There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
Visualizzazione post con etichetta Robert Sheehan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Robert Sheehan. Mostra tutti i post

venerdì 30 dicembre 2011

Misfits: pregi e difetti della terza stagione

La partenza di Nathan, alla fine dei conti, si è rivelato il minore dei mali per Misfits: Robert Sheehan è stato egregiamente sostituito da un ottimo Joe Gilgun, convincente e credibile nel ruolo, esilarante soprattutto nell’interpretare il “gemello” buono del suo personaggio. I problemi riguardo questa serie sono indubbiamente altri, e a terza stagione conclusa, possiamo finalmente tirare le somme e le sottrazioni. Alla radice, un’enorme crepa venutasi a formare nella sceneggiatura, lontanissima dai fasti delle stagioni precedenti, meno brillante e incisiva, decisamente sottotono. Errore madornale degli autori, quello di adagiarsi sugli allori, forti del successo riscosso lo scorso anno, e ingenuamente convinti che la sola caratterizzazione dei personaggi bastasse a tenere in piedi la baracca.

Non basta il passato per mantenere alto il livello di una serie, occorre che quegli stessi personaggi, capaci sin dall’inizio di coinvolgere e conquistare giorno dopo giorno lo spettatore, continuino ad aver qualcosa da dire e raccontare, e che il plot fornisca loro spunti di crescita. La sceneggiatura flebile e a tratti priva di contenuti, va a intaccare così non solo l’evolvere della storyline principale (assente per oltre metà stagione) ma anche il plot di quelle secondarie: eccezion fatta per Kelly, l’unico personaggio che hanno cercato di approfondire in qualche modo, gli altri rimangono nell’ombra, specie nel caso di Rudy, che come new entry, avrebbe invece avuto moltissimo da raccontare.
Si riconfermano ancora una volta impeccabili (oltre che invidiabili) fotografia, regia e colonna sonora, su questo nulla da dire se non “chapeau”, ma sono elementi che ahimè, seppur eccellenti, non possono bastare.
Un andirivieni di alti e bassi ha caratterizzato questa terza stagione, scandita da un alternarsi di episodi mal riusciti (il secondo per esempio), ad altri senza dubbio brillanti seppur slegati quasi del tutto dal contesto, come nel caso del quarto episodio, ambientato nell’epoca nazista.
Impennata, come spesso accade nel corso di una stagione deludente, nella season finale, puntata esteticamente perfetta e molto vicina alle migliori puntate di Misfits. Personaggi che tornano dall’aldilà in cerca di redenzione, battute sagaci, colpi di scena e anche qualche lacrima, ingredienti che hanno contribuito in questi due anni a portare la serie sul podio delle migliori. Ma anche nell’ultima puntata, una pecca c’è a mio avviso: la decisione di relegare Simon al ruolo di eterno innamorato che pur di vivere la sua storia d’amore con Alisha sacrifica tutto, regge solo per certi versi.
Mi spiego meglio: la mia parte romantica, crolla inesorabilmente di fronte a questa idea, commuovendosi oltremisura e consumando un fazzoletto dopo l’altro in onore di queste due anime perse che pur di vivere il loro amore si rincorrono in un circolo vizioso “temporale” senza fine, combattendo il destino che però avrà sempre la meglio.
La mia parte razionale invece, si ribella: abbiamo davvero aspettato due stagioni che Simon diventasse il Simon del futuro per poi vederlo andare via? Che senso ha? Come può Misfits continuare senza l’altro personaggio chiave? Una scelta fin troppo sbrigativa che penalizzerà notevolmente lo show, privo di qualsiasi speranza, e a questo punto anche di qualsiasi espediente, per ristabilire quello status quo necessario a rimettere ordine e tornare a brillare come una volta.

mercoledì 9 novembre 2011

Misfits: come Nathan nessuno mai



Non avrei mai pensato di dirlo, mai e poi mai, eppure sto per farlo davvero: mio amato
Misfits, non ci siamo.
Dopo due stagioni brillanti, anzi sfolgoranti, originali, uniche nel loro genere e totalmente dissacranti, tutto (o quasi) sembra sparito.
Dov’è lo humour cinico e sagace? Dov’è finito tutto quanto? Cos’è questa roba? Perché?
Partiamo dall’inizio… Psicologicamente ero quasi completamente pronta, ad affrontare una stagione senza Nathan (l’impareggiabile
Robert Sheehan): più volte mi sono ripetuta “Misfits ce la farà, gli renderà onore, andrà avanti a testa alta anche senza di lui”.
Mi sbagliavo. Parecchio.
Nulla contro l’altrettanto talentuoso
Joseph Gilgun (visto di recente nel meraviglioso This is England), subentrato a Robert nel cast, nel ruolo dell’eccentrico Rudy. Anzi.
Rudy è il degno erede di Nathan: sboccato,
borderline, innamorato delle donne (tutte) e del sesso (forse fin troppo), strafottente.
Proprio come Nathan.
Troppo come Nathan, è questo il punto.
Che senso ha, dico io, sostituire il personaggio principale (perché diciamocelo, con tutto il bene che voglio a Simon [
Iwan Rehon], Nathan ha trionfato per due stagioni senza rivali), con un altro così simile a lui? A che scopo? Inevitabile poi dilungarsi in paragoni sterili e inutili. Perché introdurre una figura che ricorda così tanto quella del compianto beniamino di tutti i fan praticamente? Perché sottoporre il buon Gilgun a una tale tortura?
Che poi per carità, al termine di questi due episodi, l’unico che è riuscito a farmi sorridere un po’ e a tenere in piedi il ritmo della serie, secondo me è proprio lui.
Ma questo è un errore madornale a parer mio. Fin troppo.
Oltre al fatto che, anche la storia dei nuovi poteri, ma come l’hanno gestita?
Ora, detto tra noi, ma che potere è quello di Kelly (
Lauren Socha)? Ingegnere aerospaziale?
Ma stiamo delirando?
“Ciao sono Superman 2.0, la versione contemporanea del vecchio Clark Kent. No, io non volo, quello era l’altro. Ho scambiato il mio potere: io sono un cervellone esperto di scienza molecolare”.
Ma per favore! E Curtis (Nathan Stewart-Jarrett)
? Il suo super-power è quello di trasformarsi in una donna. No, non ci siamo proprio. E se già il primo episodio mi aveva convinta poco, il secondo mi costringe, mio malgrado, a girare il pollice in giù.
Non c’è continuità nell’insieme. Le storyline verticali si esauriscono nell’arco di un singolo episodio, e ciò crea una frammentazione della trama fastidiosa e poco coerente. A due puntate dall’inizio, manca ancora un plot orizzontale che crei quella coesione tra i personaggi necessaria a suscitare l’interesse dello spettatore. L’umorismo ha cominciato a scadere nel volgare, ha perso quel brio che lo aveva reso unico nel suo genere: si degenera ormai in battute a sfondo sessuale, fin troppo, per riscuotere una risata che alla lunga, risulta solo forzata.
L’impressione che ho avuto, almeno per ora e spero vivamente che Misfits riesca a sbugiardarmi nelle prossime settimane, è che la serie si sia “seduta sugli allori”, un po’ com’è successo a
Glee, a Grey’s Anatomy e a molti altri: forte del successo ottenuto precedentemente, si resta bloccati in uno schema ormai predefinito, che però corre il rischio di cadere nello stereotipo. E gli stereotipi finiscono per annoiare.
E questo errore, da Misfits, proprio non me lo aspettavo: una serie così fresca, giovane, innovativa, scivola così, senza prestare attenzione, su una banale buccia di banana?