There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.

sabato 22 ottobre 2011

Stargirl featuring TelefilmCult

StraCult&StraCotti
…ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù.
L’Up&Down dei telefilm in onda in Italia e negli States: ogni sabato su TelefilmCult, scoprite quale serie vedere e quale evitare. Dove?
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venerdì 21 ottobre 2011

Person of Interest: troppo presto per gridare al flop?



Puntavo molto su Person of Interest, non lo nascondo.
La notizia di una collaborazione tra J.J. Abrams e Jonathan Nolan, mesi fa, mi aveva mandato letteralmente in fibrillazione. E anche dopo il pilot, devo ammetto di averci creduto parecchio, nonostante non si fosse rivelato trascendentale. Eppure, fino a ieri sera, ero lì, pronta a scommettere su questa serie della CBS che ha per protagonista l’indimenticabile Ben di Lost, interpretato dal grandissimo Michael Emerson. Senza curarmi troppo del fatto che stranamente, non aspettassi però gli episodi successivi con trepidazione, mi sono spinta fino all’ultimo andato in onda, per rendermi conto, a malincuore, che stavolta Abrams non ce l’ha fatta a conquistarmi.
Pur apprezzando notevolmente l’idea che c’è alla base della storia (e che tra l'altro ricorda parecchio Minority Report), oltre alla regia, decisamente eccellente, non posso annoverare la serie tra le migliori novità dell’anno.
Sula tecnica niente da dire: inquadrature magnifiche e ottimi movimenti di macchina. Ma il resto, a parer mio, proprio non va. La trama scorre lenta, i dialoghi il più delle volte risultano prolissi e la scelta ricaduta su Jim Caviezel, protagonista accanto a Emerson non mi convince affatto.
Non c’è coinvolgimento, non c’è pathos, ogni episodio sembra fine a se stesso e almeno per ora non mi sembra si voglia scavare a fondo nella background e nella psicologia dei personaggi. Il potenziale c’è, ma non viene sfruttato.
Sia John Reese (Caviezel), ex agente della CIA creduto morto e oggi intento a sconfiggere i crimini in una New York oscura e pericolosa, che Harold Finch (Emerson), cervellone enigmatico artefice di un congegno informatico in grado di predire i misfatti ancora incompiuti nella metropoli, pur avendo molto da raccontare non lo fanno nella maniera adeguata. I loro personaggi, al servizio di cittadini in pericolo e il più delle volte innocenti, restano bloccati nel loro ruolo senza trovare punti di sfogo o spiragli di crescita.
Non c’è introspezione, né approfondimento e affezionarsi a uno dei due, risulta quasi impossibile. Manca quel tocco in più che possa far decollare la serie, manca l’anima che J.J ha riposto in Alias, Lost, addirittura in Felicity se vogliamo.
C’è lo scheletro, ed è senza dubbio eccellente, ma non c’è tutto il resto, e senza emozione, la strada non può che essere breve.
La puntata trasmessa ieri sera ha riscosso oltre 12 milioni di spettatori, con un rating del 2,7, e la CBS è pronta a ordinare 9 nuovi episodi per la prima stagione, ma il mio sesto senso mi dice che per l’ennesima volta siamo di fronte a un flop, come accadde per Flash Forward.
Spero che Abrams riesca a smentirmi.

