There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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martedì 6 novembre 2012

The Walking Dead: Killer Within


ATTENZIONE CONTIENE SPOILER SULLA TERZA STAGIONE DI TWD (EPISODIO 4)

Forse in questi anni abbiamo cercato il barlume di Lost nei “posti” sbagliati.
Forse non dovevamo guardare a serie come Flash Forward, Alcatraz, Terra Nova.
Forse la risposta era proprio lì, sotto il nostro naso, e noi semplicemente non ce ne eravamo accorti.
Le lunghe e  spasmodiche attese per ogni nuovo episodio di The Walking Dead potevano essere un chiaro segnale di tutto ciò. 
Così come i brividi nei momenti clou e il battito del cuore accelerato a ogni cliffhanger.
Ma tutto sommato, forse dovevamo semplicemente arrivare all’episodio Killer Within (s03eo4) per capirlo pienamente. 

Rispondete a questa domanda: odio o amore per Lori a parte, chi ieri sera non è rimasto a bocca aperta?
A chi, anche solo per pochi secondi, non sono venuti gli occhi lucidi?
E soprattutto, chi si sarebbe mai aspettato un epilogo del genere?
E lo stesso identico discorso può essere fatto per T-Dog, un personaggio mediocre, in ombra per la maggior parte del tempo, sbeffeggiato da molti perché pressoché inutile, del quale in fondo però, sentiremo la mancanza, perché la serie di Frank Darabont su questo è esattamente come quella di J.J. Abrams: siamo tutti al fianco dei protagonisti, stavolta non siamo su un’isola, ma la sostanza non cambia, noi spettatori siamo lì con Rick, a combattere e sopravvivere faticosamente, giorno dopo giorno.
La mia reazione di ieri sera, di fronte alla tragica e cruda morte di Lori (nonostante io non sia mai stata una sua estimatrice), è stata molto simile a quella suscitata anni fa dalla morte di Charlie o di Jin, solo per citare due momenti incredibili dello show del quale ancor oggi molti di oggi sentono la mancanza.
Lacrime a fiumi, bocca spalancata, occhi sbarrati.
Cosa volete di più da una serie, signori miei?
Cosa può darci di più un “telefilm”, prodoto a volte così tristemente snobbato da alcuni (e per fortuna amato da altri)?
La puntata andata in onda ieri segna un clamoroso spartiacque tra The Walking Dead e tutti gli pseudo “nuovi Lost” sperimentati fino a oggi: questa serie è un passo avanti alle altre, è un gradino, anzi forse un paio di gradini, sopra le altre.

E se già alcuni mesi fa mi ero azzardata a paragonare la frase “This is Not a Democracy Anymore” a “Not Penny’s Boat”, oggi più che mai, mi sento di affermare che io, personalmente, il mio “nuovo” Lost l’ho trovato in The Walking Dead, e no, non ho più bisogno di cercare ancora.


giovedì 11 ottobre 2012

Revolution: il flop targato NBC



Di Revolution avevamo già parlato a luglio poco dopo che la NBC aveva ordinato a J.J. Abrams e Erik Kipke di produrre la prima stagione. I rumors iniziali sulla trama, non avevano presagito nulla di buono, e oggi, dopo i primi 3 episodi, ne abbiamo avuto conferma.
Revolution è un miscuglio banale e noioso delle serie che l’hanno preceduta, proprio come avevamo ipotizzato in tempi non sospetti dopo la visione del trailer: da Flash Forward a Jericho, da Terra Nova a The Walking Dead, l’impressione generale è che gli autori abbiamo preso qualche idea qua e là e l’abbiano buttata dentro l’ennesimo telefilm scifi poco riuscito e per nulla convincente.
È un guazzabuglio di idee caotico e confuso, infarcito di personaggi e situazioni prevedibili, caratterizzato da una trama esile e da dialoghi talmente superficiali da risultare incredibilmente prevedibili.
I personaggi, per nulla accattivanti, riescono a tratti a essere addirittura irritanti, dalla protagonista Tracy Spiridakos (Charlie), espressiva quanto una statua di cera o se vogliamo quanto Kristen Stewart in Twilight, a Billy Burke (non per niente padre della Stewart nella saga) che dovrebbe in teoria interpretare il “duro” della serie, ma che in pratica è credibile quanto Paris Hilton nei panni di uno scienziato.
A poco serve la presenza di un attore fenomenale come Giancarlo Esposito (se ve lo siete perso in Breaking Bad, siete vivamente pregati di recuperare quanto prima) nel ruolo del capitano della milizia, poiché oscurato da cotanta mediocrità e inconsistenza nello script.
Poche idee, banali, superficiali e confuse, regalano a Revolution il titolo di peggior serie dell’autunno, bruciando lo show dopo una manciata di episodi appena, proprio come avvenne con il The River di Steven Spielberg (solo per citarne una) lo scorso anno.
Abrams cade ancora una volta, e dopo Undercovers e Alcatraz, aggiunge ai suoi ultimi flop anche Revolution, restando lì, aggrappato a Fringe e Person of Interest, rischiando ahimè, di compromettere il prestigio di attori come Giancarlo Esposito e Elizabeth Mitchell (reduce da un altro flop, V), coinvolgendoli in progetti tanto ambiziosi quanto effimeri.

