There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.

domenica 13 novembre 2011

Parenthood: la seconda stagione arriva finalmente in Italia


Per tutti gli appassionati di family drama dal 13 novembre, sul canale Joi di Mediaset Premium, i nuovi esclusivi episodi di Parenthood, la splendida serie che ha per protagonisti Peter Krause e Laren Graham.


I Braverman, famiglia strana, complicata: calorosi, istintivi, un po’ invadenti. Affettuosi, estroversi e caparbi, chi più, chi meno. Facile affezionarsi ai loro, difficile quasi farne a meno.
Perché le loro storie, emozionanti e vere come poche altre, toccano le corde dell’anima, riescono a commuoverci e coinvolgerci nelle disavventure e nelle gioie di tutti i giorni.
Perché guardando Parenthood, anche noi ci sentiamo parte di quella grande e a volte stramba famiglia, proiettiamo su noi stessi i loro drammi ed esultiamo con loro a ogni traguardo raggiunto.
Li avevamo lasciati, al termine della prima stagione, in bilico tra gioie e dolori, a barcamenarsi tra i problemi dei più piccoli, adolescenti turbolenti e un po’ scapestrati, e quelli dei più grandi, donne e uomini spesso in conflitto con la vita e i problemi che questa gli pone davanti.
Tratta dall’omonimo film diretto da Ron Howard nel 1989, la serie nasce da un’idea di Jason Katims (Roswell, Boston Public, Friday Night Lights) e come punti di forza vanta un cast eccellente (Peter Krause, Lauren Graham, Craig T. Nelson, per citarne alcuni) e una sceneggiatura ben strutturata ed estremamente curata, una fortunata scelta autoriale che rende il telefilm una delle migliori prime time novel degli ultimi anni.
Si sente poco parlare di Parenthood, troppo poco, soprattutto in Italia, nonostante l’ottimo successo riscontrato negli States, dove ogni episodio, trasmesso dalla Nbc, è seguito da circa 6 milioni di spettatori ogni settimana. E allo stesso tempo, non è semplice parlare di questa serie, poiché si rischia di cadere nella retorica, di risultare banali e di non rendergli affatto giustizia. Non è il classico family drama cui siamo abituati, non è incline al semplice trionfo dei buoni sentimenti dai risvolti disneyani, ma anzi, con il giusto occhio critico e una minuziosa osservazione della società contemporanea, affronta tematiche complesse e allo stesso tempo comuni, senza scadere mai nella banalità. E certo i Braverman non saranno gli strampalati Gallagher di Shameless, ma riescono comunque a far ridere quando ce n’è bisogno e a commuovere senza mai oltrepassare il limite.
Se la prima stagione era servita più che altro a scattare una fotografia d’insieme, la seconda è utile invece a scavare più a fondo in ogni singolo, a mettere in evidenza i difetti e i pregi dei protagonisti, le loro fragilità, i loro punti deboli.
Al centro della maggior parte delle storyline, ancora una volta, il maggiore dei quattro fratelli, Adam (Peter Krause), il più coscienzioso, il più concreto, quello meno incline a commettere errori. Eppure è proprio lui, ora, quello più in crisi, costretto a badare ai problemi di tutti, sempre attento a non far gravare i suoi di problemi, sulle spalle degli altri, perché Adam non chiede aiuto, Adam risolve tutto da sé, sempre. Un carattere forte, un cuore grande e un’infinita pazienza, fanno di lui il vero “capofamiglia”, nonostante la figura autoritaria e forte di suo padre Zeek (Craig T. Nelson ). In costante conflitto con il figlio Max (Max Burkholder) affetto dalla sindrome di Asperger e con la primogenita Haddie (Sarah Ramos), alle prese con i classici problemi dei teenager, tra problemi amorosi e porte sbattute in faccia a ogni litigio, Adam può contare però sul valido aiuto della moglie Cristina (Monica Potter), nei piccoli problemi quotidiani che metteranno a dura prova la stabilità della loro famiglia, soprattutto a metà stagione, a partire dall’episodio 11, Damage Control, che li vedrà coinvolti in una decisione sofferta e difficile.
