There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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lunedì 19 novembre 2012

Parola d'ordine: emozionare



Alcune serie tv riescono a toccare le corde giuste, a emozionarci e coinvolgerci a tal punto, da far sì che i personaggi diventino parte del nostro mondo.
Altre serie tv hanno un ulteriore pregio: la capacità di spingersi oltre e raggiungere i punti più intimi e profondi dello spettatore e instaurare con esso un rapporto unico, destinato a durare nel tempo.
È il caso di Parenthood, la serie di Jason Katims in onda da quattro anni sulla Nbc e stracult di questa settimana.
Non è la prima volta che parliamo dello show che ha per protagonista la famiglia Braverman, composta da attori del calibro di Lauren Graham, Peter Krause e Monica Potter, solo per citarne alcuni.
Perché sì, i protagonisti di questo family drama, meriterebbero di essere citati uno a uno, dal più piccolo Tyree Brown, al più attempato, Craig T. Nelson, passando per i giovanissimi Mae Whitman e Miles Heizer, fino a Erika Christensen o Bonnie Bedelia.
Partendo sin dall’inizio con un potenziale da far invidia ad altre pietre miliari del drama familiare, come Brothers & Sisters o Desperate Housewives per certi versi, Parenthood in questi anni è riuscito se possibile, anche a superarsi.
Ha saputo andare aldilà del romanzo narrativo corale, dando spazio gradualmente e senza mai annoiare, alle storie dei singoli, scandagliando e approfondendo la psicologia di ciascun personaggio, senza trascurarne nessuno e focalizzando l’attenzione su particolari mai banali o trascurabili, ma ogni volta fondamentali e significativi ai fini della storyline generale.
Ed è proprio questa l’arma vincente della serie di Katims, la capacità di portare in scena il quotidiano di ogni piccolo ramo della famiglia Braverman, che episodio dopo episodio, contribuisce a creare un albero solido e robusto, rappresentato da una famiglia alla quale ognuno di noi, tutto sommato, vorrebbe appartenere.


Ci sono poi altre serie tv che, dopo molti anni, riescono sì ancora a emozionare, ma non come una volta.
Alcuni telefilm, nel corso degli anni, hanno perso il brio che avevano all’inizio, le storie hanno cominciato a farsi via via ripetitive e prevedibili, e le lacrime, quelle vere e sincere, riaffiorano sul volto dello spettatore solo di fronte a una delle innumerevoli tragedie nel plot.
È il caso per esempio di Grey’s Anatomy che ha inaugurato la
la nona (e onestamente si spera ultima) stagione con una serie di episodi dolorosi e difficili, che spesso ci hanno lasciato con un sapore amaro in bocca e fiumi di lacrime da asciugare.
Questa prima parte di stagione ha convinto meno del solito tanto il pubblico quanto la critica, e le scelte di Shonda Rhimes appaiono ormai azzardate e in alcuni passaggi troppo forzate.
Troppo dolore, troppa sofferenza, così troppa da trasformarsi, paradossalmente, in banalità.
Ciascun personaggio ha una cicatrice più o meno profonda da rimarginare, ognuno una tragedia da superare (l’ennesima), e le lacrime, sotto alcuni punti di vista, iniziano a diventare troppe. Siamo pur sempre di fronte a una serie tv, e non per forza dobbiamo ridurre tutto a un cumulo di kleenex accanto al divano. Alcune serie, dovrebbero aver la capacità di commuovere ed emozionare non soltanto per la dipartita di un personaggio, quanto piuttosto per quei piccoli dettagli riscontrabili anche nel nostro quotidiano, ed è proprio qui che la Rhimes cade, dove invece Katims, riesce a meraviglia. 

sabato 7 gennaio 2012

Serie top e serie flop: Parenthood e Dexter

Stracult e Stracotti …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl su Telefilm Cult!




Giunto a metà della terza stagione indenne e senza aver perso colpi, Parenthood, la serie firmata Jason Katims (Friday Night Lights) merita questa settimana un posto d’onore negli Stracult, in vista soprattutto della crisi attraversata dal family drama, Desperate Housewives docet. Stabile sugli oltre cinque milioni di spettatori, risultato ottimo per un network come la Nbc, la saga dei Braverman che conta tra i suoi protagonisti attori eccellenti come Peter Krause, Lauren Graham e Monica Potter, piace al pubblico perché racconta con delicatezza e intensità, gioie e dolori della moderna famiglia americana, dando vita a una storia corale ricca di spunti interessanti. Rilettura contemporanea dell’omonimo film diretto da Ron Howard nel 1989, Parenthood conta su una sceneggiatura forte e ben strutturata, un cast invidiabile e una regia impeccabile, elementi che uniti insieme, lo rendono una delle migliori prime time novel della tv d’oltreoceano.