giovedì 30 agosto 2012

Jorge Garcia in Once Upon A Time!


Quando un personaggio di Lost torna sul piccolo schermo, a noi Lost-algici, tutto sommato fa sempre piacere, è inutile negarlo.
Così è stato quando Daniel Dae Kim ha annunciato il suo ritorno con Hawaii Five-0 o quando Jorge Garcia ha debuttato con lo sfortunato Alcatraz di J.J. Abrams, giusto per citare due esempi lampanti.
E mentre in questi mesi continua a crescere la trepidante attesa per uno dei ritorni più bramati, quello di Terry "Locke" O'Quinn in 666 Park Avenue, serie horror che debutterà a breve sulla Abc, è fresca di oggi la notizia che l'amatissimo Jorge aka Hurley, tornerà a  farci compagnia anche quest'anno con una comparsata in una delle serie più riuscite del 2011, Once Upon A Time.
Dopo le fugaci apparizioni in How I Met Your Mother e Fringe e smessi i panni di Diego Soto nella serie di Abrams (brutalmente cancellata dopo una sola stagione), il nostro adorato "Hurley" è stato chiamato all'appello dai due showrunner della serie ABC, Edward Kitsis e Adam Horowitz, arrivati anche loro direttamente dall’isola di Lost.
Garcia interpreterà il ruolo del Gigante, probabilmente nell'episodio Jack e la pianta di fagioli, dove è presente un personaggio simile, e andrà a far compagnia all'ex naufraga e compagna di sventure isolane "Claire" Emilie de Ravin, che interpreterà invece Belle.
Molti i nuovi personaggi della seconda stagione di Once Upon A Time, che ripartirà il 30 settembre, tra i più interessanti, Capitan Uncino, Lancillotto e Mulan.



domenica 19 febbraio 2012

Lost: è giusto cercare un erede della serie di Abrams?


Da quando è finito, Lost sembra aver lasciato un buco enorme non solo nei cuori degli spettatori, ma anche e soprattutto nei palinsesti televisivi, al punto che si è cercata e si cerca tutt’ oggi, una serie tv capace di raccoglierne l’eredità.
Partiamo da una considerazione che riprenderemo alla fine: l’ultima stagione si è conclusa il 23 maggio del 2010, appena un anno e mezzo fa e dunque perché ci sembra passato tanto tempo?
Guardando indietro, possiamo contare su una mano o poco più, le “involontarie” vittime scaturite dalla sua eredità.
In principio fu Jericho, uscito nel 2006, che cercava di calcare l’onda di Lost con un prodotto discreto ma dallo scarso appeal. La produzione fu sospesa dopo la prima stagione e solo grazie a un massivo intervento dei fan che reclamavano un finale, venne prodotta una mini seconda stagione sul web.
Poi arrivò il turno di Flash Forward, che esordì poco prima dell’ultima stagione della creatura di JJ Abrams, e malgrado un magnifico cast e l’ottimo potenziale fu “bruciata” da un eccessivo carico di aspettative da parte del network non ripagate a dovere in termini di ascolti e tantomeno in quelli economici.
Nel settembre 2010 toccò a The Event, supportato da un potente viral marketing già prima della messa in onda, che a conti fatti però, servì a poco. In questo caso, diversamente da FF, la trama non riuscì a decollare mai veramente: i personaggi erano totalmente privi di una qualsiasi forza emotiva capace di suscitare coinvolgimento nello spettatore, motivo che la condusse alla cancellazione.
Nell’ottobre 2011 a cercare fortuna tra gli “orfani” di Lost giunse anche Spielberg, nelle vesti di produttore in Terra Nova, una serie fantasy piuttosto banale, caratterizzata da un budget di altissimo livello ma dai contenuti troppo poveri per diventare un nuovo successo.
Lo scorso gennaio invece ha debuttato Alcatraz, figlia dello stesso JJ Abrams, che, da abile venditore qual è, ha inserito nel cast come protagonista uno dei punti cardine di quel Lost tanto invocato dai fan di tutto il mondo, Jorge Garcia, meglio conosciuto come Hurley. E due settimane fa infine è uscito The River, serie che mescola fantascienza e horror dove troviamo ancora una volta Spielberg nelle vesti di produttore, affiancato da Oren Peli, regista della serie di filmParanormal Activity.

