There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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lunedì 30 dicembre 2013

Un anno di serie Tv… in pillole!

La fine di dicembre, si sa, è tempo di bilanci e classifiche.
L’anno telefilmico che sta per volgere al termine, si è rivelato ricco di novità più o meno interessanti, finali di serie in alcuni casi epici, in altri deludenti, reboot, remake e spin off.
Sono proprio questi ultimi generi che, in voga già da alcuni anni, che continuano a invadere i network d’oltreoceano, dando l’impressione che le idee inizino a venir meno (nel 2013 abbiamo Bates Motel, Mistresses US, Ravenswood, solo per citare qualche esempio).
In certi casi, autori e produttori non sanno da dove attingere per creare nuovi prodotti e il rischio alla fine, è che alcuni show vengano scritti, girati e prodotti velocemente e, altrettanto velocemente vengano poi cancellati.
Siamo lontani dalla Golden Age dei telefilm, ed eccezion fatta per alcuni rari casi (Breaking Bad, The Walking Dead e Game of Thrones), siamo distanti anni luce da quell’anno così significativo, unico e indimenticabile che fu il 2004, l’anno di  Lost, di Desperate Housewives, di House MD.
Eppure, nonostante il calo qualitativo che in questi ultimi mesi ha investito l’universo delle serie tv, non mancano prodotti di qualità, più o meno significativi ma capaci di attirare a sé un buon seguito di pubblico, sia negli States che, di riflesso, in Italia (per il Regno Unito vi rimando a uno dei prossimi post: gli inglesi ormai sono fenomenali nello scrivere serie tv e meritano un capitolo a parte). È il caso di The Blacklist (NBC/Fox Crime), The Americans (FX/Fox), The Following (FOX/Premimum Crime/Sky Uno) o Arrow (CW/Premium Action).
Di seguito, un dettagliato e personalissimo recap dell’anno appena trascorso, con le serie tv che ho maggiormente apprezzato nel 2013, tra le migliori novità negli Usa e in Italia, le serie che anche quest’anno si sono confermate ottimi prodotti, le guilty pleasure, trash ma irrinunciabili e le series finale più significative dell’anno che stiamo per lasciarci alle spalle.



Master of Sex (Showtime/inedita in Italia)
Serie della Showtime inedita per ora in Italia, Masters Of Sex ha per protagonisti il ginecologo William Masters (Michael Sheen, Underworld, The Twilight Saga) e la ricercatrice Virginia Eshelman Johnson (Lizzy Caplan, Cloverfield, True Blood), i veri pionieri della rivoluzione sessuale americana.
La storia, ambientata nel 1956 in un comunissimo Central Medical Building di St.Louis (Missouri) racconta come i due personaggi al centro delle vicende, nell’arco di undici anni di attività, abbiano analizzato oltre diecimila atti sessuali compiuti da 700 individui (382 donne e 312 uomini) affetti dal problema definito “umana inadeguatezza sessuale”. Ispirata al romanzo di Thomas Meier, Masters Of Sex: The Life & Times Of William Masters And Virginia Johnson, The Couple Who Taught America How To Love, si è rivelata da subito una serie audace e originale, caratterizzata da una ricostruzione storica estremamente accurata e dettagliata e dai dialoghi corposi e ben strutturati, capace di analizzare una tematica seria e delicata in maniera esemplare.


Orange is the New Black (Netflix/inedita in italia)
Lo show targato Netflix, è un prodotto di altissima qualità, scritto, girato e strutturato in maniera esemplare. È la serie del 2013 con la S maiuscola.
Un piccolo gioiello sotto tutti i punti di vista, destinato (mi auguro) a durare parecchio tempo. Basato sul romanzo autobiografico di Piper Kerman, Orange Is the New Black: My Year in a Women's Prison, la serie creata da Jenji Kohan (Weeds) è una dramedy incredibilmente avvincente e accattivante.
La sensazione che si ha al termine di ogni episodio è di essere di fronte a una sceneggiatura encomiabile, e ogni volta non si vede l‘ora di scoprire cosa accadrà in futuro. Il legame tra la protagonista e lo spettatore s’instaura sin dai primi minuti, pregio che poche serie possono davvero vantare di avere: a metà strada tra il drama e la comedy, lo show di Kohan, alterna momenti di spiccata e amara ilarità ad altri molto più intensi e delicati, che indagano sulla psicologia di ogni singolo personaggio dando vita a un’incredibile storia corale dove ognuno è artefice del proprio destino.