In cuor mio non mi sarei mai aspettata di scriverlo, tantomeno di pensarlo, ma il momento è arrivato anche per una delle tre migliori serie realizzate negli ultimi anni: Dexter, la cui sesta stagione appena conclusa, finisce purtroppo nella categoria Stracotti. Per lo show interpretato dall’incredibile Michael C. Hall, una piccola battuta d’arresto, dovuta più che altro all’altissimo livello qualitativo cui ci ha abituato dalla prima stagione a oggi, che quest’anno è venuto meno, vuoi per la troppa carne al fuoco nelle storyline secondarie, vuoi per un killer (Colin Hanks) per nulla all’altezza di Trinity e dei suoi predecessori.
Una sceneggiatura a tratti approssimativa e a tratti confusa, non rende onore a uno dei migliori personaggi del piccolo schermo, nonostante le interessanti premesse: l’ennesimo confronto tra uomo di fede e uomo di scienza, tema già affrontato in diverse salse anche in altre serie tv, da Lost a The Walking Dead, aveva gettato le basi a una stagione introspettiva e riflessiva, risolta invece troppo velocemente.
Un anno di transizione, in cui lo stesso Hall appare sottotono e meno brillante del solito, ma ugualmente convincente nel dare voce e anima al suo personaggio che nonostante tutto riesce a risultare intenso e convincente anche in piena crisi del “sesto anno”. Armiamoci quindi di speranza e ottimismo e auguriamoci che la prossima stagione per l’ematologo più controverso della storia, possa essere quella della rinascita.

domenica 13 novembre 2011

Parenthood: la seconda stagione arriva finalmente in Italia


Per tutti gli appassionati di family drama dal 13 novembre, sul canale Joi di Mediaset Premium, i nuovi esclusivi episodi di Parenthood, la splendida serie che ha per protagonisti Peter Krause e Laren Graham.


