There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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mercoledì 22 luglio 2015

Mr.Robot: la serie rivelazione dell'estate



Elliot Anderson (Rami Malek) è un giovane hacker newyorkese, impiegato in una società di sicurezza informatica che lavora al servizio di multinazionale quotate in Borsa.
Elliot soffre di un forte disturbo antisociale di personalità, oltre che di ansia e depressione, non riesce a relazionarsi con amici e colleghi, è spesso preda di allucinazioni e manie di persecuzione, e riesce a trovare riparo solo assumendo dosi (controllate) di morfina: 30 milligrammi al giorno sono il limite che si è prefissato per non cadere nella dipendenza totale dalla sostanza. 
Sguardo impassibile, cappuccio della felpa perennemente in testa, mani in tasca: si aggira così tra le vie di una New York cupa e asettica, sventando crimini informatici di individui legati più o meno a persone a lui care. 
Perché sì, nonostante tutto, lui prova sentimenti di affetto, seppur per pochi eletti: su tutti Angela (Portia Doubleday), amica d’infanzia e collega di lavoro, e Shayla (Frankie Shaw), la sua drug dealer.
La vita di Elliot si divide quindi su due binari paralleli e agli antipodi l’uno con l’altro: l’hacker drogato e sociopatico e il tecnico informatico timido e disponibile con i colleghi.
L’incontro per nulla casuale con l’emblematico Mr.Robot (Christian Slater), capo della misteriosa organizzazione FSociety, arriva all’improvviso a stravolgere la sua vita.
Per colpire al cuore la E(vil)-Corp, una delle multinazionali per cui la società dove lavora Elliot collabora, Mr.Robot ingaggia il giovane hacker e lo trascina in un groviglio di eventi concatenati che hanno come unico fine quello di distruggere le grandi aziende che controllano l’ordine economico mondiale. Come? Cancellando totalmente il debito finanziario di tutta la popolazione e smantellando una volta per tutte qualsiasi gioco di potere e sudditanza psicologica esercitata dal più forte al più debole.
Si innesca così un pericoloso vortice di causa-effetto che pone Elliot al centro  dell’intera vicenda, costringendolo a decidere che via intraprendere: continuare a barcamenarsi tra pirateria informatica e violazione della privacy per smascherare piccoli e medi criminali, o lasciarsi travolgere dalla FSociety e andare a colpire l’enorme società che controlla gran parte del sistema finanziario mondiale. La stessa azienda che, come svela Mr.Robot nel terzo episodio, è anche colpevole della morte del padre di Elliot anni prima.
Tra personaggi borderline membri della Fsociety, spicca su tutti Darlene (Carly Chaikin), hacker pericolosissima e grande protetta di Mr.Robot, e temibili nemici per Elliot, nello specifico Tyrell (Martin Wallstrom) aspirante CTO della E-Corp nella vita lavorativa, sadico dominatore in quella privata.

Questa in sintesi la trama della nuova serie in onda in questa infuocata estate su USA Network, rete via cavo che vanta tra i suoi show White Collar, Suits, Psych e Royal Pains.
Il potenziale di Mr.Robot è enorme, innumerevoli i filoni da sviluppare per una serie creata da un semi esordiente: Sam Esmail, regista di Comet, film del 2014 con Emmy Rossum, la Fiona di Shameless.
La forza della serie risiede innegabilmente in Rami Malek, perfetto nel ruolo di Elliot: la sua interpretazione e la sua magnetica voce narrante conquistano immediatamente lo spettatore. 
La scelta della narrazione del racconto in prima persona si rivela azzeccatissima: l’empatia tra pubblico e personaggio è solida e vincente.
Umorismo sagace e cinico alla Sherlock dell’amatissimo Benedict Cumberbatch, somiglianza fisica e caratteriale con il timido Simon (Iwan Rheon) di Misfits e similitudine innegabili (soprattutto nella struttura del racconto) con Dexter e il personaggio stesso interpretato da Michael C. Hall, rendono Elliot Anderson un’icona del nostro tempo.
Personaggio principale a parte (non brilla altrettanto Christian Slater, nonostante la fama), il potenziale dello show si rafforza grazie a tematiche attuali e ben definite e strutturate, su tutte la critica alla società americana, all’uso incessante dei social network e alla totale mancanza di privacy che ne deriva, riassunte perfettamente in un breve monologo che Elliot fa dinanzi la sua psicanalista Krista (Gloria Reuben):

