There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.

venerdì 5 aprile 2013

Bianca come il latte rossa come il sangue: e se D'Avenia fosse l'anti Moccia?


Se per gli agée, le sfumature dell’amore e della passione sono 50 circa e tutte derivate dal grigio, per gli adolescenti di oggi, o almeno per quelli raccontati da Alessandro D’Avenia, i colori predominanti in ogni rapporto, sono due: il bianco e il rosso.

Così nasce il titolo del suo best seller d’esordio Bianca come il latte rossa come il sangue, tradotto e pubblicato in oltre dieci paesi.
Il protagonista del romanzo, Leo, è un diciassettenne di origini romane che vive con i genitori a Torino e si diletta, come la maggior parte dei ragazzi della sua età, tra scuola, calcetto, ragazze e piccoli problemi quotidiani, su tutti i brutti voti in alcune materie, i litigi con una madre fin troppo apprensiva e un amore irraggiungibile che non lo fa dormire la notte.
Fin qui, tutto potrebbe ricordare la classica storia “alla Moccia”, o peggio ancora al classico film con la premiata coppia Vaporidis-Capotondi (o Crescentini, dipende dal regista). La pellicola tratta dal romanzo di D’Avenia invece, va aldilà della classica storia adolescenziale, nonostante alcune evidenti pecche del genere che difficilmente potrebbe scrollarsi di dosso.
L’amore impossibile di Leo, infatti, diversamente da molti altri, è reso tale dalla leucemia, terribile malattia che giorno dopo giorno, sta portando via Beatrice, la ragazza dei suoi sogni. Faccia a faccia con il “nemico”, il protagonista si ritrova all’improvviso a doversi scontrare con la vita, con una realtà che sì, raccontandola al cinema non può che apparire inevitabilmente banale, ma che ahimè, non è poi così lontana da moltissime storie di tutti i giorni.
Alla regia di Bianca come il latte rossa come il sangue, un regista avvezzo alle storie sul mondo degli adolescenti, Giacomo Campiotti, che già con Mai + come prima, aveva tentato di raccontarci i ragazzi di oggi alle prese con i crudeli drammi della vita, cercando di discostarsi da un genere sì popolare, ma messo forse troppe volte alla gogna.
Partiamo da un presupposto fondamentale: il film non è certo un capolavoro cinematografico, così come il libro non brilla per originalità, poiché seppur ben scritto, si appiattisce sul finale peccando in banalità e monotonia narrativa, a differenza del secondo romanzo scritto dal D’Avenia, Cose che nessuno sa, opera senza dubbio più matura e narrativamente più corposa.
Non siamo di fronte a un Virzì o un Luchetti, questo è certo, ma nonostante difetti evidenti, su tutti la colonna sonora invasiva e martellante dei Modà, disseminata in tutte le scene clou, il film può vantare senza dubbio alcune caratteristiche interessanti.
Senza dubbio, ammirevole la performance di Filippo Scicchitano (Leo) che, se già in Scialla, film del 2011 di Francesco Bruni, al fianco di Fabrizio Bentivoglio, aveva dimostrato di avere le carte in regola per aprirsi uno spiraglio nel panorama del cinema italiano, in Bianca come il latte, dà ulteriore riprova della sua bravura.
Seppur impostato in alcune scene, il giovane attore, classe ’93, convince grazie al suo fare ingenuo e scanzonato, e riesce ad affermarsi e a convincere lo spettatore soprattutto nella prima parte del film, quella più leggera e fluida, che non nella seconda, quella più drammatica poiché legata alla malattia della protagonista, in cui tutta la sua inesperienza viene fuori e lo fa sembrare, in alcuni punti, un pesce fuor d’acqua.
La sua apparente superficialità però, non stona affatto con il carattere del protagonista stesso, un ragazzino costretto a diventare adulto troppo in fretta e a disagio con la realtà che la vita gli pone davanti.
Notevole anche il bel Luca Argentero, nei panni del professore mentore di Leo, che assume via via sempre più il ruolo di un amico consigliere pronto a sostenerlo nei momenti più difficili.
A penalizzare la buona prestazione dell’ex concorrente del Grande Fratello, una sceneggiatura spesso melensa, appesantita da frasi fatte e retoriche che il prof rivolge a Leo in più di un’occasione nel tentativo di spronarlo a crescere e ad affrontare la morte di Beatrice nel miglior modo possibile.
Discostandosi leggermente dal romanzo nella seconda parte, il film inciampa inevitabilmente in una sorta di lieto fine in cui, nonostante tutto, “vissero felici e contenti”, ma questa non è una responsabilità da attribuire a Campiotti, quanto piuttosto all’autore stesso che anche nel libro, non riesce a risparmiarsi dal regalare al lettore un finale prevedibile e piuttosto scontato.
Un buon film, con pregi e difetti del genere, godibile seppur non trascendentale, inferiore alla maggior parte dei film italiani degni di questo nome, ma senza dubbio superiore alle stucchevoli storielle sui teenager cui Moccia, negli anni, ci ha purtroppo abituati. 

2 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Sai cosa?
Prova a guardarlo :)
Del libro se ne parla molto bene, peccato per il trailer con la canzone dei Modà :(

Stargirl ha detto...

Esatto! La colonna sonora rovina tutto :)