mercoledì 19 ottobre 2011

The Walking Dead: What Lies Ahead


A essere onesta, mi ero dimenticato di cosa volesse dire vedere un episodio di The Walking Dead.
Nonostante la trepidante attesa durata mesi, non ricordavo cosa significasse esattamente restare immobile, impietrita e tesa davanti allo schermo per quasi un’ora, a soffrire, tremare e sobbalzare con Rick e compagni.
A dispetto di questa mia lieve dimenticanza però, la première della seconda stagione, che ho avuto modo di vedere soltanto ieri sera, è servita in qualche modo a rimarcare da subito quella sensazione di paura, panico e terrore a me tanto cara, e di cui solo ora, a distanza di qualche mese, mi accorgo di aver sentito così tanto la mancanza.
What Lies Ahead racchiude in sé interminabili minuti di vera e propria angoscia, perle di tensione palpabile e latente.
In un’atmosfera apocalittica e inquietante ci muoviamo passo passo con i protagonisti, condividiamo con loro ansie e paure, diventando a dir poco empatici, sbarrando gli occhi all’arrivo degli erranti, restando a bocca aperta nel corso del colpo di scena finale dell’episodio.
Ancora una volta la suspense pervade l’intero episodio, ancora una volta mi ritrovo a coprirmi gli occhi nelle scene più violente, e a sbirciare, allargando le dita, impaurita e intimorita, per vedere cosa succede sullo schermo. Ancora una volta, nei momenti clou, mi porto la mano davanti alla bocca per soffocare un flebile urlo di terrore.
Zombie incombenti, respiri affannosi, l’aria tesa come una corda di violino, la sensazione di non riuscire a respirare finché i nostri non saranno in salvo, mi tiene incollata a The Walking Dead come solo
Lost, forse, riusciva a fare.
E non è un caso che nella mia mente, inevitabilmente, io metta sullo stesso piano Rick e Locke, uomini di fede e non di scienza, che cercano in Dio non un semplice aiuto, ma un alleato, un consigliere, un compagno di battaglia. A lui chiedono un segnale, un gesto, qualsiasi cosa possa infonder loro il coraggio e la forza necessari per andare avanti.
E solo ora che ho individuato “l’uomo di fede” della situazione, aspetto con ansia di capire quale sia quello “di scienza”, chi tra Shane, Daryl, Dale, potrebbe idealmente fare le veci di Jack.
Non sperate di leggere commenti obiettivi o costruttivi da parte mia riguardo questa serie, perché non sarà mai così: non scriverò una recensione vera e propria, non aggiungerò dettagli tecnici, numeri o nomi di rilievo, né parallelismi con i maestri del brivido. Anche perché probabilmente non ne ho neanche le competenze: non so nulla su zombie e morti viventi, conosco a malapena Romero e compagnia bella, ho sempre odiato horror movies e pellicole violente, quindi eviterò di dilungarmi in merito, onde evitare di diventare prolissa e risultare poco competente.
Ma resterò incollata allo schermo, continuerò a fuggire da Atlanta al fianco di Rick, alla ricerca di una salvezza, più interiore che non. E piangerò i compagni persi lungo il cammino. E confiderò con tutta me stessa in un futuro migliore.
Del resto, seppur in uno scenario differente, per certi versi, ognuno di noi lo fa già ogni giorno, no?!

martedì 18 ottobre 2011

Alla fine qualcuno si salva

Oggi mettiamo da parte per un attimo gusti e pareri personali, per fare velocemente il punto della situazione, a poche settimane dalla ripresa dei palinsesti americani, e scoprire quale tra le nuove serie tv di quest’anno continueremo a vedere nei prossimi mesi e quale invece non vedrà mai una nuova alba.
Buone notizie per le sitcom di “nuova generazione”: trionfano e si aggiudicano una seconda stagione il divertentissimo
New Girl con Zoey Deshanel, l’irrefrenabile 2 Broke Girls e il Suburgatory della Abc, che con oltre 9 milioni di spettatori a settimana sale sull’Olimpo delle serie più seguite del network. Proseguiranno fino a 22 settimane ciascuna, anche Up All Night con Christina Applegate e Will Arnett e Whitney, comedy della Nbc creata da Whitney Cummings (la stessa di 2 Broke Girls).
In casa CW, si assicurano 9 episodi aggiuntivi
Ringer con Sarah Michelle Gellar, Hart of Dixie con Rachel Bilson e The Secret Circle, il nuovo teendrama fantasy tratto dalla saga di romanzi di Lisa J. Smith, l’autrice di The Vampire Diaries. L’Abc dal canto suo, punta su Revenge, confermandola per 22 episodi, mentre resta ancora incerto il destino di Panam, che continua a perdere spettatori di settimana in settimana.
Stroncati praticamente sul nascere Charlie’s Angels, remake dell’omonimo film, The Playboy Club, How to be a Gentleman e Free Agents.

