Bella e Edward si sposano e dopo anni di lunga ed estenuante attesa, regalano ai fan, adolescenti dagli ormoni impazziti, un paio di minuti di effusioni hot, in una pseudo scena di sesso alquanto insulsa e decisamente ridicola. Bella resta incinta di un ibrido dal nome improbabile “Renesme”, e dopo averlo dato alla luce viene finalmente trasformata, in un vampiro.
Quattro righe, quattro misere righe, per spiegare quello che si sviluppa in quasi 120 interminabili minuti di film.
Il penultimo capitolo della Twilight Saga (diviso in due parti in seguito alla brillante idea di marketing già sperimentata da quel furbetto di Harry Potter), Breaking Dawn – Part 1, è uscito nelle sale di tutto il mondo lo scorso mercoledì, incassando, solo in Italia, 6.240.599 euro nel weekend e 8.993.267 euro in cinque giorni di programmazione, 139 milioni e mezzo di dollari nel fine settimana statunitense e 283 milioni e mezzo al botteghino internazionale.
Chi mi segue lo sa, non parlo quasi mai di numeri, mi interessano poco. Io guardo la storia, la regia, il cast, la fotografia, tante altre cose decisamente più significative. Ma stavolta non posso non fermarmi a rifletterci su, a cercare una motivazione plausibile a uno scempio simile. Non posso credere che il potere di due bellocci come Robert Pattinson e Taylor Lautner, possa raggiungere vette così alte.
Il film è una vergogna: un susseguirsi di situazioni banali, sequenze noiose e piatte, effetti speciali scadenti e una sceneggiatura a dir poco elementare, che nonostante tutto, riesce a superare di gran lunga la qualità del libro in sé, e questo è tutto dire. Le oltre 700 pagine di quello che mi costa veramente fatica definire “un romanzo”, sono riportate sul grande schermo in maniera fedele e ugualmente soporifera: il triangolo tra Bella, Edward e Jacob non sta più in piedi, la “recitazione” dei tre è un insulto alla decenza, la mimica facciale della Stewart e di Lautner e la loro interpretazione sincopata e meccanica di fronte alla macchina da presa hanno raggiunto i minimi livelli. La matrice teen lascia spazio a tinte vagamente horror, evidenti nella scena cruenta del concepimento del “mostro” nato dall’unione tra la Bella e la “bestia” (che più bella non si può però): la protagonista, ai limiti dell’anoressia, distesa su un letto bagnato di sangue, mette alla luce la nuova erede della stirpe Cullen, e inizia la sua trasformazione in vampiro, mentre Jacob in giardino si lecca le ferite, e Edward prosciuga la pazienza dello spettatore con i suoi sensi di colpa e i suoi discorsi lasciati a metà. Ma neanche il tono macabro e crudo riesce a risollevare il film, che scorre lento sullo schermo lasciando presagire che il capitolo conclusivo sarà forse addirittura peggiore di questo.
Quello che mi domando non è come mai un film del genere possa riscuotere successo, il pubblico giovanile in questo è insuperabile, si sa, e basta poco affinché frotte di teenager invadano i multisala di tutto il mondo: un cast accattivante, una lovestory ingarbugliata e dagli esiti prevedibili, e una colonna sonora ad hoc. Mi chiedo più che altro come Bill Condon, vincitore di due premi Oscar per il suo adattamento di Dreamgirls, brillante sceneggiatore di pellicole come Kinsey e Chicago, presidente della Film Independent e del comitato degli scrittori della Writers Guild of America, possa lasciarsi travisare da un blockbuster del genere. Perché vendere l’anima al diavolo per quattro soldi al botteghino? Perché lasciare che una discreta carriera venga alla fine associata a un indecente filmetto di serie b?
In sala le ragazzine urlano, scalpitano, battono le mani, e il loro comportamento non fa che ribadire ancora una volta l’ascesa di questi nuovi pseudo-divi, e sancire il completo e ormai definito declino del filone vampiresco sul grande schermo. Fortuna che, per gli appassionati del genere, restano ancora True Blood e The Vampire Diaries.