The Michael J Fox Show (NBC/inedita in italia)
Se negli anni Ottanta avete adorato Michael J. Fox, questa è la serie che fa per voi, la comedy che ha segnato l’attesissimo ritorno in tv dell’attore di Ritorno al Futuro.
Come si può intuire dal titolo, The Michael J. Fox Show è una sorta di biografia dell’attore in cui non ci si limita a raccontare la malattia che lo ha colpito anni fa, ma descrive anche il punto di vista di chi vive questa condizione insieme a lui, ogni giorno: la sua famiglia.
Ideata da Sam Laybourne e scritta a quattro mani con lo sceneggiatore Alex Reid, la comedy si ispira alla vita di Michael per raccontare le vicissitudini di Mike Henry, ex giornalista newyorkese che decide di tornare in tv dopo aver smesso di condurre il suo show mesi prima a causa del Parkinson, incoraggiato dalla moglie Annie (Betsy Brandt di Breaking Bad), dai suoi tre figli e dalla sorella Leigh (Katie Finneran).
Attraverso un umorismo irriverente e a tratti cinico, Michael J. Fox mette in luce piccoli particolari della vita di un malato di Parkinson capaci di compromettere le più semplici azioni chiamate in gioco nella vita quotidiana, dall’aprire un barattolo di sottaceti fino a comporre il giusto numero telefonico sulla tastiera del telefono.
È una sitcom dal retrogusto amaro quella che ci troviamo di fronte, capace di farci sorridere di fronte a una malattia (The Big C docet), ma allo stesso tempo perfettamente in grado di fornirci spunti di riflessione e momenti commoventi.


Devious Maids (Lifetime/Fox Life)
Il 2013 ha rappresentato anche il ritorno di Marc Cherry, il creatore di Desperate Housewives, con una nuova serie tutta al femminile, stavolta senza casalinghe quanto piuttosto con le loro collaboratrici domestiche, e con lo stesso brio con cui anni fa era riuscito a conquistare il piccolo schermo.
Distante un bel po’ di chilometri da Wisteria Lane e dalle sue villette a schiera con i giardini perfettamente curati, lontano dalla classe medio-alta cui Gaby e compagnia bella ci avevano abituati, Cherry ci riprova, stavolta sulla rete via cavo Lifetime e qui in Italia su Fox Life, con una serie irriverente e ironica, dall’inconfondibile sapore latino. Prodotto da nostra signora Eva Longoria, Devious Maids è ispirato alla soap messicana Ellas son la Alegría del Hogar e vanta un cast di tutto rispetto, dove ritroviamo parecchi volti noti del piccolo schermo, da Ana Oriz (Ugly Betty) a Judy Reyes (Scrubs), da Roselyn Sanchez (Senza Traccia) a Dania Ramirez (Heroes). 


Nashville (Abc/Fox Life)
Rayna James (Connie Britton) e Juliette Barnes (Hayden Panettiere) sono le regine della musica country di Nashville e appartengono a due generazioni agli antipodi una dall’altra. Rayna è una cantautrice di sani principi e valori morali, ha due figlie, un marito e una carriera alle spalle che Juliette, adolescente viziata e catapultata sotto le luci della ribalta troppo in fretta, può solo sognare per ora. Sono due donne diversissime tra loro che però, volenti o nolenti, saranno costrette a intrecciare le loro strade per scelte imposte da manager, produttori ed etichette discografiche. Rayna e Juliette sono irresistibili, e come loro, lo sono tutti i personaggi che ruotano intorno a Nashville.
C’è la musica (country), c’è il romance, il bromance, ci sono intrighi, sotterfugi e tradimenti, storie d’amore, dialoghi ben scritti e curati e un regia frizzante e vagamente da soap. Nashville, seppur all’apparenza non lo direste mai, vi terrà incollati allo schermo a ogni episodio e perché no, ogni tanto riuscirà anche a farvi muovere le gambe al ritmo delle canzoni di Juliette e Rayna.