"Is it that, we collectively thought that, Steve Jobs was a great man? Even when we knew he made billions off the backs of children. Or maybe it's that it feels like all our heroes are counterfeit. The world itself is just one big hoax. Spamming each other with our commentary bullshit masquerading as insight. Our social media faking us into intimacy, or is that we voted for this? Not with our rigged elections, but with our things, our property, our money. I'm not saying anything new, we all know why we do this. Not because Hunger games books makes us happy, but because we want to be sedated. Because it's painful not to pretend, because we're cowards. Fuck Society."

La colonna sonora, che ricorda moltissimo quella di The Social Network (David Fincher, 2010) realizzata da Trent Reznor e Atticus Ross, è la ciliegina sulla torta. Piccola perla, la scelta originale di denominare ogni episodio della serie (10 in totale) con nomi di diversi formati di file: mov, mkv, mp4 e via dicendo.

"My perfect maze... crumbling before my eyes.
There's nothing to hide behind.
 I didn't think it existed, but there it is...

Mr. Robot finally found my bug."


lunedì 30 dicembre 2013

Un anno di serie Tv… in pillole!

La fine di dicembre, si sa, è tempo di bilanci e classifiche.
L’anno telefilmico che sta per volgere al termine, si è rivelato ricco di novità più o meno interessanti, finali di serie in alcuni casi epici, in altri deludenti, reboot, remake e spin off.
Sono proprio questi ultimi generi che, in voga già da alcuni anni, che continuano a invadere i network d’oltreoceano, dando l’impressione che le idee inizino a venir meno (nel 2013 abbiamo Bates Motel, Mistresses US, Ravenswood, solo per citare qualche esempio).
In certi casi, autori e produttori non sanno da dove attingere per creare nuovi prodotti e il rischio alla fine, è che alcuni show vengano scritti, girati e prodotti velocemente e, altrettanto velocemente vengano poi cancellati.
Siamo lontani dalla Golden Age dei telefilm, ed eccezion fatta per alcuni rari casi (Breaking Bad, The Walking Dead e Game of Thrones), siamo distanti anni luce da quell’anno così significativo, unico e indimenticabile che fu il 2004, l’anno di  Lost, di Desperate Housewives, di House MD.
Eppure, nonostante il calo qualitativo che in questi ultimi mesi ha investito l’universo delle serie tv, non mancano prodotti di qualità, più o meno significativi ma capaci di attirare a sé un buon seguito di pubblico, sia negli States che, di riflesso, in Italia (per il Regno Unito vi rimando a uno dei prossimi post: gli inglesi ormai sono fenomenali nello scrivere serie tv e meritano un capitolo a parte). È il caso di The Blacklist (NBC/Fox Crime), The Americans (FX/Fox), The Following (FOX/Premimum Crime/Sky Uno) o Arrow (CW/Premium Action).
Di seguito, un dettagliato e personalissimo recap dell’anno appena trascorso, con le serie tv che ho maggiormente apprezzato nel 2013, tra le migliori novità negli Usa e in Italia, le serie che anche quest’anno si sono confermate ottimi prodotti, le guilty pleasure, trash ma irrinunciabili e le series finale più significative dell’anno che stiamo per lasciarci alle spalle.



Master of Sex (Showtime/inedita in Italia)
Serie della Showtime inedita per ora in Italia, Masters Of Sex ha per protagonisti il ginecologo William Masters (Michael Sheen, Underworld, The Twilight Saga) e la ricercatrice Virginia Eshelman Johnson (Lizzy Caplan, Cloverfield, True Blood), i veri pionieri della rivoluzione sessuale americana.
La storia, ambientata nel 1956 in un comunissimo Central Medical Building di St.Louis (Missouri) racconta come i due personaggi al centro delle vicende, nell’arco di undici anni di attività, abbiano analizzato oltre diecimila atti sessuali compiuti da 700 individui (382 donne e 312 uomini) affetti dal problema definito “umana inadeguatezza sessuale”. Ispirata al romanzo di Thomas Meier, Masters Of Sex: The Life & Times Of William Masters And Virginia Johnson, The Couple Who Taught America How To Love, si è rivelata da subito una serie audace e originale, caratterizzata da una ricostruzione storica estremamente accurata e dettagliata e dai dialoghi corposi e ben strutturati, capace di analizzare una tematica seria e delicata in maniera esemplare.


