There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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sabato 24 maggio 2014

Grey’s Anatomy: Fear (of the Unknown) - Goodbye Cristina


L’attesa è finita, la stagione anche, non ci sono più scuse: è ora di dire addio a Cristina Yang. Dopo mesi di attesa estenuante, la season finale non ha tradito le aspettative: il saluto di Sandra Oh alla serie ha lasciato i fan commossi e soddisfatti.

Nonostante Cristina continui a rimandare la partenza, aggrappandosi a scuse di ogni tipo, il momento è arrivato: è ora che lasci Seattle. Spinta da Meredith a mettere da parte paure e indecisioni, la Yang si appresta a lasciare la città, senza però prima, aver lasciato il segno: se da un lato infatti, Cristina decide di non salutare Owen in maniera “tradizionale”, ma solo da dietro il vetro della sala operatoria, l’addio con Mer, è uno dei più intensi e commoventi di sempre. Ultimo, ma non per questo meno importante, il saluto ad Alex al quale lascia nientemeno che il suo posto tra i membri del Consiglio. A Zurigo, la cardiologa non va però da sola: ad accompagnarla, il fidato Shane, in qualità di suo assistente.
A sostituire Cristina al Grey Sloan Memorial Hospital, la giovane dottoressa Maggie Pierce che, al termine della puntata, scopriamo essere nientemeno che la figlia di Webber ed Ellis Grey. I problemi per Richard, sono però altri: ignaro della decisione di Cristina di far salire Alex al Consiglio, il “capo”, promette alla Bailey quello stesso posto, senza badare alle conseguenze che una simile scelta implicherebbe.
Aria di crisi anche tra Derek e Meredith: alla fine della puntata infatti, la Grey confessa al marito di non essere minimamente disposta a seguirlo a Washington.
La scena dell’addio tra Meredith e Cristina è innegabilmente la più riuscita dell’intero episodio. Impossibile non commuoversi, inevitabile non lasciarsi andare a fiumi di lacrime. Una season finale diversa dal solito, siamo infatti abituati a tragedie e catastrofi di ogni tipo in Grey’s Anatomy, non ci ha lasciato con l’amaro in bocca, anzi. La storia di Cristina e Mer, seppur conclusa, resterà sempre nella memoria di tutti i fan della serie di Shonda Rhimes.
L’ennesima crisi esplosa tra Derek e Meredith irrompe inaspettatamente in una storyline che sin dall’inizio sembrava davvero buttata lì per riempire buchi di sceneggiatura. Che Meredith non andasse via da Seattle lo sapevano da mesi, far scoppiare una crisi così, a pochi minuti dalla fine della stagione, non è sembrata la scelta più appropriata.
Molte le storyline lasciate aperte, tanti gli interrogativi da colmare. L’undicesima stagione di Grey’s Anatomy avrà sicuramente molteplici sotto trame da sviluppare per dare risposte alle domande lasciate aperte con questa season finale.

Un addio sofferto e temuto fino alla fine, quello a Cristina Yang. Un personaggio fondamentale per lo show, essenziale, indimenticabile. Inutile negare che senza Sandra Oh, la serie non sarà più la stessa. Dopo dieci anni e un tale vuoto, sarà davvero duro per Shonda Rhimes, evitare che Grey’s Anatomy perda i suoi fan più accaniti e affezionati.

mercoledì 2 aprile 2014

Girls: Two Plane Rides, recensione della season finale


CONTIENE SPOILER

E anche per quest’anno, Girls ci saluta. Per la terza volta, la season finale della stagione è dedicata alla coppia Hannah e Adam, per chiudere gli interrogativi lasciati aperti e lasciarci ancora una volta col fiato sospeso fino al prossimo anno.