Breaking Bad (Amc/AXN)
Che dopo il finale di Breaking Bad, nulla sarebbe più stato come prima, lo sapevamo sin dall’inizio della quinta, inarrivabile stagione.
La serie di Vince Gillian è riuscita a riscrivere la storia della tv, come avvenne con Twin Peaks prima e con Lost poi.
Dopo aver assistito, il 29 settembre 2013, alla series finale dello show, molti di noi si sono subito resi conto che, almeno per il momento, nulla riuscirà più a emozionarci come prima. Né Walking Dead, né Game of Thrones o nessun’altra serie per un bel po’ di tempo forse.
Il merito di tutto ciò è senza dubbio uno script eccezionale sotto tutti gli aspetti, brillante, originale, magistrale. Ma alla sceneggiatura si sposa una regia favolosa, a tratti manieristica, lineare anche attraverso i flashback, magnetica, emozionante.
Un cast incredibile regala il valore aggiunto a uno show già di per sé perfetto: Bryan Cranston non ha più bisogno di aggettivi per essere descritto ormai, così come Aaron Paul, spalla e partner perfetto, alter ego ideale di Walt. Da Anna Gunn (Skyler) a Dean Norris (Hank), da Betsy Brandt (Marie) a RY Mitte (Walt JR), senza dimenticare Giancarlo Esposito (Gus) o Jonathan Banks (Mike) ogni personaggio ha contribuito a rendere lo show un capolavoro del piccolo schermo capace di mettere d’accordo pubblico e critica come nessuna serie fino a oggi era riuscita a fare negli ultimi anni.


Dexter (Showtime/Fox Crime/FX)
Dexter è tra quegli show che, negli ultimi anni, hanno senza dubbio segnato la storia del piccolo schermo. In netto declino dalla quinta stagione in avanti, la serie, giunta quest’anno al termine, ha tirato troppo la cinghia, e alla fine, l’ha spezzata.
Dex ha perso i suoi punti di forza, ha ceduto dal punto di vista dell’originalità e della sceneggiatura, dopo Trinity nessuno è riuscito più a imporsi come un vero e proprio “villain”. Lo stesso Dexter, cresciuto negli anni grazie anche ai suoi antagonisti, ha smesso di nutrire il suo “dark passenger”.
L’ematologo più famoso del piccolo schermo è diventato sempre più irriconoscibile agli occhi degli spettatori, sempre più debole, vulnerabile, sottotono. Si è trasformato in una persona “normale”, capace di provare emozione, passione, odio. Ciò che amavamo di lui erano la sua fermezza, la sua forza, il suo riuscire a essere sempre distaccato, disposto a tutto pur di non legarsi, disposto a tutto pur di punire “il cattivo”. Un personaggio e una serie che hanno lasciato un segno nel panorama delle serie tv degli ultimi anni e che, nonostante il deludente series finale di questo 2013, nonostante tutto, ci mancheranno per molto, molto tempo.


Shameless US (Showtime/Mya/La5)
Shameless US è uno dei prodotti più interessanti degli ultimi anni, una delle mie serie preferite in assoluto. In onda su Showtime, è il mix perfetto tra drama e comedy e racchiude tutte le caratteristiche tipiche dei due generi. Sagace, irriverente e ironica, nonché remake dell’omonima serie inglese, Shameless nasce da un’idea di Paul Abbot, autore e produttore esecutivo di entrambe le versioni, quella americana e quella del Regno Unito. Un’irresistibile dramedy, politicamente scorretta, anzi, scorrettissima, che può contare su un cast favoloso e su una sceneggiatura davvero convincente e ben scritta, contraddistinta da ottimi dialoghi e da battute sfrontate e sfacciate. 
La terza stagione trasmessa nel 2013, ha rappresentato un giro di boa nello script nella serie. Il 2013 è stato l’anno in cui Frank (William H. Macy), controverso capofamiglia della serie, ha mostrato al pubblico il suo vero io, intenso, “umano”, reale. Smessi i panni, solo per poco tempo, dell’alcolizzato scapestrato, Frank è tornato per un attimo nel ruolo di un vero padre, rivelando un lato di sé, ancora sconosciuto. La quarta stagione debutterà il prossimo 12 gennaio, e sono pronta a scommettere, ancora una volta, che riuscirà a commuoverci, a emozionarci, a farci sorridere ma soprattutto, a farci ridere delle disgrazie che spesso la vita ci mette davanti.


