There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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martedì 24 marzo 2015

Nessuno si salva da solo: anatomia di un amore



"È inutile indagare le occasioni mancate.
Non sai mai se ti sei salvato dalla morte, o ti sei perso la vita vera"
(Margaret Mazzantini)

Nessuno si salva da solo racconta la realtà di una generazione, quella dei quarantenni (o quasi) di oggi, soffermandosi sull’anatomia di un amore, tra Delia e Gaetano (Yasmine Trinca e Riccardo Scamarcio), due personaggi sopraffatti dai dolori contemporanei, ostaggi delle proprie difficoltà, intrappolati nelle loro mancanze.
La storia parte da una cena tra i due, coppia ormai separata, costretta a incontrarsi per pianificare le vacanze dei figli.
Il ristorante si trasforma nel palcoscenico in cui si svolgono le vicende raccontate nel film (tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini e diretto da Sergio Castellitto) e la cena diventa il pretesto ideale per analizzare, volenti o nolenti, la storia, o meglio il fallimento di una vita, tra sfiducie e umiliazioni, senza dimenticare però i momenti iniziali di travolgente passione. 
I protagonisti si guardano, si amano, si odiano, si "vomitano" addosso insulti e accuse, ripercorrono le prime fasi del loro innamoramento in maniera del tutto spontanea a naturale per sfociare poi nella violenza, fisica e verbale, degli ultimi giorni della loro vita insieme, e raccontarci, o provarci almeno, il come e il perché non siano riusciti ad andare avanti insieme. 
Un fallimento, simbolo ineluttabile del nostro tempo.
Si sono innamorati da adulti, Delia e Gae, si sono amati follemente, morbosamente, e ancora lo fanno, ma la routine e la quotidianità hanno preso il sopravvento, soffocando i loro sentimenti, seppellendoli sotto una coltre spessa di dolore e rancore, tra sconfitte, desideri frantumati, perdita di fiducia in sé stessi e nel mondo intorno.
Scene da un matrimonio, ostacoli comuni, anche banali, in cui però tutti cadono: fotografie ancora piuttosto nitide di una storia d’amore sicuramente poco eclatante, ma proprio per questo “familiare”, vicina a tutti noi.
Gaetano e Delia sono una coppia volutamente asimmetrica: della medio-borghesia lei, ex ragazzina anoressica e con una madre alcolizzata, figlio di un sindacalista di Ostia lui, aspirante romanziere, sceneggiatore di quart’ordine.
Una storia d’amore urlata, in alcuni passaggi fin troppo, pronta a scivolare nel “mucciniano”, a tratti nulla più che un semplice cliché, ma proprio per questo estremamente vera.
Nevrosi e fragilità ci strizzano l’occhio, perché comuni a molti di noi.
Impossibile prendere una posizione dinanzi al film, impossibile schierarsi: ognuno a modo suo, ha torto o ragione.
Un dramma borghese parecchio parlato, che ricorda il cinema francese di Claude Lelouch in Un uomo, una donna (1966), ma anche il più moderno BlueValentine (Derek Cianfrance, 2010), arricchito da una colonna sonora (curata da Arturo Annecchino, Venuto al mondo) che spazia da brani di Tom Waits e quelli dei Sigur Ros, per concludersi con La sera dei miracoli di Lucio Dalla
Nessuno si salva da solo, perché nessuno da solo può farcela davvero.
Non per forza perché ha bisogno di un’altra persona cui appoggiarsi, ma anche soltanto perché ha bisogno di quella piccola dose di fiducia su cui fare leva, per rimanere a galla, o anche soltanto per provarci.
Non è una storia conciliante, né consolatoria: regala poche speranze, lascia l’amaro in bocca.
Proprio come succede nella vita di tutti i giorni.