Hannah riceve una notizia inaspettata: una scuola di scrittura creativa in Iowa ha accettato la sua richiesta d’iscrizione e presto, se vorrà, dovrà partire e lasciare New York per iniziare i corsi. A pochi minuti dalla prima a Broadway del Major Barbara, Adam viene a sapere della novità dalla stessa Hannah, insensibile di fronte alla reazione che lui potrebbe avere di fronte alla possibilità di un simile cambiamento. Inutile dire che, in seguito alla notizia, nonostante gli applausi in sala, la performance di Adam si rivela piuttosto sottotono rispetto alle prove. Questa, la goccia che fa traboccare il vaso: per Adam è troppo, meglio finirla qui, meglio interrompere la relazione. A fine serata, di ritorno a casa, la reazione di Hannah invece, è quella di stringere tra le mani la lettera della scuola dell’Iowa, con un sorriso sereno e soddisfatto sul volto.
Marnie confessa a Shosh di aver avuto una relazione con Ray, e ciò spinge la più giovane del gruppo, a confessare al ragazzo di rivolerlo indietro, di voler ricominciare con lui, dopo un anno trascorso distanti. Troppo tardi però, stavolta Ray è deciso a non tornare sui suoi passi. Duro colpo per Shosh, il secondo della giornata: poche ore prima, infatti, la notizia che non avrebbe potuto laurearsi in questo semestre.
Hannah Horvath e le sue mille sfaccettature.
Lei, che ogni giorno, dalla penna di Lena Dunham prende forme diverse.
Hannah così irritante, impertinente, esagerata.
Hannah egocentrica ed egoista, Hannah così vera.
Nel corso di tre stagioni l’abbiamo vista cambiare più volte, aprire il suo cuore all’amore, richiuderlo, riaprirlo. Tentarle tutte pur di sfondare nel mondo del lavoro, voltarsi indietro alla prima difficoltà per tornare con la coda tra le gambe al punto di partenza.
Perché Hannah è tutto questo: è una ragazza contradditoria, indisponente, piena di fragilità, nonostante tutto. Mai come in questa stagione l’abbiamo vista legata a qualcuno, mai così dipendente da un’altra persona, e fino all’ultimo momento, c’eravamo convinti che quella persona fosse Adam. Ma con Hannah è vero tutto e il contrario di tutto, e ancora una volta, in extremis, ha capovolto le nostre aspettative, ha spezzato il cuore dell’unica persona in grado di amarla totalmente, ed è tornata al punto di partenza.
Hannah ha scelto sé stessa, a dispetto di tutto e tutti e ha deciso di puntare tutto solo ed esclusivamente su di lei.
Difficilmente riusciremo a capire cosa avesse in mente la Dunham per il personaggio di Jessa in questa terza stagione, certo è che la scelta di lasciarla così tanto in disparte, anche nella season finale, ci ha convinti poco.
Che il personaggio interpretato da Jemima Kirke fosse un “outsider” tra le ragazze, lo sapevano già da un paio d’anni, ma la terza stagione ha trascurato fin troppo lo spazio dedicato a Jessa, sacrificando un potenziale su cui in molti sarebbero pronti a scommettere. Che Jessa sia il personaggio più controverso e antipatico della serie, non c’è alcun dubbio, che sia quello più interessante da sviluppare anche. Curioso che la sceneggiatrice le abbia dedicato così poco spazio, certo è che, per raccontare Hannah in tutte le sue sfaccettature, un taglio era necessario. Avremmo preferito che capitasse a Marnie, per quest’anno è andata così, non ci resta che sperare che la quarta stagione si concentri maggiormente su Jessa.
Shoshanna è rimasta in disparte per la maggior parte della stagione, saltando fuori però, sempre al momento giusto. Se in Beach House infatti, è riuscita a mettere a tacere le tre amiche in preda a una crisi isterica e a un litigio senza precedenti, in Role-Play è stata lei a prendere in mano le redini della vita di Jessa, per salvarla, in extremis, dalla droga.
È nella season finale però, che Shosh dà il meglio di sé stessa, proprio nel momento più difficile attraversato dal suo personaggio: dopo aver scoperto che non potrà laurearsi in questa sessione a causa di un esame arretrato, Marnie le racconta della sua storia con Ray. Ciò basta a scatenare in Shoshanna una susseguirsi di sentimenti contrastanti, che la spingono, alla fine, a dichiarare a Ray tutto il suo amore e la volontà, disperata, di tornare insieme con lui.
Poco importa in fondo, che Ray la respinga, ciò che conta è che, al termine di un anno bizzarro, trascorso tra storie di una notte e studio estenuante, Shosh stia tornando a essere la persona romantica, dolce e confusa che negli abbiamo imparato a conoscere e ad amare.
Consapevoli del fatto che con Hannah Horvath vale sempre tutto e il contrario di tutto, il dubbio maggiore resta proprio quello sulla scelta che prenderà in futuro. Sceglierà davvero di lasciare Adam a New York e trasferirsi in Iowa?
Di lasciarsi la sua vita e le sue amiche dietro le spalle per ricominciare daccapo in una nuova sconosciuta città? O per una volta ci stupirà e si rivelerà meno egoista del solito? 
Non ci resta che aspettare il prossimo anno per scoprirlo!