Orange is the New Black (Netflix/inedita in italia)
Lo show targato Netflix, è un prodotto di altissima qualità, scritto, girato e strutturato in maniera esemplare. È la serie del 2013 con la S maiuscola.
Un piccolo gioiello sotto tutti i punti di vista, destinato (mi auguro) a durare parecchio tempo. Basato sul romanzo autobiografico di Piper Kerman, Orange Is the New Black: My Year in a Women's Prison, la serie creata da Jenji Kohan (Weeds) è una dramedy incredibilmente avvincente e accattivante.
La sensazione che si ha al termine di ogni episodio è di essere di fronte a una sceneggiatura encomiabile, e ogni volta non si vede l‘ora di scoprire cosa accadrà in futuro. Il legame tra la protagonista e lo spettatore s’instaura sin dai primi minuti, pregio che poche serie possono davvero vantare di avere: a metà strada tra il drama e la comedy, lo show di Kohan, alterna momenti di spiccata e amara ilarità ad altri molto più intensi e delicati, che indagano sulla psicologia di ogni singolo personaggio dando vita a un’incredibile storia corale dove ognuno è artefice del proprio destino.


The Michael J Fox Show (NBC/inedita in italia)
Se negli anni Ottanta avete adorato Michael J. Fox, questa è la serie che fa per voi, la comedy che ha segnato l’attesissimo ritorno in tv dell’attore di Ritorno al Futuro.
Come si può intuire dal titolo, The Michael J. Fox Show è una sorta di biografia dell’attore in cui non ci si limita a raccontare la malattia che lo ha colpito anni fa, ma descrive anche il punto di vista di chi vive questa condizione insieme a lui, ogni giorno: la sua famiglia.
Ideata da Sam Laybourne e scritta a quattro mani con lo sceneggiatore Alex Reid, la comedy si ispira alla vita di Michael per raccontare le vicissitudini di Mike Henry, ex giornalista newyorkese che decide di tornare in tv dopo aver smesso di condurre il suo show mesi prima a causa del Parkinson, incoraggiato dalla moglie Annie (Betsy Brandt di Breaking Bad), dai suoi tre figli e dalla sorella Leigh (Katie Finneran).
Attraverso un umorismo irriverente e a tratti cinico, Michael J. Fox mette in luce piccoli particolari della vita di un malato di Parkinson capaci di compromettere le più semplici azioni chiamate in gioco nella vita quotidiana, dall’aprire un barattolo di sottaceti fino a comporre il giusto numero telefonico sulla tastiera del telefono.
È una sitcom dal retrogusto amaro quella che ci troviamo di fronte, capace di farci sorridere di fronte a una malattia (The Big C docet), ma allo stesso tempo perfettamente in grado di fornirci spunti di riflessione e momenti commoventi.


Devious Maids (Lifetime/Fox Life)
Il 2013 ha rappresentato anche il ritorno di Marc Cherry, il creatore di Desperate Housewives, con una nuova serie tutta al femminile, stavolta senza casalinghe quanto piuttosto con le loro collaboratrici domestiche, e con lo stesso brio con cui anni fa era riuscito a conquistare il piccolo schermo.
Distante un bel po’ di chilometri da Wisteria Lane e dalle sue villette a schiera con i giardini perfettamente curati, lontano dalla classe medio-alta cui Gaby e compagnia bella ci avevano abituati, Cherry ci riprova, stavolta sulla rete via cavo Lifetime e qui in Italia su Fox Life, con una serie irriverente e ironica, dall’inconfondibile sapore latino. Prodotto da nostra signora Eva Longoria, Devious Maids è ispirato alla soap messicana Ellas son la Alegría del Hogar e vanta un cast di tutto rispetto, dove ritroviamo parecchi volti noti del piccolo schermo, da Ana Oriz (Ugly Betty) a Judy Reyes (Scrubs), da Roselyn Sanchez (Senza Traccia) a Dania Ramirez (Heroes). 


