There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.
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lunedì 10 febbraio 2014

The 7.39: David Nicholls, l'amore e il tempo che fugge


David Nicholls, autore del celebre romanzo, One Day, si cimenta stavolta nella scrittura di una mini serie trasmessa dalla BBC One, The 7.39, un romantic drama semplice, ben scritto e ben girato.
Ancora una volta, al centro della sua narrazione, l’amore e lo scorrere inesorabile del tempo, insieme a frammenti di vita presi e messi insieme con delicatezza e incredibile profondità.
La storia parte da un presupposto semplice, anche banale se vogliamo, ma la chiave di lettura che Nicholls riesce a conferirgli, denota una finezza e un tatto nella scrittura che pochi scrittori possono vantare di possedere.
Carl (David Morrissey) prende lo stesso treno da dodici anni ogni mattina, per raggiungere il suo ufficio a Londra. È un uomo modesto, ordinario, semplice, educato. Ha una moglie affettuosa, accondiscendente e paziente, e due figli adolescenti, piuttosto tranquilli per la loro età. Carl compie ogni giorno le stesse, identiche azioni: casa-treno-lavoro-treno-casa.
Senza mai reagire alla vita che gli scorre davanti.
Senza trasgredire o desiderare altro all’infuori della sua “normalità”.
Carl è un uomo mediocre, senza l’accezione negativa del termine. Lui è semplicemente così, e non sia mai chiesto perché. Non si è mai fermato a chiedersi chi sarebbe senza la sua vita ordinaria, o senza la sua famiglia.
Un giorno Carl incontra lo sguardo di Sally (Sheridan Smith), una donna più giovane di qualche anno, in procinto di sposarsi per la seconda volta con un uomo con cui ha davvero poco in comune ma che riesce a farla sorridere, a farla stare bene, diversamente dal suo ex marito.
Nessuno dei due è in cerca di un colpo di fulmine, né di una storia extra coniugale.
Né Sally, né tantomeno Carl, avrebbero mai pensato che il loro incontro sul treno, una mattina alle 7.39, avrebbe cambiato per sempre le loro vite, in un modo o nell’altro.
I due personaggi, protagonisti di due vite “normali” e tutto sommato felici, intraprendono un percorso naturale, banale forse, ma comune a molti altri esseri umani.
Iniziano a conoscersi, a passeggiare insieme per le strade di Londra, a parlare, sempre di più, scoprendo cose in comune, fragilità e debolezze l’uno dell’altra, a bere una birra insieme sul treno di ritorno a casa, a ridere e lasciarsi andare senza pensare troppo ai problemi familiari, lavorativi, esistenziali.
Ed è così, proprio in questa maniera semplice e ordinaria, che Carl e Sally, s’innamorano. Su un treno, tra centinaia di pendolari, per fuggire a una realtà che li rende sconfitti, deboli, uniti dalla stessa, comune insofferenza. Un senso di vuoto, privo di fondamenta, ma che è lì, presente, invadente, prepotente.
Si sfiorano all’inizio timidamente, in seguito con sempre maggiore passione, si amano, tra sensi di colpa, bugie e ripensamenti.
Tutto dura il tempo necessario per capire che no, non c’è futuro e un finale amaro e malinconico, spalanca loro le porte per una nuova vita, simile o inesorabilmente diversa da quella di prima, sta allo spettatore deciderlo.
The 7.39 è un frammento di vita di un individuo qualunque, che non brilla per l’originalità del plot, questo è certo, ma che riesce a raccontare in maniera delicata e vicina alla realtà una storia incentrata sull'immobilità, che nella sua lentezza, in realtà viaggia ad alta velocità.
Impossibile per i lettori di Nicholls, non ritrovare qua e là piccoli dettagli di One Day, anche soltanto per i dialoghi tra i due protagonisti che in alcuni passaggi, soprattutto durante la prima fase della loro conoscenza, ricordano inevitabilmente quelli tra Emma e Dexter.