martedì 11 ottobre 2011

2 Broke Girls: waitress power.


Io e le sitcom abbiamo sempre avuto un rapporto travagliato, questo non l’ho mai negato.
In ambito telefilmico, farmi ridere, non è per niente facile.
A oggi, solo
Friends e How I met your mother, sono riusciti a farmi sbellicare di gusto, nonostante The Big Bang Theory (serie notevole, sia ben inteso) e molte altre comedy, ci abbiano provato, portando a casa anche qualche successo. Ultime in ordine cronologico, New Girl e Suburgatory.
Ieri, inaspettatamente, mi sono ritrovata a ridere nel vero senso della parola, durante i primi due episodi di
2 Broke Girls, nuova serie della CBS, e la cosa mi ha piacevolmente sorpresa.
Nella speranza che lo humour (da me graditissimo) non vada a scemare da qui al temine della prima stagione, posso finalmente dire di aver trovato LA
sitcom da seguire quest’anno.
Considerando che, grazie agli esorbitanti ascolti del
pilot (19,2 milioni di spettatori, rating del 7.0 nella fascia commerciale 18-49), il network ha già confermato una season 2 (lo stesso ha deciso Fox per New Girl, e Nbc per Up All Night e Whitney), se la liason tra me e 2 Broke Girls dovesse andare a buon fine, in quanto a risate, sarò a posto per i prossimi due anni.
E ciò, ovviamente, mi rincuora non poco: non posso continuare a rimpiangere Rachel e Ross, Monica e Chandler, Joey e Phobe ancora a lungo.
Lo faccio già con Carrie e le ragazze (
Sex and the City), con Betty e Amanda (Ugly Betty), diventerebbe emotivamente troppo impegnativo.
Volutamente ispirato agli anni Ottanta nella location, il tipico
diner americano dalle luci ovattate e i colori sgargianti, con bottiglie di ketchup, menù unti sui tavoli e cupcakes colorati in bella vista, 2 Broke Girls racconta le paradossali e buffe vicissitudini di due cameriere totalmente diverse l’una dall’altra, che inspiegabilmente, diventano amiche e roommates nel giro di 24 ore appena.
Da un lato Max, irresistibile ragazzaccia sboccata e cinica, per nulla femminile e dalla lingua tagliente, interpretata dalla conturbante e irrefrenabile
Kat Dennings (Nick e Norah, Tron); dall’altro Caroline, ex miliardaria ed ereditiera dell’Upper East Side, oggi in bancarotta e nullatenente poiché figlia del truffatore che ha lasciato l’élite di Manhattan in mutande, a cui presta il volto l’eterea Beth Behrs.
Formosa, orgogliosa e a dir poco sopra le righe la prima, snella, bionda snob ed elegante la seconda: colleghe, amiche e coinquiline agli antipodi, così diverse l’una dall’altra tanto da generare gag paradossali e goffe a cui è impossibile resistere.
Nonostante l’incredibile riscontro positivo da parte del pubblico, la critica non è però dalla parte della premiata coppia Dennings-Behrs, e tra le tante obiezioni rivolte alla comedy, c’è soprattutto quella di non spiccare per originalità, e su questo non posso che trovarmi d’accordo: la storia è datata, vista e anche un po’ prevedibile.
Allo stesso tempo però, non posso non riconoscere alla serie della CBS, il pregio di risaltare tra le altre nei palinsesti grazie allo humour sagace e irriverente firmato dalle brillanti penne di
Michael Patrick King (Sex and the City, Will & Grace) e Whitney Cummings (Chelsea Lately), capaci di dar vita a una sceneggiatura frizzante e a dialoghi veloci, sfrontati e per nulla politicamente corretti. Un umorismo a tratti arrogante, fulmineo e mai esagerato, portato in scena da due attrici brillanti e talentuose, belle senza esserlo in modo esagerato e fastidioso, anzi affascinanti con i loro piccoli difetti.
Pur non brillando con un plot innovativo, la comedy ha carattere, è ben strutturata e ricca del potenziale giusto: ha le carte in regole per crescere, divertire e maturare, e questo, oggi, non è poco.