Ben avvezza ai problemi degli adolescenti in crisi, anche la secondogenita dei Braverman, Sarah (la Graham): una trentaseienne con poca autostima, madre single di due teenager, Amber (Mae Whitman) e Drew (Miles Heizer), donna fragile ed emotiva, perennemente insicura ma estremamente estroversa, è abituata a cavarsela da sola in ogni situazione e incline a nascondere le proprie emozioni e paure per non allarmare le persone a lei care. Questa stagione la vede protagonista più di altri, poiché rappresenta un importante momento di transizione nella sua vita, una fase di passaggio necessaria per lei, per andare avanti e non restare ancorata ai suoi fallimenti e al suo passato. Molti ostacoli per Sarah, a livello professionale, personale, familiare: due figli da crescere da sola, le difficoltà al lavoro, il ritorno improvviso e inaspettato dell’ex marito (in Just Go Home), una chance concreta per realizzare uno dei suoi più grandi sogni. Ancora una volta Sarah sarà messa a dura prova, e anche se ogni tanto verrà a mancarle la forza, troverà sempre un modo per riemergere a testa alta da situazioni spiacevoli e ostiche. Al suo fianco nei momenti critici, la sorella Julia (Erika Christensen), avvocato brillante, madre incompresa. Forte del suo rapporto col marito Joel (Sam Jaeger), Julia sta però attraversando un periodo critico della sua vita, incapace di instaurare un legame solido con la figlia Sydney (Savannah Paige Rae), che trascura per gli incessanti impegni di lavoro e la triste scoperta di non poter più avere figli (in Taking the Leap), notizia che la turberà notevolmente, distruggendo in mille pezzi il suo sogno di costruire con Joel una famiglia felice e numerosa.
Ultimo, ma non per questo meno importante, Crosby (Dax Shepard), il quarto dei fratelli, la pecora nera, l’anima rock della famiglia Braverman, quello che in sostanza “canta fuori dal coro”. Impossibile non affezionarsi a lui, impossibile non perdonargli qualsiasi errore. Inevitabile fare il tifo per lui, a ogni battaglia persa, a ogni caduta. Perché sì, Crosby sbaglia, forse insieme a Sarah, è quello che sbaglia più di tutti in questa grande famiglia, ma è anche l’unico che riesce a farsi un esame di coscienza all’occorrenza, l’unico capace di chiedere “scusa”, umilmente, con il cuore. È il personaggio dalle mille sfaccettature, quello che fa due passi avanti per poi farne cinque indietro, lo stesso che con fatica riesce a conquistare la donna che ama, Jasmine (Joy Bryant), per poi disintegrare il loro rapporto a causa di una scappatella di poco conto (Amazing Andy and His Wonderful World of Bugs). Crosby delude tutti, anche se stesso, ma non si arrende mai, e cerca sempre il modo di salvare la situazione, anche se è inutile provarci, anche se è troppo tardi. Lui ci prova, e spesso ci riesce, ed è per questo che non si può non parteggiare per lui.
Negli States Parenthood è giunto ormai a metà terza stagione, qui in Italia invece, potremmo assistere alla season première della seconda, dal titolo I Hear You, I See You, domenica 13 novembre su Joi. Segnate la data sul calendario, e non perdete l’appuntamento: una volta entrati in casa Braverman, non vorrete più uscirne.