lunedì 17 giugno 2013

Shameless (U.S.) - stagione 3 - Da vicino, nessuna famiglia è normale



Shameless è surreale, esagerato, a tratti grottesco. È un dramma familiare condito da un umorismo nero che più nero non si può; è sesso puro sbandierato ai quattro venti, è ironia totale e tagliente, è quanto di più vicino alla realtà ci sia ora come ora sul piccolo schermo.
Si è da poco conclusa la terza stagione, e nonostante l’esiguo numero di episodi andati in onda (12 per stagione), a molti di noi, sembra di conoscere i Gallagher da anni.
La season3 si è rivelata senza dubbio quella più “forte”, la più audace e cruda se vogliamo: alcune storyline sono state scritte intenzionalmente senza mezzi termini, girate e raccontate senza troppi fronzoli, volutamente estremizzate.
Il risultato? Raccontare storie vicine a molti di noi, esasperandone alcuni aspetti, facendoci inevitabilmente affezionare alla fragilità e alla tenacia di ognuno dei protagonisti, in maniera incondizionata, senza “se” e senza “ma”, e soprattutto senza nutrire alcun pregiudizio.
I Gallagher, ma anche Sheila e Jody, Vi e Kevin, sono diventati la nostra “famiglia”, con loro ridiamo, ci commuoviamo, denunciamo la società di oggi, viviamo drammi e perché no, condividiamo gli innumerevoli brindisi.
Ed è per questo che, nonostante i difetti di ognuno, non ce la sentiamo di dissociarsi dalle loro sventure e, come faremmo con un membro della nostra famiglia, tendiamo invece a fare il tifo per ciascuno dei protagonisti.
Shameless è talmente crudo da essere da un lato sconvolgente, dall’altro confortante: di fronte alle sventure di Fiona e i suoi fratelli, a tutti noi, strampalate che siano, le nostre famiglie appaiono sempre più normali.
La terza stagione (qualora ve la foste persa vi ricordo che va in onda ogni lunedì alle 21.15 su Premium Joi) ha il pregio di essere riuscita a trasformare i personaggi in persone, rivoltandoli a volte come un calzino, per analizzarne approfonditamente vizi e virtù, pregi e difetti.
Difficile decretare il vero protagonista della stagione, e nonostante io adori Fiona, stavolta i riflettori sono accesi su tutti gli altri.
A partire dalla piccola Debbie che inizia a diventare giorno dopo giorno più grande, rivestendo così un ruolo sempre più importante nelle disavventure dei Gallagher.
Al suo fianco, tra i più piccoli (oltre all’adorabile Liam che finalmente sentiamo dire qualche parolina), il diabolico Carl, il figlio che nessuno di noi vorrebbe avere, l’unico invece in grado di scalfire il cuore di cemento di Frank.
Accanto a loro, Ian e Lip, al centro di due storie d’amore totalmente diverse tra loro ma con parecchi punti in comune: estenuanti, faticose, irruente, in grado di stravolgerli completamente e mostrarli al pubblico sotto una luce diversa da quella cui eravamo abituati. Sono entrambi fragili, impauriti, duri fuori ma molto meno robusti dentro.
Sono due teenager cresciuti troppo in fretta, diventati adulti sotto tanti aspetti ma ancora piuttosto immaturi sotto altri. La realtà li opprime e a loro non resta che provare a salvarsi, in due modi differenti: fuggendo lontano, come decide di fare Ian, o provando a immaginare un futuro diverso, migliore, come fa Lip, e se anche l’università resterà per lui soltanto un sogno, almeno potrà dire di averci provato a  differenza di altri.
E poi c’è Fiona, sempre più “madre” e meno sorella, e non perché è diventata a tutti gli effetti tutrice legale dei ragazzi, quanto piuttosto per colpa delle innumerevoli difficoltà che la vita le pone davanti e che la maggior parte delle volte, si ritrova a dover affrontare da sola.
E nonostante la stanchezza, la fatica, la solitudine, alla fine della stagione è sempre lei a non mollare, anzi: è solo e soltanto Fiona a tenere le redini unite della famiglia, nonostante il tradimento di Jimmy, nonostante la malattia di Frank, nonostante tutto.
E per la prima volta, la vediamo piangere al capezzale di un padre in cui non crede più, ma dal quale non vuole affatto allontanarsi; la vediamo lottare per un lavoro che no, non le interessa, ma che le occorre e lei è disposta a tutto pur di ottenerlo. Nonostante il futuro non si prospetti per nulla roseo, Fiona è pronta ad andare avanti, e lo dimostra nella scena finale dell’ultimo episodio, in cui cerca di dire addio a Jimmy, nonostante questo le costi una fatica e una sofferenza  immensa.
Ultimo, tra i Gallagher, l’indomabile Frank: la terza stagione lo ha visto protagonista di numerose storie, impegnato “politicamente”, sempre pronto ad arrabattarsi in qualche modo, sempre in prima linea se c’è da fregare qualcuno. L’ultimo episodio però, nonostante il dispiegarsi di alcuni strampalati eventi nel corso delle undici puntate trasmesse precedentemente, ci mostra un Frank a cui non eravamo assolutamente abituati né tantomeno preparati.
Se già il suo personaggio ci aveva stupito quando aveva scelto di farsi arrestare per salvare il piccolo Carl dal carcere, è solo con il riavvicinamento a Lip che papà Gallagher dimostra di avere ancora un briciolo di umanità in corpo, tra i fiumi di birra che gli scorrono nelle vene.
La notizia della sua malattia ci mostra un nuovo Frank, diverso, vulnerabile, più vero.
In questo esatto passaggio, tutti i conti tornano, l’intera stagione assume un senso diverso, nuovo, vero: Shameless dimostra, una volta per tutte, di saper trasformare in maniera esemplare i personaggi in persone, per renderli più vicini a noi, più reali, e ciò si evince ancor di più nello splendido pisodio conclusivo.
La malattia di Frank ha avuto un “effetto domino” su tutti i suoi figli, a partire da Carl fino ad arrivare a Fiona, passando per Lip. E chissà ora cosa succederà, chissà chi sarà il primo a cadere senza riuscire più a rialzarsi.
Quel padre assente, infimo, meschino, è tornato a essere, suo malgrado, il fulcro attorno cui ruota l’intera famiglia Gallagher, proprio come accade in molte, moltissime famiglie.
Perché è esattamente questo che succede nella realtà: non importa quanti errori abbiamo commesso, quanti sbagli abbiamo compiuto, ce lo insegnano sin da bambini che dentro le mura domestiche, meritiamo tutti una seconda chance, nonostante tutto. Perché “la famiglia è la famiglia”, giusto o sbagliato che sia.



