There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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martedì 3 marzo 2015

Empire: la serie che sta spopolando negli Usa, debutta stasera su Fox!


Grande debutto stasera alle 21.50 su Fox (canale 112 di Sky) per Empire, la serie prodotta dai pluripremiati Lee Daniels e Danny Strong (The Butler) che negli Usa sta letteralmente spopolando.
Un successo inaspettato e clamoroso, in crescita costante, che ha stupito la stessa Fox America: dai 9,9 milioni di spettatori della premiere (3.8 rating nella fascia 18-49) la serie ha raggiunto i 13,9 milioni di spettatori (5.4 rating) durante l'ottavo episodio.

Ma qual è il segreto che si nasconde dietro questo incredibile risultato?

Senza ombra di dubbio la colonna sonora, elemento portante dello show, composta da brani hip hop prodotti da Timbaland e Jim Beanz, cornice perfetta per la storia narrata, quella di Lucious Lyon (Terrence Howard) e del suo colosso musicale, la Empire Entertainment.
La serie è incentrata su Lucious (ex spacciatore per le strade di New York, oggi magnate di una delle case di produzione più importanti degli States), che scopre all'improvviso di essere affetto da SLA e con pochi anni di vita davanti a sé.
In seguito a questa scoperta, il personaggio interpretato da Terrence Howard, si trova costretto a dover scegliere un successore per il suo impero tra i tre figli: il giovane e ribelle Hakeem (Bryshere Y. Gray), il talentuoso e sensibile Jamal (Jussie Smollet), e il figlio maggiore, arrivista e cinico, Andre (Trai Byers).
A complicare la difficile decisione di Lucious, il ritorno di Cookie (la cantante e attrice Taraji Penda Henson), co-fondatrice dell’Empire e sua ex moglie, in carcere negli ultimi diciassette anni per aver coperto un crimine di cui lui stesso fu colpevole.

Tra intrighi, colpi di scena e sotterfugi di ogni tipo, si sviluppano così le vicissitudini di una famiglia, quella dei Lyon, senza dubbio sopra le righe, tra colpi di hip hop, azioni criminali e torbide storie d’amore.
Nel corso di questa prima stagione, ad arricchire un cast già di per sé notevole (tra tutti anche la Gabourey Sidibe di Precious) tante le guest star che affiancheranno Cookie e Lucious: Naomi Campbell, Macy Grey e Courtney Love. 
La serie, definita da alcuni “un dramma shakespeariano in salsa hip-hop”, o “un moderno Dinasty” da altri, non spicca certo per originalità a livello di trama e sceneggiatura, ma colpisce per il ritmo incalzante e la colonna sonora che la fa da padrona.

L’appuntamento con Empire è questa sera, 21.50, su Fox: buona visione!

venerdì 6 febbraio 2015

Parenthood: l'addio strappalacrime dopo sei stagioni


Il 2 marzo 2010, la NBC trasmetteva l’episodio pilota di Parenthood, il family drama incentrato sulle vicissitudini della famiglia Braverman.
La serie, ideata da Jason Katims e ispirata all’omonimo film di Ron Howard (1989), si è conclusa il 29 gennaio scorso dopo sei stagioni.
Acclamato negli anni da una discreta fetta di pubblico, lo show ha alternato nel corso del tempo stagioni entusiasmanti ad altre un po’ sottotono, sopravvivendo in maniera altalenante anche negli ascolti, per cinque lunghi anni.
La sesta e ultima stagione non brillato per originalità e si è conclusa in maniera piuttosto sbrigativa e per alcuni versi un po’ superficiale. Non sono mancati però momenti estremamente commoventi e toccanti, caratteristica imprescindibile della serie.
La famiglia Braverman ha sempre saputo emozionarci, strapparci sorrisi, lacrime, veri e propri singhiozzi a volte. Si è sempre distinta per essere “una famiglia normale”, non necessariamente sopra le righe come i Gallagher (Shameless), né troppo melensa.
Senza discostarsi mai troppo da situazioni e atteggiamenti “politically correct”, i Braverman ci hanno fatto entrare nelle loro case, sedere sul loro divano e condividere insieme momenti di vita quotidiana, contraddistinta da problemi comuni, vicinissimi a quelli che incontriamo ogni giorno nelle vita reale.
Assistere a un episodio di Parenthood è sempre assomigliato al sedersi a tavola con i propri parenti per una cena di famiglia: fiumi di chiacchiere, risate, incomprensioni con eventuali discussioni o litigi annessi, sempre però senza oltrepassare il limite della buona educazione.
Zeek e Camile, con i loro figli Adam, Julia, Sarah e Crosby e annesse famiglie, sono entrati a loro volta nelle nostre di case e per cinque anni ci hanno tenuti legati alle loro storie.
Alle volte abbiamo preso le parti di uno, altre volte dell’altra, proprio come nella vita reale.
Ognuno di loro ha saputo emozionarci, e per quanto mi riguarda, non sono mai riuscita ad arrivare alla fine di un episodio della serie senza commuovermi a più non posso.
La series finale non è stata da meno: la puntata si è aperta con l’attesissimo matrimonio tra Sarah e Hank, per concludersi con la morte di Zeek, che noi spettatori aspettavamo ormai da inizio stagione.
Ottima la scelta degli autori di non calcare ulteriormente la mano sulla dipartita del capofamiglia, nell’aria già da troppo tempo per essere portata ancora più all’estremo, e forse un po’ furbetta la scelta di mostrarci, attraverso alcuni flash forward, il futuro dei personaggi.
Fatto sta che, seppur buonista o troppo “volemose bene”, questo finale ci ha regalato ciò che ci aspettavamo e che anzi, quasi pretendevamo da questa serie: un sorriso, qualche lacrima, un lieto fine infiocchettato e perfetto.
Forse è stato troppo rose e fiori se paragonato alla realtà, ma sempre di finzione si tratta qui, quindi per una volta, prendiamoci una series finale così, senza troppe complicazioni.
Consumiamo il nostro pacchettino di kleenex senza fare troppo gli snob e archiviamo Parenthood in un cassetto, tra le serie più vere e commoventi di tutti i tempi.