Nashville (Abc/Fox Life)
Rayna James (Connie Britton) e Juliette Barnes (Hayden Panettiere) sono le regine della musica country di Nashville e appartengono a due generazioni agli antipodi una dall’altra. Rayna è una cantautrice di sani principi e valori morali, ha due figlie, un marito e una carriera alle spalle che Juliette, adolescente viziata e catapultata sotto le luci della ribalta troppo in fretta, può solo sognare per ora. Sono due donne diversissime tra loro che però, volenti o nolenti, saranno costrette a intrecciare le loro strade per scelte imposte da manager, produttori ed etichette discografiche. Rayna e Juliette sono irresistibili, e come loro, lo sono tutti i personaggi che ruotano intorno a Nashville.
C’è la musica (country), c’è il romance, il bromance, ci sono intrighi, sotterfugi e tradimenti, storie d’amore, dialoghi ben scritti e curati e un regia frizzante e vagamente da soap. Nashville, seppur all’apparenza non lo direste mai, vi terrà incollati allo schermo a ogni episodio e perché no, ogni tanto riuscirà anche a farvi muovere le gambe al ritmo delle canzoni di Juliette e Rayna.


Breaking Bad (Amc/AXN)
Che dopo il finale di Breaking Bad, nulla sarebbe più stato come prima, lo sapevamo sin dall’inizio della quinta, inarrivabile stagione.
La serie di Vince Gillian è riuscita a riscrivere la storia della tv, come avvenne con Twin Peaks prima e con Lost poi.
Dopo aver assistito, il 29 settembre 2013, alla series finale dello show, molti di noi si sono subito resi conto che, almeno per il momento, nulla riuscirà più a emozionarci come prima. Né Walking Dead, né Game of Thrones o nessun’altra serie per un bel po’ di tempo forse.
Il merito di tutto ciò è senza dubbio uno script eccezionale sotto tutti gli aspetti, brillante, originale, magistrale. Ma alla sceneggiatura si sposa una regia favolosa, a tratti manieristica, lineare anche attraverso i flashback, magnetica, emozionante.
Un cast incredibile regala il valore aggiunto a uno show già di per sé perfetto: Bryan Cranston non ha più bisogno di aggettivi per essere descritto ormai, così come Aaron Paul, spalla e partner perfetto, alter ego ideale di Walt. Da Anna Gunn (Skyler) a Dean Norris (Hank), da Betsy Brandt (Marie) a RY Mitte (Walt JR), senza dimenticare Giancarlo Esposito (Gus) o Jonathan Banks (Mike) ogni personaggio ha contribuito a rendere lo show un capolavoro del piccolo schermo capace di mettere d’accordo pubblico e critica come nessuna serie fino a oggi era riuscita a fare negli ultimi anni.


Dexter (Showtime/Fox Crime/FX)
Dexter è tra quegli show che, negli ultimi anni, hanno senza dubbio segnato la storia del piccolo schermo. In netto declino dalla quinta stagione in avanti, la serie, giunta quest’anno al termine, ha tirato troppo la cinghia, e alla fine, l’ha spezzata.
Dex ha perso i suoi punti di forza, ha ceduto dal punto di vista dell’originalità e della sceneggiatura, dopo Trinity nessuno è riuscito più a imporsi come un vero e proprio “villain”. Lo stesso Dexter, cresciuto negli anni grazie anche ai suoi antagonisti, ha smesso di nutrire il suo “dark passenger”.
L’ematologo più famoso del piccolo schermo è diventato sempre più irriconoscibile agli occhi degli spettatori, sempre più debole, vulnerabile, sottotono. Si è trasformato in una persona “normale”, capace di provare emozione, passione, odio. Ciò che amavamo di lui erano la sua fermezza, la sua forza, il suo riuscire a essere sempre distaccato, disposto a tutto pur di non legarsi, disposto a tutto pur di punire “il cattivo”. Un personaggio e una serie che hanno lasciato un segno nel panorama delle serie tv degli ultimi anni e che, nonostante il deludente series finale di questo 2013, nonostante tutto, ci mancheranno per molto, molto tempo.