Questi ultimi, proprio come Carl e Sally, sono due sopravvissuti, due anime in pena in cerca di redenzione che, proprio grazie al loro incontro e alla breve (ma intensa) fuga dalla realtà che li ha uniti, sono riusciti a raccogliere i pezzi di una vita passata, a rimetterli insieme, e a tornare a sorridere, seppur non insieme.

martedì 21 febbraio 2012

So Far Behind You

Ho sempre pensato che Londra fosse la tua città, dopotutto.
Nonostante quel giorno, nonostante il corso degli eventi.
Anche se in fondo in fondo, per certi versi, proprio lì mi dicesti addio.
E proprio lì ho iniziato ad arrovellandomi la testa con mille perché.
Facile perdersi a Londra, difficile tornare al punto di partenza.
Eppure tu ce l’hai fatta, senza voltarti indietro. Mai.
Spesso vorrei non fosse mai successo, sai?
A volte penso che in passato sarebbe stato meglio per me aver avuto il coraggio di restare lì, dimenticare tutto, e ricominciare daccapo.
A volte, vorrei che quel coraggio si facesse avanti ora.
Mi ripeto continuamente che sarebbe più facile ricominciare altrove.
Sarebbe più semplice poter azzerare gli errori commessi, recuperare le scelte compiute,
riscattare le occasioni perse.
Sono tornata spesso su quel ponte a guardare il Tamigi, silenzioso e austero.
C’è chi crede lo abbia fatto per cercare qualche frammento di te, per rivivere tutto daccapo.
Ed espiare in qualche modo il dolore, ma non è così.
La verità è che i ricordi cominciano già a svanire lentamente, a dissiparsi nella memoria, e ho paura.
Il tempo me li sta portando via, e non voglio che accada.
Cominciano a dissolversi rapidamente, come una goccia di pioggia nel Tamigi.
Torno lì, nella speranza di ricordare qualcosa in più, di catturare un dettaglio passato inosservato, di conservarlo insieme a quei pochi che mi son rimasti.
Alla fine ho deciso di salire sulla ruota per vedere Londra dall’alto, sai?
Ci tenevi così tanto eppure non lo hai mai fatto. Perché?
Ora che ho finalmente spiato la città da lassù, ora che ho il suo ricordo stampato nella mente e nel cuore, mi convinco che avresti dovuto farlo anche tu.
Ti sarebbe piaciuto davvero tanto, credimi.

Chissà, magari in un’altra vita finalmente ci saliremo insieme.


"Ora che vorrei nascondermi
Ora che non so resistere
Ora che vorrei solo fuggire lontano da qui
Ora che son disteso qui
Ora che con la mia testa che urla
Ora che la mia lingua tace
Portami via da qui
E non sai più chi sei, cosa vuoi e in cosa credi"

sabato 23 luglio 2011

Addio Amy Winehouse


Ribelle, trasgressiva, insofferente e fuori dagli schemi: questi e altri aggettivi non basterebbero a descrivere Amy Winehouse, celebre cantante inglese dalla voce intensa e graffiante, trovata morta poche ore fa nel suo appartamento a Camden Square, Londra.
Un'anima irrequieta, un'artista provocatoria e strafottente, se non addirittura fastidiosa a volte, con i suoi vizi e le sue debolezze, vittima della depressione e di quel mostro famelico chiamato "droga".
Giunta all'apice del successo nel 2006, con un album indimenticabile, Back To Black, entrato di diritto negli annali della storia del rock, Amy inizia da subito la "discesa verso gli inferi", e spesso ubriaca, spesso completamente stonata dalle sostanze stupefacenti assunte in quei festini di cui era la regina, ha bruciato in fretta e furia una carriera che altrimenti l'avrebbe potuta far brillare come pochi altri.
Alle 15.54 di oggi, sabato 23 luglio, dopo aver ricevuto una telefonata dai servizi di emergenza, la polizia inglese ha rinvenuto la cantante ventisettenne deceduta per cause ancora da chiarire, anche se, ovviamente, la pista più probabile potrebbe essere quella dell'overdose.
E così, un'altra artista di fama mondiale si aggiunge al "Club 27", macabro epiteto che si riferisce a quella schiera di musicisti come Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin e Kurt Cobain, solo per citarne alcuni, scomparsi prematuramente all'età di ventisette anni.

They tried to make me go to rehab but
I said 'no, no, no'
Yes I've been black but when
I come back you'll know know know
I ain't got the time and if my daddy thinks
I'm fine
He's tried to make me go to rehab but I
won't go go go