domenica 3 giugno 2012

Goodbye Ginnuts: Make It or Break It series finale



Già lo scorso anno Make It or Break It rischiò di venir chiuso: i bassi ascolti dello show della Abc Family, infatti, non convinsero del tutto i produttori.
Affetti come molti dalla febbre da Olimpiadi però, si convinsero a “regalare” alla serie altri otto episodi, lasciandosi purtroppo indietro, loro malgrado, alcuni protagonisti principali e a dir poco fondamentali: dall’allenatore Sasha Beloff (Neil Jackson, apparso in un paio di episodi appena della terza stagione) a una delle “ginnuts” stesse, Emily Kmetko (Chelsea Hobbs), oltre a una manciata di personaggi sì secondari, ma dei quali abbiamo fortemente sentito la mancanza quest’anno, da Chloe Kmetko (Susan Ward) a Damon Young (Johnny Pacar).
Nella terza stagione non cambia solo la location per le ginnuts che si ritrovano così costrette a dire addio alla Rock, ma il turn over tocca anche al coach e alle compagne di squadra e la verve, non è più la stessa: cala la qualità dei dialoghi, la compattezza degli intrecci, e tutto, sfortunatamente, si fa scontato e prevedibile.
Make It or Break It, come spesso accade a molte altre serie, si perde inevitabilmente per strada e inconsciamente smarrisce tutti i punti forti che fino a oggi lo avevano caratterizzato.
E anche se nella series finale ogni storyline trova la sua un’esaustiva e degna conclusione, il plot assume caratteri fin troppo disneyani rispetto quello cui siamo abituati, tanto da spingerci a tirare un sospiro di sollievo.
Miobi è l’esempio lampante di come sia meglio concludere una serie prima che sia troppo tardi, onde evitare di lasciare l’amaro in bocca una volta viste deluse le nostre aspettative.
Goddbye ginnuts e in bocca al lupo per Londra.