I Braverman, famiglia strana, complicata: calorosi, istintivi, un po’ invadenti. Affettuosi, estroversi e caparbi, chi più, chi meno. Facile affezionarsi ai loro, difficile quasi farne a meno.
Perché le loro storie, emozionanti e vere come poche altre, toccano le corde dell’anima, riescono a commuoverci e coinvolgerci nelle disavventure e nelle gioie di tutti i giorni.
Perché guardando Parenthood, anche noi ci sentiamo parte di quella grande e a volte stramba famiglia, proiettiamo su noi stessi i loro drammi ed esultiamo con loro a ogni traguardo raggiunto.
Li avevamo lasciati, al termine della prima stagione, in bilico tra gioie e dolori, a barcamenarsi tra i problemi dei più piccoli, adolescenti turbolenti e un po’ scapestrati, e quelli dei più grandi, donne e uomini spesso in conflitto con la vita e i problemi che questa gli pone davanti.
Tratta dall’omonimo film diretto da Ron Howard nel 1989, la serie nasce da un’idea di Jason Katims (Roswell, Boston Public, Friday Night Lights) e come punti di forza vanta un cast eccellente (Peter Krause, Lauren Graham, Craig T. Nelson, per citarne alcuni) e una sceneggiatura ben strutturata ed estremamente curata, una fortunata scelta autoriale che rende il telefilm una delle migliori prime time novel degli ultimi anni.
Si sente poco parlare di Parenthood, troppo poco, soprattutto in Italia, nonostante l’ottimo successo riscontrato negli States, dove ogni episodio, trasmesso dalla Nbc, è seguito da circa 6 milioni di spettatori ogni settimana. E allo stesso tempo, non è semplice parlare di questa serie, poiché si rischia di cadere nella retorica, di risultare banali e di non rendergli affatto giustizia. Non è il classico family drama cui siamo abituati, non è incline al semplice trionfo dei buoni sentimenti dai risvolti disneyani, ma anzi, con il giusto occhio critico e una minuziosa osservazione della società contemporanea, affronta tematiche complesse e allo stesso tempo comuni, senza scadere mai nella banalità. E certo i Braverman non saranno gli strampalati Gallagher di Shameless, ma riescono comunque a far ridere quando ce n’è bisogno e a commuovere senza mai oltrepassare il limite.
Se la prima stagione era servita più che altro a scattare una fotografia d’insieme, la seconda è utile invece a scavare più a fondo in ogni singolo, a mettere in evidenza i difetti e i pregi dei protagonisti, le loro fragilità, i loro punti deboli.
Al centro della maggior parte delle storyline, ancora una volta, il maggiore dei quattro fratelli, Adam (Peter Krause), il più coscienzioso, il più concreto, quello meno incline a commettere errori. Eppure è proprio lui, ora, quello più in crisi, costretto a badare ai problemi di tutti, sempre attento a non far gravare i suoi di problemi, sulle spalle degli altri, perché Adam non chiede aiuto, Adam risolve tutto da sé, sempre. Un carattere forte, un cuore grande e un’infinita pazienza, fanno di lui il vero “capofamiglia”, nonostante la figura autoritaria e forte di suo padre Zeek (Craig T. Nelson ). In costante conflitto con il figlio Max (Max Burkholder) affetto dalla sindrome di Asperger e con la primogenita Haddie (Sarah Ramos), alle prese con i classici problemi dei teenager, tra problemi amorosi e porte sbattute in faccia a ogni litigio, Adam può contare però sul valido aiuto della moglie Cristina (Monica Potter), nei piccoli problemi quotidiani che metteranno a dura prova la stabilità della loro famiglia, soprattutto a metà stagione, a partire dall’episodio 11, Damage Control, che li vedrà coinvolti in una decisione sofferta e difficile.
Ben avvezza ai problemi degli adolescenti in crisi, anche la secondogenita dei Braverman, Sarah (la Graham): una trentaseienne con poca autostima, madre single di due teenager, Amber (Mae Whitman) e Drew (Miles Heizer), donna fragile ed emotiva, perennemente insicura ma estremamente estroversa, è abituata a cavarsela da sola in ogni situazione e incline a nascondere le proprie emozioni e paure per non allarmare le persone a lei care. Questa stagione la vede protagonista più di altri, poiché rappresenta un importante momento di transizione nella sua vita, una fase di passaggio necessaria per lei, per andare avanti e non restare ancorata ai suoi fallimenti e al suo passato. Molti ostacoli per Sarah, a livello professionale, personale, familiare: due figli da crescere da sola, le difficoltà al lavoro, il ritorno improvviso e inaspettato dell’ex marito (in Just Go Home), una chance concreta per realizzare uno dei suoi più grandi sogni. Ancora una volta Sarah sarà messa a dura prova, e anche se ogni tanto verrà a mancarle la forza, troverà sempre un modo per riemergere a testa alta da situazioni spiacevoli e ostiche. Al suo fianco nei momenti critici, la sorella Julia (Erika Christensen), avvocato brillante, madre incompresa. Forte del suo rapporto col marito Joel (Sam Jaeger), Julia sta però attraversando un periodo critico della sua vita, incapace di instaurare un legame solido con la figlia Sydney (Savannah Paige Rae), che trascura per gli incessanti impegni di lavoro e la triste scoperta di non poter più avere figli (in Taking the Leap), notizia che la turberà notevolmente, distruggendo in mille pezzi il suo sogno di costruire con Joel una famiglia felice e numerosa.
Ultimo, ma non per questo meno importante, Crosby (Dax Shepard), il quarto dei fratelli, la pecora nera, l’anima rock della famiglia Braverman, quello che in sostanza “canta fuori dal coro”. Impossibile non affezionarsi a lui, impossibile non perdonargli qualsiasi errore. Inevitabile fare il tifo per lui, a ogni battaglia persa, a ogni caduta. Perché sì, Crosby sbaglia, forse insieme a Sarah, è quello che sbaglia più di tutti in questa grande famiglia, ma è anche l’unico che riesce a farsi un esame di coscienza all’occorrenza, l’unico capace di chiedere “scusa”, umilmente, con il cuore. È il personaggio dalle mille sfaccettature, quello che fa due passi avanti per poi farne cinque indietro, lo stesso che con fatica riesce a conquistare la donna che ama, Jasmine (Joy Bryant), per poi disintegrare il loro rapporto a causa di una scappatella di poco conto (Amazing Andy and His Wonderful World of Bugs). Crosby delude tutti, anche se stesso, ma non si arrende mai, e cerca sempre il modo di salvare la situazione, anche se è inutile provarci, anche se è troppo tardi. Lui ci prova, e spesso ci riesce, ed è per questo che non si può non parteggiare per lui.
Negli States Parenthood è giunto ormai a metà terza stagione, qui in Italia invece, potremmo assistere alla season première della seconda, dal titolo I Hear You, I See You, domenica 13 novembre su Joi. Segnate la data sul calendario, e non perdete l’appuntamento: una volta entrati in casa Braverman, non vorrete più uscirne.