Girls (HBO/Mtv)
Il 2013 è stato anche l’anno che ha consacrato il talento di Lena Dunham, attrice, sceneggiatrice e regista di Girls (con il supporto di Judd Apatow), la serie in onda sulla HBO che negli ultimi due anni ha fatto incetta di premi e statuette.
Girls ha il pregio di portare, con prepotenza e fragilità, l’universo dei twenty-something newyorkesi, sul piccolo schermo. Attraverso un linguaggio a tratti crudo, a tratti irriverente, lo show si rivolge a un pubblico che ha la stessa età dei protagonisti ed è molto simile a essi più di quanto non creda: quei giovani smarriti, confusi, vulnerabili, che spesso si fermano a chiedersi “Where am I?”, “Dove sono?”.
La seconda stagione ha saputo legittimare il successo riscosso dalla prima grazie soprattutto a una sceneggiatura più realistica, introspettiva e intimista rispetto allo scorso anno. La Dunham ha superato sé stessa, è riuscita ad approfondire ogni singolo personaggio senza sacrificare la coralità della serie, senza trascurare i minimi dettagli. Nolita, Williamsburg, Brooklyn: in Girls c’è la New York che non ti aspetti, lontana da paillettes e lustrini, distante da Gossip Girl e Sex and the City, slegata dai soliti stereotipi e dai ripetitivi personaggi convenzionali.
La terza stagione verrà trasmessa, negli States, a partire dal 12 gennaio.


Siberia (NBC/inedita in Italia)
Siberia, show trasmesso a patire dal 1 luglio del 2013 sulla Nbc, è un esperimento interessante e ben scritto, a metà strada tra i reality show e le serie tv.
Sedici concorrenti sbarcano nell’incontaminata terra siberiana per partecipare a un reality inusuale, totalmente privo di regole e il loro obiettivo è sopravvivere fino alla fine dell’inverno, per aggiudicarsi il classico, ricco montepremi. 
Non ci sono televoti, giudici, o il pubblico sovrano a decidere da casa: l’importante qui è arrivare alla fine, stringere i denti, sopravvivere alle intemperie e tornare a casa con un bel bottino. Tutte le regole stilistiche dei reality show, in Siberia, vengono rispettate: la presenza dei cameramen, dei confessionali, delle prove da superare per ottenere in cambio ricompense necessarie alla sopravvivenza, e un bottone, pronto a essere schiacciato qualora si decidesse di abbandonare il gioco.
Non tutto però, andrà come teoricamente dovrebbe: strane presenze sembrano aggirarsi nella foresta circostante, una mole consistente di misteri aleggia nell’aria e una prepotente vena horror si insinua da subito nello show. Non lasciatevi distrarre dalla location, che paradossalmente in alcuni frame vi ricorderà Lost, non pensate al fallimentare The River, concentratevi semplicemente su questo telefilm, che dopo le prime puntate vi inchioderà al divano, rivoluzionando completamente le regole del reality. La prima, emozionante stagione si è conclusa a settembre e, noi fan della serie, stiamo ancora incrociando le dita affinché la NBC comunichi il rinnovo dello show che, visti gli esigui ascolti, rischia di non andare in onda per una season 2.