“Don’t smile. Because it raises the bar and then I have to smile, and I can’t be doing that. It’s exhausting and I have a bad back.”

“I’ve been waiting my whole life. I’ve waited on tables. I’ve waited on bars. I’ve waited on home pregnancy tests.”

“Don’t smile. Because it raises the bar and then I have to smile, and I can’t be doing that. It’s exhausting and I have a bad back.”

lunedì 10 ottobre 2011

The Secret Circle: la Cw punta sul fantasy


Dopo l’incredibile successo di The Vampire Diaries, il network attinge a un’altra saga letteraria della Smith e porta sul piccolo sul piccolo schermo streghe e stregoni nel nuovo telefilm di Kevin Williamson.


All’inizio fu Samantha Stephens (Elizabeth Montgomery), in Vita da Strega, a esorcizzare l’immagine inquietante e misteriosa delle streghe, viste per lo più come vecchiette ingobbite, arcigne e perfide, col cappello a punta e la bacchetta di legno per fare incantesimi .
Poi fu il turno di
Sabrina vita da strega, in cui l’omonima protagonista era invece una teenager svampita e sognatrice impegnata però più a conquistare il ragazzo dei suoi desideri che a inventare magie e sortilegi.
Nel 1998, la palla passò ad
Aaron Spelling e alle sue sorelle Halliwell, Prue (Shannen Doherty) Piper (Holly Mary Combs) e Phoebe (Alyssa Milano), che nel celebre telefilm Streghe, cercavano in tutti i modi, e con fatica, di conciliare la magia con la vita quotidiana, trovandosi nel corso di otto stagioni di fronte a feroci demoni da sconfiggere e innocenti da salvare.
Rebecca Romijn, Katy Price e Jamie Ray Newman invece, nel 2009, interpretarono Cher, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer nella trasposizione sul piccolo schermo del celebre Le Streghe di Eastwick, senza conseguire però il successo sperato, e chiudendo prematuramente i battenti della serie dopo qualche episodio appena.
Streghe, vampiri, lupi mannari e alieni sono da sempre al centro di film e serie tv per l’enorme fascino che esercitano sugli spettatori.
Per risollevare i
teendrama dalla crisi d’identità in cui si sono imbattuti negli ultimi anni, Gossip Girl docet, la nuova moda è quella di infarcirli con l’elemento fantasy, strizzando l’occhio a Buffy – L’Ammazzavampiri, e andando a braccetto con telefilm di successo come The Vampire Diaries, Teen Wolf e molti altri ancora.
È il caso di
The Secret Circle, in onda sulla CW dal 16 settembre, nato da un’idea di Kevin Williamson e Andrew Miller e tratto, come i cugini vampiri, dai romanzi best seller di Lisa J. Smith, I Diari delle streghe.
Cassie Blake (
Britt Robertson), lascia la California dopo sedici anni e si trasferisce dalla nonna nella cittadina di origine di sua madre, deceduta in seguito a un insolito e misterioso incidente domestico.
Qui entra subito in contatto con un gruppo di suoi coetanei piuttosto anomali, poiché tutti in possesso di un potere sovrannaturale che li tiene apparentemente legati l’un l’altro. Figli di una precedente generazione di streghe e stregoni, i ragazzi fanno parte di un ristretto gruppo di eletti in grado di cambiare il corso degli eventi e interferire con i fenomeni naturali, alterando le condizioni atmosferiche e il normale corso degli eventi.
Andando più a fondo nella trama e superando il
Pilot, i primi nodi vengono al pettine e approfonditi successivamente in Bound che getta le basi per maggiori intrecci.
Il legame di Cassie con il resto dei membri del gruppo, Adam (