Noi magari, ci rifaremo con Ginnaste.

lunedì 21 maggio 2012

Grey’s Anatomy – Season finale: Cara Shonda ti scrivo, così mi sfogo un po’

Attenzione: contiene spoiler se ancora non avete visto la season finale 

In ogni finale di stagione, così come in ogni episodio, in Grey’s Anatomy siamo passati sopra a tutto: la morte violenta, assurda e insensata di George, quella di Danny, l’addio di Izzie, la strage di due anni fa.
Abbiamo accettato qualsiasi scelta attuata da Shonda Rhimes, senza ribellarci né opporci alle sue decisioni, neanche fossero divine. Nostro malgrado, fazzoletti alla mano, fiumi di lacrime e nodo alla gola, ci siamo piegati al suo volere senza perdre fiducia nella serie. Mai.
Fino a ora.
Cara Shonda, non ci siamo: stavolta hai superato la linea di confine, stavolta ti sei spinta troppo oltre, stavolta hai commesso un passo falso.
Nonostante la meta-citazione alla Lost inizialmente mi sembrasse geniale, alla luce dei fatti e delle scelte compiute, ora mi par tutto una grossa e inspiegabile esagerazione. Un aereo precipita e nessuno se ne accorge? Un gruppo di chirurghi scompare e non vola una mosca? Solo una telefonata a Owen a fine giornata? Nessuno ha avuto modo di chiamarli/sentirli/messaggiarli per tutto il giorno? Really, Shonda?
Il plot in questo caso non regge affatto, mi duole ammetterlo: la pistola lancia razzi è ovviamenterotta, Derek un attimo prima è in fin di vita, l’attimo dopo invece in forma smagliante per soccorrere Mark.
Neanche un cellulare è riuscito a sopravvivere all’impatto, ma sei cristiani su sette invece si? Ma per favore!
E poi, ma veramente tutte a loro capitano? Un ospedale con medici e specializzandi più sfigati non poteva esistere!
Shonda mia, ma che mi hai combinato? Una stagione coi fiocchi, ineccepibile sotto moltissimi punti di vista, tornata in auge dopo un anno sottotono, rovinata da una season finale così?
E poi mi dispiace, ma la morte di Lexie non mi va proprio giù. Non ha senso, è crudele, è troppo anche per te. Una stagione intera ad aspettare che lei si dichiarasse a lui, e dopo un quarto d’ora la fai morire in quel modo?
Cosa ci aspetterà ora? L’ennesima stagione strappalacrime, focalizzata sui drammi interiori di ogni personaggio?
Cosa accadrà il prossimo anno?
Perché abbiamo già visto tutti i personaggi, dal primo all’ultimo, affrontare qualsiasi tipo di dramma, lutto, tragedia, imprevisto, che altro rimane? Oltre alle smorfie di Meredith, le urla di Cristina e il fastidioso e irritante comportamento della Kepner (anzi, non potevi far fuori lei???), cos’altro resta ormai?
Non starai pensando di spostare il Seattle Grace nel tempo e nello spazio, vero?!
Attendo tue,
“fammi sape” Shonda!
Xoxo,
Stargirl



sabato 19 maggio 2012

Addio a Desperate Housewives, addio a Wisteria Lane





Stracult e Stracottiovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl su Telefilm Cult.

Questa settimana uno speciale Stracult ad honorem a Desperate Housewives!