“A due a due gli innamorati
sciolgono le vele come i pirati
e in mezzo a questo mare cercherò di scoprire quale stella sei
perché mi perderei se dovessi capire che stanotte non ci sei.
È la notte dei miracoli fai attenzione
qualcuno nei vicoli di Roma
ha scritto una canzone”.



lunedì 9 febbraio 2015

BAFTA 2015: l'elenco completo dei vincitori


Si sono tenuti ieri sera, alla Royal Opera House di Londra, gli Oscar inglesi, i BAFTA, assegnati dalla British Academy of Film and Television Arts.
A trionfare, nonostante le numerose nomination di Birdman, The Imitation Game e La teoria del tutto, è stato Boyhood di Richard Linklater, che si è portato a casa i premi come miglior film, regia e attrice non protagonista.
Incetta di statuine per Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, che oltre al premio come miglior sceneggiatura originale, si è aggiudicato riconoscimenti per lo più tecnici (trucco, colonna sonora, scenografie, costumi).

Di seguito l’elenco completo di tutti i premi.

FILM
Boyhood

REGISTA
Boyhood – Richard Linklater

ATTORE PROTAGONISTA
Eddie Redmayne – La Teoria del Tutto

ATTRICE PROTAGONISTA
Julianne Moore – Still Alice

SCENEGGIATURA ORIGINALE
Grand Budapest Hotel – Wes Anderson

SCENEGGIATURA ADATTATA
La Teoria del Tutto – Anthony McCarten

ATTORE NON PROTAGONISTA
J.K. Simmons – Whiplash

ATTRICE NON PROTAGONISTA
Patricia Arquette – Boyhood

MIGLIOR FILM INGLESE
La Teoria del Tutto – James Marsh, Tim Bevan, Eric Fellner, Lisa Bruce, Anthony Mccarten

COLONNA SONORA
Grand Budapest Hotel – Alexandre Desplat

DOCUMENTARIO
Citizenfour – Laura Poitras

TRUCCO E PARRUCCO
Grand Budapest Hotel – Frances Hannon

SCENOGRAFIE
Grand Budapest Hotel – Adam Stockhausen, Anna Pinnock

CORTOMETRAGGIO ANIMATO INGLESE
The Bigger Picture Chris Hees, Daisy Jacobs, Jennifer Majka

MONTAGGIO
Whiplash - Tom Cross

SUONO
Whiplash – Thomas Curley, Ben Wilkins, Craig Mann

FILM ANIMATO
The Lego Movie – Phil Lord, Christopher Miller

EFFETTI VISIVI
Interstellar - Paul Franklin, Scott Fisher, Andrew Lockley

FOTOGRAFIA
Birdman – Emmanuel Lubezki

MIGLIOR DEBUTTO PER UNO SCENEGGIATORE, REGISTA O PRODUTTORE INGLESE
Stephen Beresford (sceneggiatore), David Livingstone (Producer) – Pride

MIGLIOR FILM NON IN LINGUA INGLESE
Ida – Pawel Pawlikowski, Eric Abraham, Piotr Dzieciol, Ewa Puszczynska

