Clint Eastwood torna dietro la macchina da presa con un biopic su J. Edgar Hoover, fondatore e capo del Federal Bureau of Investigation per oltre 40 anni. 137 minuti a raccontare la vita di uno dei personaggi più controversi ed emblematici della società americana, uomo dalle mille sfaccettature, in perenne conflitto tra la dimensione pubblica e privata, costantemente impegnato a mostrarsi invincibile e potente agli occhi dei cittadini. Un uomo debole e insicuro, sgradevole a volte, borioso e per nulla incline alla comunicazione, preoccupato spesso più per se stesso che non per il suo paese, che più volte si è vantato di aver difeso con tutte le forze. Un uomo nascosto dietro un muro di apparenze, un vigliacco se vogliamo, talmente codardo da non ammettere mai, neanche in punto di morte quasi, la sua vera natura, le sue fragilità.
a quest’uomo, sul grande schermo, presta il volto Leonardo Di Caprio, che dopo aver interpretato Howard Hughes in The Aviator, torna ancora una volta sul grande schermo nei panni di un “grande” uomo, ma stavolta brilla meno del solito. E qui andrò sicuramente controcorrente, lo so già. Partendo dal presupposto che da anni ormai penso che Di Caprio sia uno dei migliori attori in circolazione oltreoceano, stavolta, a differenza di tutte le altre, penso che la sua interpretazione sia troppo “pulita”, troppo scolastica. Sciocco forse, ma la ritengo fin troppo perfetta, priva di intensità. Impeccabile la mimica facciale di Hoover invecchiato, precisa la gestualità, inconfondibile lo sguardo, ma non ci siamo: lui sa e deve dare di più.
La storia si articola su tre diversi piani temporali e vede al fianco di Di Caprio Julie Dench nei panni di sua madre, una sempre elegante e credibile Naomi Watts in quella della segretaria fedele, e una piacevole scoperta, almeno da parte mia, Armie Hammer, braccio destro e presunto grande amore di J. Edgar per tutta la sua vita (per gli amanti delle serie tv inoltre, non posso non citare i piccoli camei di Ed Westwick, intramontabile Chuck Bass in Gossip Girl, e di Ryan McPartlin, Devon “Capitan Fenomeno” in Chuck).
Un film-documentario piuttosto lento in alcuni passaggi, poco coinvolgente, penalizzato da un’epopea fin troppo ampia per essere raccontata in meno di tre ore, girata sì in maniera impeccabile, ma in cui Eastwood, ahimè, scompare quasi totalmente, fuorché negli ultimi otto minuti. Il regista, a parer mio lontano anni luce da Million Dollar Baby e Mystic River, fa capolino solo nel finale, quando entra finalmente e prepotentemente in scena con il suo occhio sofferente e graffiante, a illuminare J. Hedgar con una luce diversa, a dare quel tocco delicato e commovente che dura un battito di ciglia, e poi se ne va.
Ma un tocco, uno solo in oltre due ore di film, non basta, e se dietro la macchina da presa ci fosse stato un qualsiasi altro regista di talento, la differenza si sarebbe notata davvero poco. Un punto a favore di Eastwood però voglio darlo, per essersi circondato anche in quest’occasione della sua fedele crew, tra cui spicca come sempre l’insuperabile Tom Stern alla fotografia.
Se l’intento però, anche solo lontanamente, era quello di dar vita a un Citizen Kane più attuale, beh, in tutta onestà, allora c’è da lavorare caro Clint. E parecchio anche.
a quest’uomo, sul grande schermo, presta il volto Leonardo Di Caprio, che dopo aver interpretato Howard Hughes in The Aviator, torna ancora una volta sul grande schermo nei panni di un “grande” uomo, ma stavolta brilla meno del solito. E qui andrò sicuramente controcorrente, lo so già. Partendo dal presupposto che da anni ormai penso che Di Caprio sia uno dei migliori attori in circolazione oltreoceano, stavolta, a differenza di tutte le altre, penso che la sua interpretazione sia troppo “pulita”, troppo scolastica. Sciocco forse, ma la ritengo fin troppo perfetta, priva di intensità. Impeccabile la mimica facciale di Hoover invecchiato, precisa la gestualità, inconfondibile lo sguardo, ma non ci siamo: lui sa e deve dare di più.
La storia si articola su tre diversi piani temporali e vede al fianco di Di Caprio Julie Dench nei panni di sua madre, una sempre elegante e credibile Naomi Watts in quella della segretaria fedele, e una piacevole scoperta, almeno da parte mia, Armie Hammer, braccio destro e presunto grande amore di J. Edgar per tutta la sua vita (per gli amanti delle serie tv inoltre, non posso non citare i piccoli camei di Ed Westwick, intramontabile Chuck Bass in Gossip Girl, e di Ryan McPartlin, Devon “Capitan Fenomeno” in Chuck).
Un film-documentario piuttosto lento in alcuni passaggi, poco coinvolgente, penalizzato da un’epopea fin troppo ampia per essere raccontata in meno di tre ore, girata sì in maniera impeccabile, ma in cui Eastwood, ahimè, scompare quasi totalmente, fuorché negli ultimi otto minuti. Il regista, a parer mio lontano anni luce da Million Dollar Baby e Mystic River, fa capolino solo nel finale, quando entra finalmente e prepotentemente in scena con il suo occhio sofferente e graffiante, a illuminare J. Hedgar con una luce diversa, a dare quel tocco delicato e commovente che dura un battito di ciglia, e poi se ne va.
Ma un tocco, uno solo in oltre due ore di film, non basta, e se dietro la macchina da presa ci fosse stato un qualsiasi altro regista di talento, la differenza si sarebbe notata davvero poco. Un punto a favore di Eastwood però voglio darlo, per essersi circondato anche in quest’occasione della sua fedele crew, tra cui spicca come sempre l’insuperabile Tom Stern alla fotografia.
Se l’intento però, anche solo lontanamente, era quello di dar vita a un Citizen Kane più attuale, beh, in tutta onestà, allora c’è da lavorare caro Clint. E parecchio anche.