Per info, photogallery e altro ancora, clicca su Movieplayer.it!

venerdì 11 novembre 2011

Fotografie della tua assenza




Ritrovo per caso vecchie fotografie che neanche sapevo di avere.
A volte il destino, gioca veramente sporco.
Tu pensi di aver dimenticato, credi che la ferita si sia finalmente, o almeno un po’ rimarginata ma non è affatto così. 
E lui è lì, scaltro e cinico, a ricordarti cose che avresti preferito lasciare nel dimenticatoio, pronto a sbeffeggiarti, ancora una volta, a prendersi gioco di te.

Scorro una a una quelle vecchie foto, senza quasi rendermene conto.
Sento le lacrime salire, gli occhi bruciare.
Un nodo mi stringe la gola, ma non riesco a smettere.
Sono autolesionista.
Sono recidiva.
Lascio che la malinconia mi travolga.
Lascio che la ferita bruci.
Lascio cadere le lacrime.
Ogni tanto serve.
Anche se fa male.


"Sometimes it's faded

Disintegrated
For fear of growing old
Sometimes it's faded
Assassinated
For fear of growing old"



Placebo – This Picture






mercoledì 9 novembre 2011

Misfits: come Nathan nessuno mai



Non avrei mai pensato di dirlo, mai e poi mai, eppure sto per farlo davvero: mio amato
Misfits, non ci siamo.
Dopo due stagioni brillanti, anzi sfolgoranti, originali, uniche nel loro genere e totalmente dissacranti, tutto (o quasi) sembra sparito.
Dov’è lo humour cinico e sagace? Dov’è finito tutto quanto? Cos’è questa roba? Perché?
Partiamo dall’inizio… Psicologicamente ero quasi completamente pronta, ad affrontare una stagione senza Nathan (l’impareggiabile
Robert Sheehan): più volte mi sono ripetuta “Misfits ce la farà, gli renderà onore, andrà avanti a testa alta anche senza di lui”.
Mi sbagliavo. Parecchio.
Nulla contro l’altrettanto talentuoso
Joseph Gilgun (visto di recente nel meraviglioso This is England), subentrato a Robert nel cast, nel ruolo dell’eccentrico Rudy. Anzi.
Rudy è il degno erede di Nathan: sboccato,
borderline, innamorato delle donne (tutte) e del sesso (forse fin troppo), strafottente.
Proprio come Nathan.
Troppo come Nathan, è questo il punto.
Che senso ha, dico io, sostituire il personaggio principale (perché diciamocelo, con tutto il bene che voglio a Simon [
Iwan Rehon], Nathan ha trionfato per due stagioni senza rivali), con un altro così simile a lui? A che scopo? Inevitabile poi dilungarsi in paragoni sterili e inutili. Perché introdurre una figura che ricorda così tanto quella del compianto beniamino di tutti i fan praticamente? Perché sottoporre il buon Gilgun a una tale tortura?
Che poi per carità, al termine di questi due episodi, l’unico che è riuscito a farmi sorridere un po’ e a tenere in piedi il ritmo della serie, secondo me è proprio lui.
Ma questo è un errore madornale a parer mio. Fin troppo.
Oltre al fatto che, anche la storia dei nuovi poteri, ma come l’hanno gestita?
Ora, detto tra noi, ma che potere è quello di Kelly (
Lauren Socha)? Ingegnere aerospaziale?
Ma stiamo delirando?
“Ciao sono Superman 2.0, la versione contemporanea del vecchio Clark Kent. No, io non volo, quello era l’altro. Ho scambiato il mio potere: io sono un cervellone esperto di scienza molecolare”.
Ma per favore! E Curtis (Nathan Stewart-Jarrett)
? Il suo super-power è quello di trasformarsi in una donna. No, non ci siamo proprio. E se già il primo episodio mi aveva convinta poco, il secondo mi costringe, mio malgrado, a girare il pollice in giù.
Non c’è continuità nell’insieme. Le storyline verticali si esauriscono nell’arco di un singolo episodio, e ciò crea una frammentazione della trama fastidiosa e poco coerente. A due puntate dall’inizio, manca ancora un plot orizzontale che crei quella coesione tra i personaggi necessaria a suscitare l’interesse dello spettatore. L’umorismo ha cominciato a scadere nel volgare, ha perso quel brio che lo aveva reso unico nel suo genere: si degenera ormai in battute a sfondo sessuale, fin troppo, per riscuotere una risata che alla lunga, risulta solo forzata.
L’impressione che ho avuto, almeno per ora e spero vivamente che Misfits riesca a sbugiardarmi nelle prossime settimane, è che la serie si sia “seduta sugli allori”, un po’ com’è successo a
Glee, a Grey’s Anatomy e a molti altri: forte del successo ottenuto precedentemente, si resta bloccati in uno schema ormai predefinito, che però corre il rischio di cadere nello stereotipo. E gli stereotipi finiscono per annoiare.
E questo errore, da Misfits, proprio non me lo aspettavo: una serie così fresca, giovane, innovativa, scivola così, senza prestare attenzione, su una banale buccia di banana?