Thomas Dekker) su tutti con cui da subito sembra avere un’intesa inossidabile, è indispensabile per chiudere il cerchio di cui fanno parte, per diminuire l’intensità dei loro poteri e tenerli sotto controllo onde evitare spiacevoli incidenti di percorso o irreversibili imprevisti.
Grazie al libro degli incantesimi posseduto da Diana (
Shelley Henning), fidanzata di Adam nonché improbabile (vista la sua debolezza), leader del gruppo, i ragazzi riescono nel loro intento, nonostante la netta opposizione di Faye (Phoebe Tonkin), la cattiva di turno, spalleggiata dalla pressoché invisibile Melissa (Jessica Parker Kennedy), e dal bel tenebroso Nick (Louis Hunter).
Malgrado sia chiaro sin da subito lo schieramento, tre contro tre, i ragazzi si ritrovano strettamente collegati tra loro in seguito all’incantesimo, che se da un alto contribuisce a renderli più deboli se presi singolarmente, insieme li rende invece imbattibili.
Il triangolo amoroso tra Cassie, Adam e Diana, non lascia presagire nulla di buono, gettando subito le basi della più classica storia d’amore travagliata tra teenager, primo evidentissimo punto dolente della serie. Nonostante la trama s’intensifichi un po’ dal terzo episodio,
Loner, le premesse sono tutt’altro che positive e l’impressione iniziale non è certo delle migliori: i personaggi, a partire da Cassie, fino ad arrivare alla bad girl Faye, incarnano tutti i cliché possibili, visti già mille volte, e di conseguenza finiscono per non catturare l’attenzione dello spettatore.
Gli stereotipi ci sono tutti, lo sviluppo degli eventi è fin troppo prevedibile e la regia non aiuta affatto: risulta infatti troppo veloce, superficiale e per nulla focalizzata sui singoli personaggi.
Non ci sono sfaccettature né sfumature in
The Secret Circle: tutto procede in maniera scontata e a tratti anche un po’noiosa, priva di pathos e arricchita solo da qualche timido colpo di scena poco efficace. Il fatto che si punti su personaggi adulti sullo sfondo dei protagonisti, nel perfetto stile dei teendrama, nel contesto regge poco, perché anche questo dettaglio ormai sa troppo di visto e rivisto.
Per nulla convincente anche il cast, a partire purtroppo dalla Robertson, indiscutibilmente brava, ma ancora troppo acerba e troppo legata al personaggio che l’ha lanciata sul piccolo schermo: Lux, in Life Unexpected. Se a fare un incantesimo sia Cassie o Lux infatti, abbiamo difficoltà a distinguerlo: l’attrice sembra inchiodata al suo vecchio ruolo e poco incline a calarsi in altri personaggi, a causa forse dell’inesperienza.
Volutamente forzate invece le performance della Tonkin e di Hunter, eccessivamente marcati nelle espressioni facciali e meccanici nella recitazione, troppo pomposi per essere dei cattivi veri; quasi inespressive le attrici che prestano il volto a Diana e Melissa, e l’unico che merita a essere spronato è soltanto Dekker (John Connor in
Terminator: The Sarah Connor Chronicles e Zach in Heroes), forse il più adatto e plausibile nel ruolo che gli è stato affibbiato.
Notevole e convincente invece il cast “adulto”, che vede
Gale Harold (Hellcats, Desperate Housewives) nel ruolo del papà di Diana, Ashley Crow (Heroes) in quello della nonna di Cassie e Natasha Henstridge (Eli Stone) nei panni della madre di Faye.
Un seguito che sfiora i due milioni di spettatori a episodio, per ora dà ragione a Williamson e alla sua nuova serie, che per riuscire a sopravvivere dovrà però dimostrare di valere qualcosa in più di un semplice incantesimo o un’annacquata storia d’amore.
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giovedì 6 ottobre 2011

Stay Hungry. Stay Foolish.