martedì 26 agosto 2014

Emmys 2014: l'elenco completo dei vincitori


Si è svolta ieri sera al Nokia Theatre di Los Angeles, la 66esima edizione dei Prime Time Emmy Awards, gli Oscar della tv.
A lasciare il segno, il trionfo totale di Breaking Bad che si è aggiudicato i premi per il miglior drama, migliore attore protagonista (Bryan Cranston), miglior attore e attrice non protagonisti (Aaron Paul e Anna Gunn) e miglior sceneggiatura.
A True Detective, antagonista temibile della serie di Vince Gilligan, l’Emmy per la miglior regia (Who Goes There, diretto da Cary Joji Fukunaga) e il miglior casting per una serie drama.
L’ennesima vittoria di Modern Family nella categoria comedy, ha deluso le aspettative dei fan di Orange is the New Black, la splendida serie targata Netflix che porta a casa, alla fine, soltanto il premio come miglior guest star in una serie comedy (Uzo Aduba per il ruolo di Suzanne 'Crazy Eyes' Warren) e quello per il miglior casting in una comedy.
Di seguito, l’elenco completo di tutti i premi:

Miglior drama
Breaking Bad (Amc)

Miglior comedy
Modern Family (Abc)

Miglior miniserie
Fargo (Fx)

Miglior film-tv
The Normal Heart (Hbo)

Miglior attore protagonista di una serie drama
Bryan Cranston per il ruolo di Walter White in Breaking Bad (Amc)

Miglior attrice protagonista  di una serie drama
Julianna Margulies per il ruolo di Alicia Florrick in The Good Wife (Cbs)

Miglior attore protagonista  di una serie comedy
Jim Parsons per il ruolo di Sheldon Cooper in The Big Bang Theory (Cbs)

Miglior attrice protagonista  di una serie comedy
Julia Louis-Dreyfus er il ruolo di Selina Meyer in Veep (Hbo)

Miglior attore non protagonista di una serie drama
Aaron Paul per il ruolo di Jesse Pinkman in Breaking Bad (Amc)

Miglior attrice non protagonista di una serie drama
Anna Gunn per il ruolo di Skyler White in Breaking Bad (Amc)

Migliore attore non protagonista di una serie comedy
Ty Burrell per il ruolo di Phil Dunphy in Modern Family (Abc)

Miglior attrice non protagonista di una serie comedy
Allison Janney per il ruolo di Bonnie Plunkett in Mom (Cbs)

Miglior guest star femminile di una serie drama
Allison Janney per il ruolo di Margaret Scully in Masters of Sex (Showtime)

Miglior guest star maschile di una serie drama
Joe Morton per il ruolo di Rowan in Scandal (Abc)

Miglior guest star femminile di una serie comedy
Uzo Aduba per il ruolo di Suzanne 'Crazy Eyes' Warren in Orange Is the New Black (Netflix)

Miglior guest star maschile di una serie comedy
Jimmy Fallon come conduttore del Saturday Night Live

Miglior attore protagonista in una miniserie o film-tv
Benedict Cumberbatch per il ruolo di Sherlock Holmes in Sherlock: His Last Vow (Bbc)