Stargirl ft. Cubovision




Da qualche giorno, mi trovate anche sul blog di
Cubovision
, la webTv di Telecom, dove per chi fosse interessato, è possibile acquistare gli episodi della nuova stagione di Grey’s Anatomy (l'ottava per l'esattezza) in lingua originale con sottotitoli in italiano, a sole 24 ore di differenza dagli Usa!

Qualche spoiler? Leggete qui e qui!

martedì 8 novembre 2011

Dai libri alle serie tv



Da sempre cinema e letteratura camminano di pari passo.
Saghe, epopee e romanzi best seller, sulla scia del successo riscosso su carta, vengono trasformati in lungometraggi per il grande schermo, in grado di coinvolgere un numero sempre maggiore di persone.
Il più delle volte, il risultato non è dei migliori, e salvo rarissimi casi, si resta sempre delusi dopo la trasposizione cinematografica dei nostri libri preferiti.
A me è capitato con
Romanzo Criminale e Caos Calmo, solo per citarne alcuni noti al grande pubblico, che nonostante gli ottimi incassi al botteghino, hanno tradito notevolmente le mie aspettative. Altri invece sono riusciti a stupirmi laddove sembrava impossibile, è il caso de Il Signore degli Anelli, Quei bravi ragazzi, Sleepers.
Un legame indissolubile, quello tra Hollywood e la carta stampata, che da qualche anno a questa parte si è esteso anche al piccolo schermo, in seguito al dilagante successo ottenuto dalle serie tv.
Molti oggi i telefilm ispirati, a volte in grande altre in minima parte, a best seller di autori più o meno famosi, come
Candace Bushnell, che con il suo Sex and the City ha dato il via a una serie di prodotti particolarmente amati dal pubblico femminile. Dopo la saga di Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte, che per sei stagioni ha catturato l’attenzione di milioni di fan in tutto il mondo, è stata infatti la volta del trio di Lipstick Jungle (della stessa autrice), Wendy, Nico e Victory, meno fortunate delle loro cugine, decisamente più divertenti e navigate.
A Lipstick Jungle, chiuso dopo due stagioni appena, è andata male, e le tre quarantenni di Manhattan non sono risultate abbastanza convincenti per sopravviver sul piccolo schermo, a differenza di un gruppo di teenager dello stesso “quartierino” della Grande Mela, che ancora oggi spopola sulla CW:
Gossip Girl. Tratta dalla collana di romanzi di Cecily Von Ziegesar, pubblicati in Italia con il nome Bad Girls, la serie è giunta quest’anno alla quinta stagione, e pur essendo calata notevolmente di tono nella sceneggiatura, nei dialoghi e nella regia, continua a mietere un ottimo numero di spettatori su un network giovane come la CW.
Sulla scia del successo di Gossip Girl, è stato poi il turno di un altro gruppetto di adolescenti tutto pepe, intrighi e sotterfugi, Aria, Hanna, Spencer ed Emily, le ragazze di
Pretty Little Liars, basato sull’omonima serie di libri di Sara Shepard, in onda sulla Abc Family dallo scorso anno.
Più di nicchia e per un pubblico indubbiamente più adulto,
Secret Diary of a Call Girl – by Belle de Jou, (Diario di una squillo per bene), serie britannica trasmessa da IT2 (in Italia su Fox prima e Cielo poi), che ha per protagonista una carismatica e ironica escort d’alto bordo, che regala allo spettatore un quadro fedele e senza veli della vita di una prostituta inglese con una grande fedeltà tra romanzo e telefilm e pochissimi passaggi modificati dagli sceneggiatori. Diverso il destino dei romanzi di Jeff Lindsay, che hanno ispirato un capolavoro della tv come Dexter (HBO) dove però, aldilà del plot, pochi elementi della storia originale sono rimasti intatti, a partire dalle storyline parallele dei personaggi secondari fino a ritocchi più profondi nella struttura principale.
Sul lato fantasy, potrei elencare moltissimi romanzi diventati prodotti televisivi, ma mi limiterò a citare i più importanti e significativi, a partire da
True Blood (HBO), ispirata al Ciclo di Sookie Stackhouse di Charlaine Harris, fino a The Vampire Diaries, altra saga vampiresca giunta alla terza stagione sulla CW tratta da I Diari del Vampiro di Lisa J. Smith. Stesso network e stessa autrice anche per The Secret Circle, una new entry di quest’anno, tratta da I Diari delle Streghe e trasformata per l’occasione in un teendrama però poco riuscito, infarcito di luoghi comuni e situazioni prevedibili e poco elettrizzanti.
Sempre in casa HBO, ha debuttato quest’estate, riscuotendo un incredibile seguito di appassionati,
Game of Thrones trasposizione dei romanzi fantasy di George R.R. Martin, A Song of Ice and Fire, e ultimo ma non per questo meno importante, anzi probabilmente il migliore degli ultimi anni, The Walking Dead, dall’omonima serie a fumetti firmata Kirkman e Adlard, che lo scorso anno ha debuttato sulla Amc conquistando un’incredibile e inaspettata schiera di fan.
Di produzione italiana invece,
Romanzo Criminale, dal romanzo di Giancarlo De Cataldo, la storia romanzata della Banda della Magliana, che con due stagioni appena, due stagioni a dir poco eccezionali, è riuscita a lasciare un segno indelebile nella produzione di fiction italiane degli ultimi anni.