E allora concentriamoci proprio su queste due new entries per capire quale sia già uno Stracult, e quale uno Stracotto!

Di Alcatraz avevamo già parlato con entusiasmo qualche settimana fa, mettendo in luce pregi e difetti di uno show ambientato nel carcere più famoso e affascinante del mondo.
Con questa serie Abrams torna e riconquista punti dopo un paio di esperimenti piuttosto deludenti come Undercovers e Person of Interest. Sviluppata su due linee temporali (quella del ’63 e quella attuale) ogni episodio vede protagonista uno dei detenuti di Alcatraz tornati nel presente per i motivi più disparati, e con lo scorrere delle puntate, gli intrecci fra i personaggi sembrano essere ben più forti di quel che appaiono: tornano stilemi e tematiche care a J.J. che ancora una volta ha la straordinaria capacità di creare un hype notevole che incolla lo spettatore al divano. I segreti dell’isola (vi ricorda qualcosa, forse?) sono tanti e ben articolati in un gioco di specchi dove nulla è come sembra: difficile non premiare questo showcome lo stracult di inizio 2012.

Il titolo di Stracotto invece va senza troppi fronzoli a The River, la maxi produzione Spielberg-Peli (Paranormal Activity), girata daJaume Collet-Serra (The Orphan). L’idea alla base potrebbe anche risultare intrigante, benché non propriamente originale: Emmet Cole, famoso presentatore di un adventure show, svanisce nel nulla durante una delle sue numerose spedizioni lungo il Rio delle Amazzoni. A sei mesi dalla sua scomparsa, la moglie Tess e il figlio Lincoln seguiti 24 ore su 24 dal cinico produttore Qiuetly e dai suoi collaboratori, partono alla ricerca del desaparecido. La principale “novità” della serie è lo stile di regia, un mockumentary girato per lo più in handy-cam per dare  l’idea, appunto, di assistere a una puntata del reality. Quello che appare però a prima vista come uno spunto interessante si trasforma da subito nel suo limite più grande: il finto documentario risulta posticcio e irreale, e telecamere piazzate convenientemente in punti strategici, non sono sempre credibili. A questo va ascritto poi il peggior difetto in cui un horror può incappare: la noia, che caratterizza i novanta minuti della season première. Pathos e tensione sono totalmente assenti, i personaggi sono macchiette da b-movies, la recitazione è troppo enfatizzata e marcata, la sceneggiatura scialba e insipida. Un flop fatto e finito.

E torniamo adesso a riflettere sulla domanda formulata poco fa. Se ci sembra passata una vita da Lost, è perché è stata l’unica serie capace di segnare davvero un’epoca (insieme ad altri telefilm) e la sua chiusura ha sancito la fine di una vera e propria Golden Age.
Inutile cercare oggi in altri show quello che ha rappresentato Lost, soprattutto per il tipo di legame che ha saputo instaurare col pubblico, un legame nato in fretta e che si è rafforzato nel tempo, anche in virtù di abili manovre “extra televisive” che hanno rinsaldato un amore durato anni.
Cercare ossessivamente un altro fenomeno simile è pura utopia, proprio perché nessuno di noi era realmente preparato: chi si sarebbe mai aspettato un tale livello di regia, storia, caratterizzazione dei personaggi da un prodotto televisivo?
Quella di Lost è un’isola dalla quale nessuno di noi sarebbe mai voluto ripartire.
È un’isola su cui, seppur virtualmente, abbiamo vissuto per sei lunghissimi anni.
L’abbiamo spostata temporalmente e fisicamente.
L’abbiamo esplorata, percorsa in lungo e in largo.
L’abbiamo amata, idolatrata, odiata, ogni tanto anche ripudiata.
Eppure, seppur masochisticamente, molti di noi vorrebbero che l’occhio di Jack non si fosse mai chiuso, e in fondo in fondo, vorrebbero il dottore ancora a lì, a battersi per il bene di tutti e per l’amore di Kate.
C’è chi ancora rimpiange quei tempi, quelli in cui ogni settimana ci lasciavamo catapultare in un mondo dove tutto poteva accadere, dove non avevamo bisogno di troppe giustificazioni per spiegare eventi soprannaturali, dove tutto era concesso.
E guai a chi dice che adesso certe “assurdità” non le accetteremo di buon grado: anche oggi a Jack, Sawyer e Locke, saremmo capaci di perdonare tutto, anche oggi accetteremmo situazioni di qualsiasi tipo.
Perché oggi più di ieri, seguiremo i naufraghi dell’Oceanic in capo al mondo, no matter what.
Penso sia sbagliato dire che se Lost andasse in onda nel 2012, saremmo più esigenti e severi, e non sarebbe la stessa cosa, perché in realtà lo sarebbe eccome.
Solo Lost è stato in grado di cambiare la tv, come nessuno aveva mai fatto prima, e come probabilmente, nessuno farà mai da oggi in poi.
La serie di Abrams ha segnato un traguardo importante, una vittoria senza precedenti, marcando un fuoco un universo dove non avrà mai rivali, checché se ne dica.