Miglior attrice protagonista  in una miniserie o film-tv
Jessica Lange per il ruolo di Fiona Goode in American Horror Story: Coven (Fx)

Miglior attore non protagonista in una miniserie o film-tv
Martin Freeman per il ruolo di John Watson in Sherlock: His Last Vow (Bbc)

Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film-tv
Kathy Bates per il ruolo di Delphine LaLaurie in American Horror Story: Coven (Fx)

Miglior sceneggiatura per una serie drama
Ozymandias (Breaking Bad, Amc), scritto da Moira Walley-Beckett

Miglior regia per una serie drama
Who Goes There (True Detective, Hbo), diretto da Cary Joji Fukunaga

Miglior sceneggiatura per una serie comedy
So Did The Fat Lady (Louie, Fx)

sabato 2 agosto 2014

Cineforum estivo: Her, a romantic drama by Spike Jonze



In un futuro non troppo lontano gli uomini e le macchine vivono in perfetta sintonia gli uni con gli altri.
In quello stesso futuro, gli uomini e le macchine si innamorano, si amano, si spezzano il cuore.
Le loro storie d’amore sono passionali, appassionanti, struggenti.
Come quella tra Theodore e Samantha.
Introverso e rassegnato lui, entusiasta ed empatica, lei (Her), “La” macchina.
Samantha infatti, altri non è che un OS, un sistema operativo rivoluzionario e innovativo, destinato a relazionarsi con gli esseri umani, per assisterli e aiutarli nella vita quotidiana, riempire i loro vuoti emotivi, colorare un po' le loro giornate sempre uguali, piatte. Spesso vuote.
Di tutti questi elementi, in effetti, “lui”, ha davvero un gran bisogno.
Divorziato e depresso per la rottura con la sua ex moglie, solitario e pessimista, il buon Theodore nella vita scrive lettere d’amore su richiesta e lo fa con una sensibilità e una profondità fuori dal comune.
In quel mondo, in cui gli esseri umani stringono rapporti intimi con gli OS infatti, è proprio con gli altri esseri umani che non riescono più a comunicare come una volta, e persone come Theodore, lo fanno al loro posto. 
Lettere di addio, dichiarazioni d’amore, promesse solenni: il personaggio interpretato da uno strepitoso Joaquim Phoenix, regala parole d’amore a chi non riesce a metterle nero su bianco, foglio di carta o foglio elettronico, poco importa.
L’amore con Sam, passionale e avventato prima, lacerante e tormentato poi, riesce in qualche modo a far sì che, le meravigliose parole che "confeziona" da sempre per gli altri, comincino a sgorgare direttamente dalla sua mente, dal suo cuore, dalla sua anima.
Un amore "ideale" più che impossibile, quello che li lega l'uno all'altra.
Un amore che vive nello spazio e nel tempo. 
Nelle parole. 
O negli spazi tra le parole stesse.
"It's like I'm reading a book and it's a book I deeply love. But I'm reading it slowly now. So the words are really far apart and the spaces between the words are almost infinite. I can still feel you, and the words of our story...but it's in this endless space between the words that I'm finding myself now"
Nei loro pensieri più reconditi, nelle loro emozioni nascoste. 
Quelle più intime, più profonde.
Quelle più vere.
"Sometimes I think I have felt everything I'm ever gonna feel. And from here on out, I'm not gonna feel anything new. Just lesser versions of what I've already felt"
Ma come in tutte le storie "impossibili", travagliate, quello con Samantha è un rapporto destinato a esaurirsi in poco tempo. 
Theodore questo non lo sa, Theodore questo lo scoprirà soltanto dopo. 
Quando, in un certo senso, forse sarà troppo tardi. 
"Operating System Not Found"
L'amore con Sam, in poco tempo nasce, cresce, finisce e lascia solo una scia.
"I've never loved anyone the way I loved you. Me too. Now we know how"
Ma è proprio quella scia, a indicare la via a Theodore. 
Quella che stava cercando da tanto, troppo tempo: la via della redenzione, necessaria per accantonare un passato doloroso ed estenuante.
Quella breve e intensa relazione, surreale, platonica, ma vera più di molte altre, gli permetterà finalmente di aprire gli occhi, capire i suoi limiti, affrontarli, superarli prima o poi. 
"Your past is just a story you tell yourself"
E chissà, magari un giorno, quando avrà capito se e come superare i suoi limiti, Theodore forse riuscirà finalmente a ritrovare il suo OS. 

O forse no, se non credete nel lieto fine, e allora non gli resterà che vivere con il ricordo di Sam, nella mente e nel cuore.

"Where are you going? It's hard to explain, but if you get there, come find me. 
Nothing will be able to tear us apart then".