non innovativi sono senza ombra di dubbio ben strutturati e ben raccontati.
Non vi basta? Proviamo ad andare più a fondo: tradimenti, segreti inconfessabili,  proposte indecenti, compromessi, bugie. Questi e molti altri argomenti al centro delle storyline che si intrecciano nel corso di ogni episodio, rappresentano sì stereotipi già visti e rivisti in parecchi telefilm, ma non sono gli stereotipi che in fondo ci uniscono, ci accomunano e fanno sì che tra gli individui si creino dei legami più o meno profondi?
I problemi di Savi, Joss, Karen e April sono i problemi di molte donne di oggi e di ieri, e in futuro continuerà a essere così, perché siamo complicate e abbiamo accanto noi uomini ancor più complicati.
Non fraintendetemi però: Mistresses non è affatto una serie sdolcinata, stucchevole o melensa, perché il sesso, ancora una volta, è al centro di tutto. Più passionale che crudo come quello visto in Girls, più torbido, sensuale e bollente.
Il pubblico maschile sarà felice di ritrovare una Alyssa Milano in splendida forma nonostante i chiletti di troppo, o le gambe chilometriche della Macallan, e quello femminile non esiterà a rifarsi gli occhi con l’aitante Jason George (povera Miranda Bailey).
Se avete tempo libero, o in una calda serata estiva non sapete cosa guardare, Mistresses US è la scelta giusta: sexy, ironico e poco impegnativo.
Un peccato di gola insomma. Quasi irrinunciabile.