COSTUMI
Grand Budapest Hotel – Milena Canonero

sabato 2 agosto 2014

Cineforum estivo: Her, a romantic drama by Spike Jonze



In un futuro non troppo lontano gli uomini e le macchine vivono in perfetta sintonia gli uni con gli altri.
In quello stesso futuro, gli uomini e le macchine si innamorano, si amano, si spezzano il cuore.
Le loro storie d’amore sono passionali, appassionanti, struggenti.
Come quella tra Theodore e Samantha.
Introverso e rassegnato lui, entusiasta ed empatica, lei (Her), “La” macchina.
Samantha infatti, altri non è che un OS, un sistema operativo rivoluzionario e innovativo, destinato a relazionarsi con gli esseri umani, per assisterli e aiutarli nella vita quotidiana, riempire i loro vuoti emotivi, colorare un po' le loro giornate sempre uguali, piatte. Spesso vuote.
Di tutti questi elementi, in effetti, “lui”, ha davvero un gran bisogno.
Divorziato e depresso per la rottura con la sua ex moglie, solitario e pessimista, il buon Theodore nella vita scrive lettere d’amore su richiesta e lo fa con una sensibilità e una profondità fuori dal comune.
In quel mondo, in cui gli esseri umani stringono rapporti intimi con gli OS infatti, è proprio con gli altri esseri umani che non riescono più a comunicare come una volta, e persone come Theodore, lo fanno al loro posto. 
Lettere di addio, dichiarazioni d’amore, promesse solenni: il personaggio interpretato da uno strepitoso Joaquim Phoenix, regala parole d’amore a chi non riesce a metterle nero su bianco, foglio di carta o foglio elettronico, poco importa.
L’amore con Sam, passionale e avventato prima, lacerante e tormentato poi, riesce in qualche modo a far sì che, le meravigliose parole che "confeziona" da sempre per gli altri, comincino a sgorgare direttamente dalla sua mente, dal suo cuore, dalla sua anima.
Un amore "ideale" più che impossibile, quello che li lega l'uno all'altra.
Un amore che vive nello spazio e nel tempo. 
Nelle parole. 
O negli spazi tra le parole stesse.
"It's like I'm reading a book and it's a book I deeply love. But I'm reading it slowly now. So the words are really far apart and the spaces between the words are almost infinite. I can still feel you, and the words of our story...but it's in this endless space between the words that I'm finding myself now"
Nei loro pensieri più reconditi, nelle loro emozioni nascoste. 
Quelle più intime, più profonde.
Quelle più vere.
"Sometimes I think I have felt everything I'm ever gonna feel. And from here on out, I'm not gonna feel anything new. Just lesser versions of what I've already felt"
Ma come in tutte le storie "impossibili", travagliate, quello con Samantha è un rapporto destinato a esaurirsi in poco tempo. 
Theodore questo non lo sa, Theodore questo lo scoprirà soltanto dopo. 
Quando, in un certo senso, forse sarà troppo tardi. 
"Operating System Not Found"
L'amore con Sam, in poco tempo nasce, cresce, finisce e lascia solo una scia.
"I've never loved anyone the way I loved you. Me too. Now we know how"
Ma è proprio quella scia, a indicare la via a Theodore. 
Quella che stava cercando da tanto, troppo tempo: la via della redenzione, necessaria per accantonare un passato doloroso ed estenuante.
Quella breve e intensa relazione, surreale, platonica, ma vera più di molte altre, gli permetterà finalmente di aprire gli occhi, capire i suoi limiti, affrontarli, superarli prima o poi. 
"Your past is just a story you tell yourself"
E chissà, magari un giorno, quando avrà capito se e come superare i suoi limiti, Theodore forse riuscirà finalmente a ritrovare il suo OS. 

O forse no, se non credete nel lieto fine, e allora non gli resterà che vivere con il ricordo di Sam, nella mente e nel cuore.

"Where are you going? It's hard to explain, but if you get there, come find me. 
Nothing will be able to tear us apart then".