Shameless US (Showtime/Mya/La5)
Shameless US è uno dei prodotti più interessanti degli ultimi anni, una delle mie serie preferite in assoluto. In onda su Showtime, è il mix perfetto tra drama e comedy e racchiude tutte le caratteristiche tipiche dei due generi. Sagace, irriverente e ironica, nonché remake dell’omonima serie inglese, Shameless nasce da un’idea di Paul Abbot, autore e produttore esecutivo di entrambe le versioni, quella americana e quella del Regno Unito. Un’irresistibile dramedy, politicamente scorretta, anzi, scorrettissima, che può contare su un cast favoloso e su una sceneggiatura davvero convincente e ben scritta, contraddistinta da ottimi dialoghi e da battute sfrontate e sfacciate. 
La terza stagione trasmessa nel 2013, ha rappresentato un giro di boa nello script nella serie. Il 2013 è stato l’anno in cui Frank (William H. Macy), controverso capofamiglia della serie, ha mostrato al pubblico il suo vero io, intenso, “umano”, reale. Smessi i panni, solo per poco tempo, dell’alcolizzato scapestrato, Frank è tornato per un attimo nel ruolo di un vero padre, rivelando un lato di sé, ancora sconosciuto. La quarta stagione debutterà il prossimo 12 gennaio, e sono pronta a scommettere, ancora una volta, che riuscirà a commuoverci, a emozionarci, a farci sorridere ma soprattutto, a farci ridere delle disgrazie che spesso la vita ci mette davanti.


Girls (HBO/Mtv)
Il 2013 è stato anche l’anno che ha consacrato il talento di Lena Dunham, attrice, sceneggiatrice e regista di Girls (con il supporto di Judd Apatow), la serie in onda sulla HBO che negli ultimi due anni ha fatto incetta di premi e statuette.
Girls ha il pregio di portare, con prepotenza e fragilità, l’universo dei twenty-something newyorkesi, sul piccolo schermo. Attraverso un linguaggio a tratti crudo, a tratti irriverente, lo show si rivolge a un pubblico che ha la stessa età dei protagonisti ed è molto simile a essi più di quanto non creda: quei giovani smarriti, confusi, vulnerabili, che spesso si fermano a chiedersi “Where am I?”, “Dove sono?”.
La seconda stagione ha saputo legittimare il successo riscosso dalla prima grazie soprattutto a una sceneggiatura più realistica, introspettiva e intimista rispetto allo scorso anno. La Dunham ha superato sé stessa, è riuscita ad approfondire ogni singolo personaggio senza sacrificare la coralità della serie, senza trascurare i minimi dettagli. Nolita, Williamsburg, Brooklyn: in Girls c’è la New York che non ti aspetti, lontana da paillettes e lustrini, distante da Gossip Girl e Sex and the City, slegata dai soliti stereotipi e dai ripetitivi personaggi convenzionali.
La terza stagione verrà trasmessa, negli States, a partire dal 12 gennaio.


Siberia (NBC/inedita in Italia)
Siberia, show trasmesso a patire dal 1 luglio del 2013 sulla Nbc, è un esperimento interessante e ben scritto, a metà strada tra i reality show e le serie tv.
Sedici concorrenti sbarcano nell’incontaminata terra siberiana per partecipare a un reality inusuale, totalmente privo di regole e il loro obiettivo è sopravvivere fino alla fine dell’inverno, per aggiudicarsi il classico, ricco montepremi. 
Non ci sono televoti, giudici, o il pubblico sovrano a decidere da casa: l’importante qui è arrivare alla fine, stringere i denti, sopravvivere alle intemperie e tornare a casa con un bel bottino. Tutte le regole stilistiche dei reality show, in Siberia, vengono rispettate: la presenza dei cameramen, dei confessionali, delle prove da superare per ottenere in cambio ricompense necessarie alla sopravvivenza, e un bottone, pronto a essere schiacciato qualora si decidesse di abbandonare il gioco.
Non tutto però, andrà come teoricamente dovrebbe: strane presenze sembrano aggirarsi nella foresta circostante, una mole consistente di misteri aleggia nell’aria e una prepotente vena horror si insinua da subito nello show. Non lasciatevi distrarre dalla location, che paradossalmente in alcuni frame vi ricorderà Lost, non pensate al fallimentare The River, concentratevi semplicemente su questo telefilm, che dopo le prime puntate vi inchioderà al divano, rivoluzionando completamente le regole del reality. La prima, emozionante stagione si è conclusa a settembre e, noi fan della serie, stiamo ancora incrociando le dita affinché la NBC comunichi il rinnovo dello show che, visti gli esigui ascolti, rischia di non andare in onda per una season 2.