Per info, photogallery e altro ancora, clicca su Movieplayer.it!

sabato 8 maggio 2010

Parenthood: la famiglia di oggi, tra gioie e dolori

Arriva il nuovo family drama targato NBC presentato durante la prima giornata del telefilm Festival 2010. Qualche anticipazione in anteprima, in attesa del debutto italiano, previsto per il prossimo autunno su Joi


Nonostante il calo degli ascolti nelle serie "formato famiglia" come Desperate Housewives e Brothers & Sisters, il family drama sopravvive e continua a riservarci grandi sorprese. Ne è un esempio lampante il nuovo show della NBC,Parenthood, in onda negli States già dal 2 marzo, e pronto a sbarcare anche in Italia fra pochi mesi, sul canale Joi di Mediaset Premium.
Prodotta da Image Television, NBC Universal, Network TV e Universal Media Studios, la serie di Jason Katims, produttore e regista di Friday Night Lights, è stata presentata durante la prima giornata del Telefilm Festival 2010 con la proiezione dei primi due episodi, il pilot e Man Versus Possum, diretti rispettivamente daThomas Schlamme (Studio 60 on the Sunset Strip, Sports Night) eLawrence Trilling (Felicity, Scrubs e Pushing Daisies).

Caratterizzato da una sceneggiatura impeccabile, un cast eccezionale e tematiche sempre attuali, lo show si ispira al film del 1989 di Ron Howard, Parenti, amici e tanti guai, proponendone una rilettura contemporanea, ricca di spunti interessanti. La storia, corale e coinvolgente, racconta le vicissitudini dei Braverman, analizzando gioie e dolori della moderna famiglia americana, attraverso le storie di quattro fratelli, Adam, Crosby, Sarah e Julia, e dei loro rispettivi nuclei familiari.
Nel ruolo del fratello maggiore Adam, troviamo il bravissimo Peter Krause, il Nate Fisher di Six Feet Under, che dopo averci conquistato col personaggio di Nick George inDirty Sexy Money, torna a stregarci dando ulteriore prova, semmai ce ne fosse bisogno, della sua innata capacità di calarsi in ruoli sempre diversi. Felicemente sposato da molti anni con Kristina (Monica Potter, già vista in Boston Legal), Adam ha due figli: la dolce Haddie (Sarah Ramos), un'adolescente educata e diligente, e il fragile Max (Max Burkholder), affetto dalla sindrome di Asperger, una rara forma di autismo. L'unione forte e indistruttibile tra i due coniugi, li porta ad affrontare la malattia del loro secondogenito con maturità e forza d'animo, seppur con qualche iniziale difficoltà.
A sostenere la coppia, la più piccola di casa Braverman, Julia, interpretata da Erika Christensen (la Mae di Six Degrees), avvocato di successo, mamma e moglie in crisi. Oberata dal lavoro, Julia trascura visibilmente il marito Joel (Sam Jaeger, Eli Stone), "casalingo disperato", e la piccola Sydney, con la quale non riesce ad avere un normale rapporto madre-figlia a causa del troppo lavoro che la tiene spesso lontana dal focolare domestico. Cresciuta per lo più in compagnia di suo padre, Sydney preferisce lui a Julia e tende spesso a respingerla, gettandola in pasto ai sensi di colpa. Caparbia e tenace, la giovane mamma prova comunque a ritagliarsi uno spazio da deicare alla sua famiglia, per evitare una frattura incolmabile e recuperare il tempo perduto, fermandosi di sovente a riflettere sugli errori commessi in passato.

Come lei, anche Sarah sta attraversando un momento delicato: madre single di due teenager, Amber (Mae Whitman) e Drew (Miles Heizer), la trentaquattrenne è costretta a tornare a vivere con i genitori dopo il divorzio con un marito musicista e inaffidabile, sommersa dai debiti e incapace di riemergere da un periodo faticoso e devastante. A dare il volto a Sarah, uno dei personaggi più interessanti e coinvolgenti della serie, nientemeno che Lauren Graham, la Lorelai Gilmore di Una mamma per amica, che torna sul piccolo schermo dopo una lunga assenza, in un ruolo che le è profondamente familiare. Le somiglianze con Lorelai sono evidenti sin dai primi minuti: impacciata, ironica, insicura e carismatica, Sarah conquista subito col suo carattere ingenuo e frizzante, catturando lo spettatore, inerme di fronte a un simile ritorno di fiamma. Ci ritroviamo così di fronte a una nuova Lorelai, senza Rory magari, ma con gli stessi pregi e difetti a cui siamo abituati, e risulta impossibile non affezionarsi subito a Sarah e alle sue disavventure...
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