giovedì 31 luglio 2014

Cineforum estivo: "Blue Valentine" con Ryan Gosling e Michelle Williams



Tanto tempo fa, Dean e Cindy si amavano alla follia.
Tra loro bastò un istante, un solo unico sguardo per far scoccare la scintilla.
L’amore esplose violento, una notte, tra le vie della città, tra un tip tap improvvisato e una canzone strimpellata con l’ukulele.
Blue Valentine racconta senza mezzi termini l’apice e il declino di una comune storia d’amore, nel grigiore della routine quotidiana, capace molte volte di indurire e rovinare qualsiasi rapporto umano.
È un film brutale, che non lascia spazio al lieto fine, tanto meno a situazioni melense o stucchevoli.
È un film che racconta in maniera essenziale e incredibilmente realistica, come nasce e muore un amore, senza soffermarsi sul “durante”, dando per scontato che spesso, seppur senza una ragione valida, una causa scatenante o un motivo preciso, ci pensa la vita stessa a rovinare tutto e a distruggere ciò che è stato costruito con impegno e fatica fino all’attimo prima.   
Blue Valentine è un incubo malinconico e realista, crudo laddove necessario, appassionato e a tratti disperato.
È una storia comune, forse una delle più classiche, raccontata sul grande schermo con un’intensità tale da trasformarla in un film unico nel suo genere, caratterizzato da momenti estremamente vivi e veri, ad altri magnetici, dove la disperazione è talmente toccante da generare un dolore condivisibile e incessante.
L’arma vincente risiede senza dubbio nel montaggio, elementare ma sottilmente sopraffino, che si sviluppa su due binari temporali differenti: il passato e il presente di Dean e Cindy, due facce della stessa medaglia che hanno il compito di mettere in luce non solo pregi e difetti dei protagonisti, ma anche e soprattutto le fragilità e le crepe nel loro rapporto, covate nel corso di sei anni difficili ed estenuanti.
La dolcezza e la sensibilità del passato sono intense e disarmanti tanto quanto la rabbia e la disperazione che popolano il presente, due mondi totalmente agli antipodi insomma, che disegnano il corso della parabola d’amore tra Dean e Cindy.
A separare in maniera netta e precisa (seppur fluida nell’ingranaggio generale della narrazione) la linea tra ieri e oggi, la tecnica registica, a ulteriore riprova del talento da documentarista del regista, Derek Cianfrance, che sceglie il digitale con la Red One per il presente, e il Super 16mm per il passato.
Valore aggiunto della pellicola, l’angelica Michelle Williams accanto a un Ryan Gosling più rude che mai, i due attori scelti per interpretare Dean e Cindy: coppia vincente, coinvolgente, credibile e collaudata sotto tutti i punti di vista.
La Williams, candidata al premio Oscar per questo ruolo (nel 2010, la pellicola è arrivata infatti in Italia solo quest’anno) veste perfettamente i panni di Cindy, giovane donna stanca di lottare contro la vita, rassegnata, affranta, demotivata e senza più la voglia e il coraggio di fare il benché minimo sforzo per far sì che i suoi sogni e le sue aspettative si realizzino. La disperazione radicata nel suo cuore viene fuori lentamente, con fatica, a tratti sembra addirittura sopita nel profondo. Cindy si lascia trascinare dagli eventi, finchéil campanello d’allarme non scatta nella sua testa, spingendola a reagire in qualche modo, dando libero sfogo alla sua rabbia, scagliandosi senza freni contro un marito fallito e alcolizzato. Ma Dean è molto più di questo, Dean, nonostante tutto, è un uomo che ha accettato di buon grado ciò che gli ostacoli della vita gli hanno scagliato contro, senza arrendersi in un certo senso. Nonostante un lavoro poco gratificante, nonostante le birre alle otto di mattina, nonostante un matrimonio e un figlio forse neanche mai voluti o desiderati, Dean è l’unico che alla fine dei conti, cerchi in qualche modo di lottare per salvare il salvabile, anche dove non c’è davvero più nulla da salvare.
Nonostante lui sappia perfettamente che “You always hurt the one you love. The one you shouldn't hurt at all , come cantava a Cindy sei anni prima, nonostante si renda conto di ciò che avevano, di ciò che hanno distrutto, e di ciò che hanno lasciato che la vita trascinasse via con sé.
Ryan Gosling e Michelle Williams si dimostrano ancora una volta due attori incredibili, capaci di esternare con un’intensa emotività e una gestualità innata, uno stato d’animo difficile da raccontare dietro una cinepresa, una sofferenza psicologica a fisica radicata e capace di venire fuori grazie soprattutto al loro spiccato talento recitativo.
Blue Valentine è un film lancinante e crudo, è struggente proprio perché reale, capace di alternare momenti innocenti e ingenui legati a un passato a cui fa da sfondo un arcobaleno in lontananza, ad altri radicati nel presente, privi di lucentezza, nonostante i buoni propositi, nonostante l’ottimismo, nonostante i fuochi d’artificio che esplodono nel cielo grigio nella sequenza finale del film.