venerdì 13 settembre 2013

Dexter: l'ottava stagione da stasera su Fox Crime




Tutto iniziò sette anni fa.
‘Tonight is the night’, ve lo ricordate?
Il 1° ottobre del 2006, su Showtime andò in onda Dexter, l’episodio pilota dell’omonima serie che fra poco più di due settimane chiuderà i battenti per sempre.
Dexter Morgan, interpretato dal magnifico Michael C. Hall, ha collezionando negli anni un numero incredibile di fan, conquistando la critica e ribaltando completamente l’opinione comune sui serial killer.
Il suo personaggio è indubbiamente tra quelli più riusciti dell’ultimo decennio televisivo, non solo per come è stato ideato e successivamente scritto ma anche e soprattutto per come è stato interpretato dall’attore stesso.
Dexter è riuscito a stravolgere il nostro modo di “vedere” e giudicare un assassino, è stato capace di farci appassionare e amare un uomo spietato, misantropo, misogino se vogliamo, in lotta con un mondo che reputa incapace di accettarlo.
Nel corso dei primi quattro anni, Dex non ha mai perso la lucidità, non ha lasciato che il mondo esterno interferisse con il suo “passeggero oscuro” né che le emozioni potessero tradirlo. Per quattro anni non ha sbagliato un colpo, non ha mai perso il senno, e Michael C. Hall è riuscito a tenere in piedi una delle migliori serie tv moderne.
Poi…
Poi ci hanno detto che la quinta stagione sarebbe stata quella di “transizione”.
Dexter ha iniziato lentamente ad abbassare la guardia, a buttare giù i paletti che lo dividevano dal mondo esterno.
Nel corso della sesta stagione, è diventato un personaggio “comune”, ha ceduto alle sue debolezze, è diventato sempre più irriconoscibile.
E poi? Poi ci hanno propinato la settima stagione, dicendo che il punto forza sarebbe stato il dualismo con sua sorella Deb e tutto lentamente, stavolta passatemi il termine, è andato a puttane.
A forza di tirare troppo, la cinghia si è spezzata.
Dex ha perso i suoi punti di forza, l’intera serie ha ceduto dal punto di vista dell’originalità e della sceneggiatura, dopo Trinity nessuno è riuscito più a imporsi come un vero e proprio “villain”. Lo stesso Dexter, cresciuto negli anni grazie anche ai suoi antagonisti, ha smesso di nutrire il suo “dark passenger”.
L’ematologo più famoso del piccolo schermo è diventato sempre più irriconoscibile agli occhi degli spettatori, sempre più debole, vulnerabile, sottotono. È diventato una persona quasi normale, capace di provare emozione, passione, odio. Ciò che amavamo di lui erano la sua fermezza, la sua forza, il suo riuscire a essere sempre distaccato, disposto a tutto pur di non legarsi, disposto a tutto pur di punire “il cattivo”.
Tutte queste caratteristiche venute meno, rendono meno doloroso l’addio imminente alla serie, e visto tutto ciò che negli anni Dexter, Debra, Quinn, Angel e Masuka (e tutti gli altri personaggi secondari ma mai ”di contorno”), sono riusciti a regalarci, proviamo almeno per stavolta a chiudere un occhio.
Godiamoci l’ottava stagione, da stasera alle 23.00 su Fox Crime.
Prepariamoci a salutare l’ennesimo, indimenticabile personaggio del piccolo schermo, perché è vero che con le ultime stagioni ci ha deluso parecchio, ma è vero anche che ci mancherà.