Era il 2004, l’anno di Lost, di House M.D., l’anno in cui, per la prima volta, sentimmo la voce di Mary Alice Young.
Marc Cherry ci presentò in quell’occasione quattro donne, tutte molto diverse tra loro, tutte favolose.
Ognuna con i propri punti forza e le proprie debolezze, ognuna con pregi e difetti.
Ognuna unica nel suo genere. Gaby, Susan, Lynette, Bree, oltre a tutti gli altri personaggi che anno dopo anno, han fatto loro compagnia.
Donne sposate, mamme, amanti, amiche. Lavoratrici incallite, donne in carriera, casalinghe.
Quattro donne che non dimenticheremo mai, protagoniste di una serie inarrivabile, nonostante alti e bassi e nonostante la a dir poco “bizzarra” season finale. Quattro amiche che salutandoci lasceranno un vuoto dentro di noi, dopo che per otto lunghi anni ci han tenuto compagnia. Con loro abbiamo pianto, riso, riflettuto. Ci siamo scontrate con i loro fantasmi in più di un’occasione, condividendo da dietro lo schermo, gioie e dolori.
Abbiamo partecipato a matrimoni e funerali insieme a loro, siamo stati complici di omicidi e tradimenti, sotterfugi e colpi bassi.
Abbiamo accolto a braccia aperte nuovi vicini di casa, per poi tendergli imboscate e inganni di ogni tipo.
Le abbiamo seguite per così tanto tempo, da sentirle così familiari, così intime, quasi come delle amiche vere.
Ma Gaby, Lynette, Bree e Susan, così come sono arrivate, ora se ne vanno, lasciando inevitabilmente un vuoto dentro di noi. E che nessuno, tar qualche tempo, si azzardi a dire che qualcun altro prenderà il loro posto. Nessuno si permetta di pronunciare, come spesso accade per Lost, la terribile frase “ecco le eredi di Desperate Housewives”. Perché ciò non accadrà mai.
Addio Wisteria Lane.
Addio Fairview.
Addio amiche casalinghe.
Ci mancherete. Tanto.

martedì 20 marzo 2012

The Walking Dead, season finale: this isn't a democracy anymore

(contiene spoiler sulla season finale, episodio 2x13)



Arriva un punto in cui il sottile confine tra bene e male, per forza di cose, va oltrepassato.
Per sopravvivere, per smettere di soffrire, per tirare avanti.
Il momento in cui decidere se superare il limite, arriva per tutti.
C'è chi riesce ad andare oltre, seppur scontrandosi con i propri principi e valori, facendo i conti sé stesso. Chi invece, nasconde la testa sotto la sabbia, e manda giù, pur di non esporsi troppo.
Rick rientra nel primo girone, quello dei coraggiosi. Rick il limite lo ha superato, sfoderando una grinta e un coraggio che in molti non pensavamo avesse. Il conto da pagare è salato, i sensi di colpa con cui fare a pugni anche, ma un leader come lui, non non bada a certe cose, ma "guarda e passa". Se con l'episodio Better Angels ci aveva lasciati a bocca sparando a freddo all'amico Shane, nella season finale di The Walking Dead, il personaggio interpretato da Andrew Lincoln ci ha regalato il meglio.
In Beside The Dying Fire, ogni certezza viene meno, crollano le barriere, cadono a pezzi le sicurezze, e la morte e il caos sono dappertutto. 
In Beside The Dying Fire, Herschel perde la sua fattoria, dice addio a due dei suoi figli, e il resto del gruppo perde Andrea, che d'un colpo si ritrova da sola in mezzo al bosco in balìa del buio e degli Erranti.
In Beside The Dying Fire, Rick completa la sua trasformazione, lascia da parte il poliziotto buono, e indossa i panni, una volta per tutte, di quello cattivo. 
Mette parte ogni remora e regna sovrano. 
Rick prova a imporre il suo volere al gruppo, per sopravvivere e non rimetterci la pelle. Lo fa dapprima con le buone, poi con le cattive, perché nel momento stesso in cui ha premuto il grilletto contro il suo migliore amico, Rick non è più lo stesso. 
Adesso è un leader, anzi, un dittatore, un uomo disposto a tutto pur di proteggere una moglie sempre più sfuggente e un figlio ribelle. Rick ora guarda al suo bene, e a quello dell'intero gruppo, e lo fa in maniera drastica, autoritaria, aggressiva. Lo fa senza badare a chi canta fuori dal coro, a chi non appoggia le sue decisioni, a chi la pensa diversamente da lui. Prende il comando con prepotenza, lascia un margine di scelta, oltre il quale in futuro non andrà. 
Il gruppo può scegliere se sottostare alle sue regole oppure no. Chi vuole può abbandonare la nave ora, senza voltarsi indietro.
Ora, o mai più.
Parli adesso o taccia per sempre. 
Perché da questo momento in poi, "this isn't a democracy anymore".