Cineforum estivo: "Smashed" con Aaron Paul



Toccare il fondo per poi ricominciare non è mai semplice. Qualunque sia la ferita, qualunque sia il vuoto da colmare, ripartire da zero non è facile
.
Il sapore della sconfitta e le cicatrici indelebili che inevitabilmente ci ricordano un passato che avremmo preferito dimenticare, sono il prezzo da pagare per ricominciare a vivere, senza guardarsi indietro. 
Uscire da una dipendenza, qualunque essa sia, alcol, droga, amore, è ancor meno facile, e non tutti riescono ad afferrare a volte quella seconda chance tanto agognata e sofferta.
C’è chi, rassegnato, si crogiola nelle proprie sconfitte, spesso dissociandosi inconsciamente dalla realtà, chi si lascia trascinare dai propri fallimenti senza trovare neanche il coraggio di reagire, vittima inesorabile della propria codardia.
Sul grande schermo sono molte le pellicole che, negli anni, hanno cercato di raccontare il lungo e faticoso percorso necessario per uscire da una dipendenza e molte lo hanno fatto cedendo al manierismo tipico del genere, esasperando l’aspetto drammatico della disintossicazione in un estenuante susseguirsi di lacrime e disperazione. 

Diverso il caso di Smashed, film indipendente scritto (a quattro mani con Susan Burke) e diretto da James Ponsoldt, presentato e premiato allo scorso Sundance Film Festival.
Protagonisti della pellicola, Kate (Mary Elizabeth Winstead) e Charlie (Aaron Paul), una giovane coppia apparentemente affiatata e felice, vittima però dell’alcolismo.
Kate, dopo anni trascorsi in preda all’oblio e all’annebbiamento dato dai fumi dell’alcol, dopo notti passate a dormire chissà dove e ricordi sbiaditi di giornate consumate con la bottiglia in mano, decide di afferrare la sua vita per le corna e provare a disintossicarsi nonostante l’ostilità di Charlie, inerme di fronte alla sua dipendenza e incapace di reagire.

Ciò che colpisce subito di Smashed, è lo volontà di Ponsoldt di ribaltare gli stilemi classici del genere e affrontare il percorso di Kate con estrema ironia, senza soffermarsi troppo sull’aspetto drammatico della situazione, ma andando invece a evidenziarne gli aspetti sarcastici.
Il regista ci racconta la storia dei due protagonisti senza retorica, ma in maniera onesta, vera, sincera, ed evita di nascondersi dietro quel moralismo che si scontrerebbe invece con i toni sagaci e pungenti della sceneggiatura.
Il finale stesso, elude dall’happy ending desiderato, e non lascia spazio a dubbi, regalandoci così, quell’amaro in bocca tipico dei film indipendenti di questi ultimi anni.
Kate è riuscita a rialzarsi, a riappropriarsi della propria vita, a ripartire da zero, ma senza Charlie, rimasto in un angolo a guardare, ostaggio e vittima stessa della sua debolezza. Non c’è redenzione per lui, né una seconda chance, è troppo tardi ormai.
Can we just play one more game? Because You're kicking my ass and it's embarrassing and l would like to have a chance to redeem myself. Please?

Perché così è la vita, scandita da occasioni perse, traguardi mancati, seconde possibilità.
Alcuni si rialzano dopo una sconfitta, altri no.
Qualcuno con fatica e costanza ce la fa, qualcun altro invece, lascia tristemente che il destino decida per lui.
Del resto: “It's hard to live your life honestly”. 


‘cause life goes on, no matter what'