lunedì 2 settembre 2013

The Carrie Diaries: il prequel di Sex and the City da stasera su Fox Life



Per il pubblico di Sky, cresce l’attesa per la premiere di questa sera alle 21.00 su Fox Life con The Carrie Diaries, l’attesissimo prequel di Sex and the City, serie pilastro del network in questione.
Quanti di voi infatti, di fronte all’ennesima replica degli episodi della serie madre, riesce a trovare la forza di cambiare canale? Pochi, ne sono certa. Io per esempio, non riesco mai a non soffermarmi almeno qualche minuto su puntate che oramai conosco praticamente a memoria. Impossibile resistere alle quattro “ragazze” di Manhattan che hanno segnato la storia del telefilm moderno.
Per molti di voi quindi (o perlomeno per tutti coloro che non hanno avuto occasione di vedere I diari di Carrie su Mya la primavera scorsa), questa sera l’appuntamento è segnato in maniera indelebile sull'agenda.
Su questo blog, della serie in onda negli States e creata dalla premiata coppia
Josh Schwartz e Stephanie Savage (Gossip Girl, Hart of Dixie), ne avevamo già parlato qualche mese fa, a prima stagione inoltrata, sottolineandone pregi e difetti per evidenziare la capacità che ha avuto nel riuscire a dividere completamente il pubblico a metà. 
Quando si tratta di The Carrie Diaries infatti, non esistono mezze misure: si ama o si odia.

Per chi ha visto la prima stagione, è facile notare ed evidenziare soprattutto i punti deboli dello show, che spesso risiedono (chi ha letto i libri della Candace Bushnell lo sa) in alcuni buchi a livello di sceneggiatura, e che fanno sì che nel telefilm, le vicissitudini della Carrie diciassettenne si discostino parecchio da quelle narrate del romanzo, su tutti il suo arrivo nella “City” che non avviene nel corso del penultimo anno di liceo dopo aver conosciuto la modaiola Larissa (Freema Agyeman), ma l’estate del diploma per frequentare un corso di scrittura (da qui infatti il titolo del secondo capitolo, Summer & the City).
Altra nota dolente, il cast: se AnnSophie Robb (la viziata Violet ne La fabbrica di cioccolato), alla lunga riesce a convincerci, nonostante il paragone con Sarah Jessica Parker pesi molto più di un macigno sulle sue spalle, debole invece il resto degli attori che la affiancano (Ellen Wong, Brendan Dooling, Stefania Owenpiuttosto “anonimi”, eccezion fatta per Austin Butler (Sebastian) volto noto del piccolo schermo.

Vero è che, pregiudizi a parte, lo show ha anche i suoi pregi. 
La ricostruzione dei patinati anni Ottanta (la serie è ambientata a Castlebury, nel Connecticut, nel 1984) è pressoché perfetta: dalla colonna sonora azzeccatissima e ricca di hit dell’epoca, agli abiti (fluo e non) fedeli alla moda del tempo.
Dalle scenografie alla regia, la serie non ha nulla da invidiare all’originale, e il ritmo frizzante unito all’atmosfera fresca e coloratissima si sposano perfettamente con il target di riferimento senza dubbio di età più bassa rispetto a quello di Sex and the City.
Oltre al mondo del fashion, sempre presente, e all’amore, protagonista indiscusso di entrambe le serie, al centro di tutto c’è sempre lei, l’unica e sola: New York.
Che venga vista con gli occhi di una diciassettenne o di una trentenne, il suo fascino resta inalterato: è la città dei sogni, delle mille possibilità, l’unico luogo al mondo dove tutto, può effettivamente accadere.
Gli anni passano, l’amore incondizionato per la Grande Mela resta, ed è sempre lì, vero, illimitato, assoluto. 
Forse l’unico vero amore che può durare davvero per sempre. 

giovedì 20 giugno 2013

The Carrie Diaries: non nominare il nome di Carrie invano



Per chi se lo fosse perso durante la messa in onda statunitense.
Per chi volesse rivederlo.
Non è una serie che ho apprezzato, tutt'altro. 
Mi domando ancora come la CW possa averlo rinnovato per una seconda stagione... 
Resta comunque un telefilm che ha fatto parlare di sé, e sicuramente continuerà a farlo in futuro, vivendo, volente o nolente, del riflesso di Sex and the City
Per tutti i curiosi, The Carrie Diaries, da stasera, in anteprima assoluta, su Mya (Mediaset Premium). 