Perché piangere oggi Steve Jobs, forse è troppo facile.
Scrivere di lui, non lo è affatto.
Soprattutto perché in queste circostanze, il rischio è quello di apparire retorici, melensi, scontati.
Perché si rischia di seguire le mode, la corrente, la marmaglia.
Ma non si può neanche non soffermarsi a pensare a come quest’uomo, questo grande uomo, abbia cambiato il mondo di oggi.
Non era uno scienziato, né un neurochirurgo, né un eroe di guerra, siamo d’accordo.
Evitiamo la polemica sterile e inutile e una vagonata di frasi fatte solo per distinguerci dal resto del gruppo.
Lo so anche io, che per cambiare il mondo, ci vuole più di un iPhone. Lo so anche io che le cose serie e importanti, quelle politically correct, sono altre.
Ma di fatto, lui il mondo lo ha cambiato, e chi non si decide ad ammetterlo, farebbe meglio a guardarsi indietro.
Jobs era un genio, che con le sue idee, il suo carisma e il suo ottimismo, ha cambiato le carte in tavola, prendendo la normale comunicazione, ribaltandola, strapazzandola come un uovo e rigirandola in ogni verso, e ce l’ha servita su un piatto d’argento. Da cui tutti, chi più chi meno, abbiamo deciso di mangiare.
Oggi piangiamo la morte di un grande uomo, un leader, un profeta del 2.0 o di come cavolo preferite chiamarlo.
Chi si scaglia contro chi versa lacrime per lui, o contro chi oggi sceglie soltanto di dedicargli un piccolo saluto, lo fa per partito preso, senza essere obiettivo.
A quelli così, consiglio vivamente di nascondere bene l’iPhone o l’iPod in tasca, di mascherare il proprio Mac da pc, di mimetizzare l’Ipad. O anche solo di stare zitti.
Io dico addio a Jobs, e so che con me lo faranno milioni di persone.
C’è un App per tutto, peccato che non ci sia uno Steve per altrettante cose, ci divertiremmo molto di più altrimenti.
Stay hungry, stay foolish, Steve, wherever you are.

Kitchen Confidential - Cuochi a New York: ristoranti e altri disastri

Caduta, ascesa e rinascita di uno chef senza eguali in una serie atipica e originale, dal creatore di Sex and the City, Darren Star.