sabato 21 gennaio 2012

Alcatraz: la nuova serie di JJ Abrams vs. One Tree Hill e la crisi del teen drama

Stracult e Stracotti - …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl su TelefilmCult!


Pollice su questa settimana per Alcatraz, la nuova serie Stracult di (san) J.J. Abrams, che dopo le prime due puntate conferma le aspettative fiduciose dei fan.
Prima di elencarne pregi e eventualmente difetti, partiamo però da un presupposto fondamentale: se come me siete affetti da una forte Lost-algia, se per voi i losties erano molto più che semplici personaggi di finzione e abbandonando l’isola hanno lasciato un vuoto incolmabile nel vostro cuore, nulla sostituirà mai Lost nella vostra mente, fatevene una ragione. Detto ciò, se da tempo eravate alla disperata ricerca di un ottimo sostituto di Fringe (a rischio chiusura), finalmente potete tirare un sospiro di sollievo. Mettete da parte Person of Interest se non vi ha convinti, e sintonizzatevi su Alcatraz, il valoroso sostituto, sul canale Fox, di quel deludente esperimento dal titolo Terra Nova.
10 milioni di spettatori per la première di stagione, il 10% di share in più rispetto al flop firmato Spielberg (preannunciato come la serie evento dell’anno), sancendo il miglior debutto di uno show sul network negli ultimi tre anni. La storia è intrigante e originale, grazie anche e soprattutto all’ambientazione: come location, infatti, la scelta è ricaduta sulla misteriosa isola di Alcatraz, dove dallo storico carcere di massima sicurezza si intravede la baia di San Francisco. Qui, pericolosi detenuti scomparsi nel nulla nel 1963, si ritrovano catapultati ai giorni nostri, senza riportare i segni del tempo e della vecchiaia, pronti a compiere efferati omicidi per motivi ancora ignoti. La serie è strutturata in chiave procedural, con episodi sviluppati (proprio come in Fringe), con trama verticale e casi autoconclusivi di puntata in puntata. Le inconfondibili musiche di Michael Giacchino conferiscono tensione e pathos alla storia, e nel cast brilla più che mai la performance di Jorge Garcia, in cui inevitabilmente tutti i fan ritrovano l’adorato Hugo del volo Oceanic 815.


A sprofondare nella categoria Stracotti, senza speranze di miglioramento all’orizzonte, è One Tree Hill, lo show della CW firmato Mark Schwhan. A ulteriore riprova della profonda crisi in cui è precipitato il teen drama da un paio d’anni a questa parte, basta vedere l’esempio di Gossip Girl, 90210 e simili, OTH è ripartito la scorsa settimana in mid-season, con la nona estenuante stagione. Arrivato al capolinea già nel corso della quinta stagione, il telefilm è letteralmente alla frutta, e dopo aver perso per strada personaggi chiave come Lucas e Peyton (Chad Michael Murray e Hilary Burton), ha smarrito la verve e l’originalità che nel 2003 lo avevano reso il degno erede di Dawson’s Creek. Da trascinatore del genere dedicato agli adolescenti qual era, si è trasformato negli anni in un fantasma di sé stesso, diventando un groviglio di situazione già viste, intrecci noiosi e ripetitivi e colpi di scena banali e prevedibili.
Ciò che si evince sempre più, ormai, è che se il teen drama conserva ancora qualche possibilità di sopravvivere, potrà farlo solo attraverso la contaminazione di generi, nello specifico, con l’apporto di elementi fantasy nella trama: Vampire Diaries docet.