martedì 23 luglio 2013

Orange is the New Black: una serie con la "s" maiuscola




Negli ultimi giorni abbiamo parlato delle novità estive in onda in questo periodo negli States, da Mistresses US a Devious Maids, passando per The Bridge e altre che verranno.
Molti di noi stanno tentando il tutto per tutto per ingannare l’attesa prima della premiere di Breaking Bad, altri si distraggono con l’ultima, deludente, stagione di Dexter, altri ancora preferiscono concentrarsi su Under the Dome, il telefilm ispirato al celebre romanzo di Stephen King.
A volte poi, capita che la serie più interessante e originale dell’estate, resti in un angolo perché poco pubblicizzata. Io che non demordo mai e mi impegno ogni giorno nella folle ricerca della serie “del momento”, quella perfetta, super coinvolgente e appassionante come poche, penso di essere riuscita a centrare l’obiettivo anche stavolta con Orange is the new black.
Ve lo dirò ora, a inizio post, e cercherò di non ripetermi  nel corso dell’articolo per non essere ripetitiva: questa è, senza se e senza, la Serie dell’estate con la “s” maiuscola.
Lo show targato Netflix, è un prodotto di altissima qualità, scritto, girato e strutturato in maniera esemplare.
Un piccolo gioiello sotto tutti i punti di vista, destinato a durare parecchio tempo (il colosso dello streaming ha già rinnovato la serie per una seconda stagione).
Basato sul romanzo autobiografico di Piper Kerman, Orange Is the New Black: My Year in a Women's Prison, la serie creata da Jenji Kohan (Weeds) è una dramedy incredibilmente avvincente e accattivante.
I pregi dello show si notano sin dal pilot: nel corso dei 50 minuti, lo spettatore entra in contatto con la protagonista, Piper Chapman (Taylor Schilling), con alcuni frammenti del suo passato e col crudo presente cui deve relazionarsi: la vita dietro le sbarre.
La sensazione che si ha al termine di ogni episodio è di essere di fronte a una sceneggiatura encomiabile, e ogni volta non si vede l‘ora di scoprire cosa accadrà in futuro. Il legame tra la protagonista e lo spettatore s’instaura sin dai primi minuti, pregio che poche serie possono davvero vantare di avere.
Veniamo al plot: costretta a costituirsi per un crimine commesso dieci anni prima (non ancora caduto in prescrizione), ovvero l’aver trasportato una valigia di droga appartenente alla sua fidanzata dell’epoca, Alex (Laura Prepon), Piper ci porta con sé nei meandri di un carcere femminile, territorio ancora inesplorato dalla serialità americana.
Preoccupata per la lontananza con il fidanzato Larry (Jason Biggs), per la stagione di Mad Men in corso che non riuscirà a terminare e per i numerosi modelli di iPhone che si perderà mentre sconterà la sua pena (14 mesi), Piper fa il suo ingresso nell’istituto di correzione in un giorno di primavera, armata di forza e tanto coraggio.
Accolta con la frase “Qui non siamo a Oz”, la protagonista si troverà immediatamente di fronte a un mondo totalmente sconosciuto e ostico, fatto di bieche vendette personali, veterane agguerrite, novelline in cerca di supporto e ultima, in ordine temporale, Alex.
Nonostante Piper abbia cercato, da fuori, di “studiare” i meccanismi del carcere leggendo numerosi manuali prima di entrarvi per arrivare preparata, consigli, raccomandazioni e suggerimenti sembrano essere serviti davvero a poco.
Una frase sbagliata al momento sbagliato  il primo giorno, e per Piper inizia l’inferno…
Non voglio svelarvi di più, ma solo stuzzicare la vostra curiosità e spingervi a iniziare quest’avventura targata Netflix che davvero merita di essere vista.
Ironica e sagace, la serie non si sofferma solo su Piper, ma andando avanti con gli episodi, si concentra sulle sue compagne nella vita quotidiana del carcere, approfondendo le storie di ognuna di loro, tante facce di una stessa medaglia, tutte diverse, tutte affascinanti
Pur parlando di donne, Orange is the new black non è affatto una serie “femminile”, non solo perché lo fa con una comicità e un’intensità capaci di metter d’accordo un pubblico eterogeneo, ma anche perché l’universo maschile, seppur in maniera meno evidente, è comunque ben presente nella struttura della trama e fondamentale ai fini della storia.
A metà strada tra il drama e la comedy, lo show di Kohan, alterna momenti di spiccata e amara ilarità ad altri molto più intensi e delicati, che indagano sulla psicologia di ogni singolo personaggio dando vita a un’incredibile storia corale dove ognuno è artefice del proprio destino.