lunedì 7 novembre 2011

Solo gli Idioti non cambiano idea

E poi arriva il giorno in cui, almeno un po’, devi ricrederti.
E devi ammettere ciò che mai avresti pensato di dire: Francesco Mandelli spacca.
Fino a poco tempo fa infatti, cadendo nel pregiudizio più totale lo relegavo in quella cerchia di personaggi a mio avviso sopravvalutati-incapaci-arroganti di cui fanno parte pseudo “artisti”-scrittori (del resto li chiamano così, povera Italia..) come Fabio Volo (ho i conati solo a citarlo sul mio blog), Carlo Pastore e simili.
Trentenni con poche cose da dire, a cui purtroppo per noi però, viene concessa la possibilità di farlo, attraverso film o libri infarciti di luoghi comuni, frasi retoriche e storie banali.
Quando lo scorso anno m’imbattei nel “Nongio” al Telefilm Festival 2010, iniziai, seppur ì poco, a ricredermi, e a guardarlo sotto una luce diversa.
Lo ritrovai poi in Generazione 1000 euro di Massimo Venier, pellicola discreta, non eccezionale ma con alcuni spunti brillanti e intelligenti, che le hanno consentito di diventare il manifesto dei giovani precari di oggi.
Qui Mandelli si distingue con il suo stile recitativo spontaneo e naturale, capace di divertire il pubblico e al tempo stesso di invitarlo a riflettere sulla condizione lavorativa degli sfortunati laureati di oggi, risultando credibile e convincente nel ruolo.
Gli sketch de I Soliti Idioti, che per molto tempo decisi di snobbare, cominciarono poi a farmi sorridere, riuscirono a divertirmi e in seguito a farmi ridere a crepapelle.
Nonostante alcune gag risultino volgarotte e sopra le righe, bisogna ammetterlo: ad altrettante non si riesce a resistere, e lasciarsi travolgere da una fragorosa risata è quasi inevitabile.
Spinta dalla voglia di vedere un film poco impegnativo in una giornata uggiosa e deprimente, ieri ho deciso di vedere la pellicola firmata dal Nongio e da Biggio, lungometraggio costruito ad hoc per divertire i fan della serie che finalmente possono seguire le esilaranti avventure dei loro beniamini anche sul grande schermo (e presto a teatro), superati i confini del web e della tv.
Non starò qui a spendere troppe parole sulla (esile) trama, arricchita da battute a volte geniali altre volte scontate, e da paradossali stacchetti musicali scritti dalla premiata coppia protagonista.
Il mio intento è invece quello di dire sì, il Nongio ce l’ha fatta, è riuscito a farmi cambiare idea.
Mandelli vince e convince, regge un’ora e mezza di film, non cala mai di tono e non annoia.
Un milanese doc che entra nei panni di un romanaccio sboccato e borgataro e risulta credibile e vero, non è cosa da poco.
Può non far ridere, indubbiamente, ma la bravura c’è e bisogna ammetterlo.
Aldilà di simpatie o antipatie personali nei suoi confronti, aldilà di pregiudizi e preconcetti, il ragazzo ha talento. Tanto.
Il suo “Gianluca, dai cazzo!” tormentone dell’anno, da mesi sulla bocca di tutti, è contagioso e dilagante, e a tutti quelli che non si piegano a uno humour così casereccio e irriverente, l’unica cosa che mi viene da dire è “ma fatevela ‘na risata, va!”.
Non siate prevenuti, non stavolta almeno. La pellicola è godibile e leggera, di poco spessore certo, ma sicuramente migliore rispetto ad altre porcate che il cinema italiano propone oggi.
Lascio Volo e Pastore lì a scrivere libri insensati e melensi, e tiro fuori Mandelli dalla cerchia, perché solo gli stupidi, del resto, non cambiano idea.
Anzi, gli idioti.