Lavorare in un ristorante è più difficile e complicato di quel che sembra, ed è un mestiere che comporta molti rischi e difficoltà.
La TV propone oggi un'ampia scelta di programmi culinari e reality sul tema, dal divertente Hell's Kitchen con il mitico chef Gordon Ramsey, al bizzarro Orrori da Gustare con Andrew Zimmern fino a programmi nostrani celebri come La prova del Cuoco o ad altri meno noti come Cortesie per gli Ospiti, mirando sempre più ad accrescere il successo di giovani cuochi in erba come Alessandro Borghese e Simone Rugiati.
Dietro i fornelli, si sa, ne succedono di cotte e di crude, nel vero senso della parola. E allora: a chi non piacerebbe scoprire i retroscena piccanti e succulenti che avvengono dietro le quinte?
Magari nella rinomata cucina di un ristorante newyorchese, il famigerato Nolita di Don Pino, il rifugio gastronomico preferito dalle celebrità dello showbiz d'oltreoceano, dove sbirciare le (dis)avventure di un insolito chef che, con il suo seguito di aiutanti, lavapiatti e collaboratori di sala, si barcamena tra i piccoli problemi quotidiani che gli si parano davanti a ogni inizio di serata, prima dopo e durante il servizio.
E se già così vi viene l'acquolina in bocca, è solo perché ancora non conoscete Antony Bourdain, autore del celebre libro Kitchen Confidential - Avventure gastronomiche a New York. Ribelle, fuori dagli schemi e un bel po' fuori di testa, Bourdain è uno dei cuochi più famosi e controversi degli ultimi anni, autore di molteplici libri a tema culinario e non, personaggio dalle mille sfaccettature, a cui nel bene o nel male, è impossibile resistere.
Sul piccolo schermo, in Kitchen Confidential - Cuochi a New York, gli presta il volto l'irresistibile Bradley Cooper (Alias, Una Notte da Leoni), che già dopo una manciata di secondi appena nel ruolo di Jack Bourdain non potrà che conquistarvi con il suo fascino e la sua simpatia.
Jack debutta al Nolita dopo un periodo burrascoso, trascorso tra alcool e serate trasgressive, e a un anno dal suo ultimo drink: sobrio e con la voglia di darsi da fare, qui si rimbocca le maniche e affronta di buon grado la seconda chance che gli è stata servita su piatto d'argento, sacrificando la storia d'amore con la donna che è riuscita a salvarlo e a farlo redimere.
Ed è proprio dal Nolita che decide di ricominciare, mettendo da parte vizi e stravizi, con l'unico obiettivo di tornare a brillare dietro ai fornelli: si reinventa per ripartire da zero, sorvolando sui capricci dei suoi collaboratori e colleghi e rinunciando anche alla birra di mezzanotte, quella tanto agognata e desiderata, che per tutti i cuochi mette fine a una dura giornata di lavoro. E così, mentre gli altri bevono per concedersi un pizzico di relax, lui sorseggia un club soda analcolico, ripassando a mente la merce da ordinare ai fornitori l'indomani.
E non c'è donna o tentazione che tenga: stavolta Jack sembra davvero intenzionato ad arrivare dritto alla meta, senza permettere a niente e nessuno di distrarlo, lascia che il suo talento si esprima pienamente in cucina, col l'aiuto dei suoi uomini più fidati: l'estroso pasticcere Seth (Nicholas Brendon, Buffy - L'Ammazzavampiri), il valido aiuto-chef Teddy (John Cho, FlashForward) e il ladro-truffatore imbattibile nel cucinare il pesce, Steven (Owain Yeoman,The Mentalist, The Nine).
Amici di vecchi data e compagni di tante odissee, i tre daranno sì del filo da torcere a Jack con i loro caratteracci, ma nei momenti di difficoltà gli offriranno il supporto necessario e l'aiuto di cui ha bisogno per superare complicazioni e incidenti di percorso.
In sala, un altro trio niente male aggiungerà un bel po' di paglia sul fuoco: la viziata e saccente Mimì (Bonnie Somerville, Cashmere Mafia), figlia del proprietario, l'hostess decisamente "sulle nuvole" Tanya (Jaime King, My Generation), e l'istrionico cameriere Cameron (Sam Pancake).
Creata da Darren Star, e da un'idea di David Hemingson, la serie trasmessa negli Usa nel 2005 suFox, venne purtroppo interrotta dopo quattro episodi appena, e le restanti puntate messe a disposizione suHulu.
In Italia giunse lo scorso anno su Italia1 a un orario improponibile (le sei di mattina), che non le rese affatto onore. Fortunatamente, di recente Sky ne ha acquistato i diritti dedicandogli un'onerosa prima serata, il mercoledì alle 21.00, su FoxLife.
Forte di un plot convincente, originale e ricca di gag brillanti e divertenti, Kitchen Confidentialnon si risparmia in fatto di guest star e sin dai primi episodi tutti gli amanti di serie tv troveranno pane per i loro denti imbattendosi in personaggi noti e celebri nel mondo telefilmico. E se nell'episodio Aftermath ospite d'onore è Lindsay Price (Beverly Hills, 90210, Lipstick Jungle) nel ruolo di un'ex fidanzata di Jack, in French Fight tutti gli aficionados di Alias potranno gioire nel rivedere Cooper di nuovo al fianco di Michael Vartan come ai vecchi tempi, anche se anziché vestire i panni dell'agente Vaughn, qui interpreta lo chef francese Michel Valentine, che darà del filo da torcere al ristorante di Jack.
Imprevisti, love story e uno humour irresistibile in una serie diversa dalle altre, inaspettatamente piacevole e frizzante.

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