Le ultime stagioni di Gossip Girl hanno dimostrato come Josh Schwartz, già autore di The O.C., non sia affatto in grado, alla lunga, di mantenere alti ritmo e qualità di uno show nel corso degli anni.
Le serie prodotte dalla CW nell’ultimo periodo, come The Secret Circle, Arrow, Beauty and the Beast, hanno invece confermato ancora una volta il mediocre livello qualitativo adottato dal network per accaparrarsi la fetta di pubblico, importante sì, ma non effettivamente influente, dei teenager.
Alla luce di questi fatti, il connubio Schwartz (e Amy Harris, showrunner di Gossip Girl) e Cw quindi, non può che risultare ormai scadente se parliamo di serie tv.
Esempio lampante The Carrie Diaries, il tanto temuto, e mi fa male già solo definirlo così, “prequel” di Sex and the City, che ha debuttato il 14 gennaio scorso ed è già arrivato al quarto episodio.
Trovo piuttosto superfluo suggerire, come molti hanno fatto, di non fare paragoni con la serie madre in onda fino al 2006 sulla HBO, così come ritengo inappropriato provare a guardare la serie senza pensare al passato. 
The Carrie Diaries nasce come prequel e va visto come tale, con tutte le responsabilità che una scelta simile comporta.
Vuole essere un prequel a tutti gli effetti ed è innegabile che sì, fa acqua da tutte le parti.
Non solo non si avvicina minimamente a Il diario di Carrie (2012) e Summer and the City (2011) romanzi che Candace Bushnell ha pubblicato anni dopo la chiusura della serie madre, ma presenta anche buchi clamorosi nello script totalmente slegati a livello temporale dai fatti raccontati dalla Carrie adulta.
L’idea di abbandonare una rete valida e stimata come la HBO per approdare su un network di serie B è il primo di numerosi errori, seguito a ruota dalla trovata, poco intelligente, di discostarsi notevolmente, a livello narrativo e stilistico, dai romanzi cui lascia intendere invece di volersi ispirare.
Altro passo falso, ricade senza dubbio sulla scelta, sofferta a quanto pare, della protagonista, quell’Anna Sophia Robb vista nel 2005 ne La Fabbrica di cioccolato di Tim Burton, ragazzetta anonima e sciapa, imparagonabile a sua maestà Sarah Jessica Parker nonché poco credibile nel ruolo affidatole.
Poco espressiva, per nulla magnetica e alquanto debole nella recitazione, la Robb risulta oggi il frutto di una scelta davvero poco oculata, il vero tallone di Achille di una serie già di per sé poco convincente. I personaggi comprimari, a loro volta, non colpiscono né convincono, eccezion fatta per Austin Butler, (Switched at Birth e Life Unexpected), nei panni di Sebastian Kidd, il primo amore di Carrie.
Non manca la cura dei dettagli, questo è innegabile, ma anche in questo caso, il tentativo di ricreare l’atmosfera degli anni Ottanta, soprattutto nelle esterne girate a Manhattan, risulta forzato e poco credibile, e il risultato è che, aldilà di qualche abito fluo e una colonna sonora caratterizzata da hit ‘80s, tutto si traduce in un banale susseguirsi di cliché e stereotipi messi uno in fila all’altro.
Impossibile slegare The Carrie Diaries da Sex and the City, difficile apprezzarlo come prodotto a sé stante, poiché fin troppo debole e mediocre anche per un network come la CW che negli anni ha alimentato la tv trash, e continua a farlo, con serie “spazzatura” come 90210 o Gossip Girl, solo per citare i casi più eclatanti.
Il teen drama è morto, su questo non ci sono dubbi, ed è inutile rincorrerlo.
Sex and the City fa parte del passato, proprio come Lost, e oggi come oggi, sarebbe davvero meglio smetterla di inseguire quella chimera inafferrabile che si rifugia nei remake, nei prequel e nei sequel.
Non volermene Anna Sophia Robb, io non ce l’ho con te, il fatto è, che hai infranto l’undicesimo comandamento: non nominare il nome di Carrie invano.