People always leave

E poi un giorno andò a finire proprio così: si perse nella pioggia, senza una meta o una direzione.
Smarrì la strada, e quando se ne rese conto, era troppo tardi per tornare indietro.
Le persone correvano su e giù davanti ai suoi occhi, frenetiche, veloci, affamate.
A lei invece sembrava di essere immobile.
Pietrificata.
Impaurita.
Per nulla capace di trovare la strada giusta.
Avevo perso un bus.
Poi ancora un altro, e un altro.
Difficile decidere su quale salire, quando non si sa dove andare.
Costretta in un limbo.
Esausta.
Incapace di reagire.
Quasi senza fiato.
Smise addirittura di guardarsi allo specchio, perché non si riconosceva più.
E forse in fondo in fondo, non si piaceva più così tanto.
In fondo in fondo, forse, aveva tradito se stessa.
Difficile tornare a volersi bene.
Difficile voler bene.
People always leave.
Se lo ripeteva sempre.
Nessuno le avrebbe mai fatto cambiare idea.
Nonostante lo desiderasse con tutto il cuore.

giovedì 3 novembre 2011

Dalla parte del cattivo - The Walking Dead


Facile schierarsi dalla parte dell’eroe. Facile scegliere la via più comoda.
Più difficile fermarsi a riflettere e provare a mettersi nei panni di chi si è sempre sentito sbagliato, di chi nella vita ha compiuto scelte discutibili e poco onerose.
È per questo che, in Walking Dead, io sto dalla parte di Shane.
Sarebbe troppo semplice allearsi con Rick, e a me le cose semplici, non sono mai piaciute.
Shane è un traditore, un violento, un approfittatore, un uomo senza valori. All’apparenza.
Scavando a fondo nel suo personaggio però, com’è accaduto nei primi episodi di questa seconda stagione, scopriamo lentamente qualcosa in più su di lui, quel qualcosa indispensabile a farci cambiare idea.
Shane i valori li ha, eccome. Sepolti in fondo, parecchio in fondo forse, ma li ha. E nonostante voglia fare il duro a tutti i costi, nonostante ce la metta tutta per risultare un vigliacco e un infame, qualcosa per cui combattere, ce l’ha anche lui.
Lui, capace di vendere l’anima al diavolo pur di salvare Carl, il figlio di Rick, il suo migliore amico, nonché suo acerrimo nemico, il suo alter ego “buono”. L’uomo che sta con la donna di cui anche lui, purtroppo, si è innamorato.
Shane, disposto a stringerci un patto con quel diavolo, pur di redimersi in qualche modo dagli errori commessi in passato, pur di scontare la pena e uscire dal suo inferno personale.
Shane combatte i suoi demoni. Shane lotta da solo.
E io non riesco a non fare io tifo per lui. Non riesco a non credere che prima o poi, anche Shane avrà la sua rivincita, anche Shane avrà i suoi 15 minuti di gloria.
Lui, che si guarda allo specchio, e quasi non si riconosce più.
Lui, che non riesce più a guardarsi dentro. Che è solo, a un passo dalla follia. Che per amore sta diventando pazzo, che per amore ha perso tutto. Facile preferire Rick a lui. Banale, quasi scontato. Un po’ come parteggiare per Sawyer anziché per Jack: prediligere il ladro fuorilegge al dottore introverso. E non è un caso, che anche all’epoca di Lost, io scegliessi di stare dalla parte del “cattivo”.