There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.

lunedì 29 agosto 2011

Un sorso in più

“e la vita continua anche senza di noi
che siamo lontani ormai
da tutte quelle situazioni che ci univano
da tutte quelle piccole emozioni che bastavano
da tutte quelle situazioni che non tornano mai”

Claudio perde la moglie mentre lei è in attesa del loro terzo figlio, il piccolo Vasco.
Per lui la vita finisce in quel momento, a trent’anni appena, quando all’improvviso resta solo con tre figli da crescere e il cuore spezzato e per lui, non esiste più un benché minimo futuro che abbia senso.
Claudio arranca da mattina a sera nel mondo degli appalti e dei cantieri, una realtà faticosa e spesso difficile, dove per due lire, si lascia bacchettare da un capo incompetente e arraffone, il classico mezz’uomo che sfoga sui suoi operai le frustrazioni di una vita ingiusta.
Un giorno l’illuminazione, e il passo più lungo della gamba, e Claudio decide di passare da garzone, a padrone, tentando l’affare del secolo, investendo i pochi risparmi di una vita per prendere un appalto in carica.
Ogni centesimo sudato fino a quel momento, in un progetto edilizio senza futuro, e Claudio, con pargoli al seguito, cade nel baratro, e imbocca un tunnel, dal quale uscire, è pressoché impossibile: quello dei debiti.
Nell’Italia dove tutto ruota intorno al denaro, in una società dove nessuno guarda in faccia nessuno, in una Roma di periferia, assente e distaccata, lui si ritrova solo, a elemosinare un prestito, a scongiurare la sorella di dargli una mano, a mortificarsi per due soldi per poter pagare quattro immigrati disperati che lo aiutano in cantiere.
Claudio a testa bassa che si umilia per un piatto di pasta.
Claudio che rimpiange la moglie e la loro piccola realtà perfetta.
Claudio che si lascia divorare il fegato dai debiti, per quei maledetti soldi che non bastano mai, e lo trasformano in un padre assente, che cerca di colmare con beni materiali, l’affetto che non riesce a trasmettere ai figli, ora che la morte della moglie gli ha portato via tutto l’amore che aveva da dare.
E anche se di quell’affetto mancato, i figli ne pagheranno il prezzo per sempre, lui non riesce a comportarsi diversamente, perché quando ai tuoi figli non puoi dare da mangiare, tutto prende il sopravvento.
Quando senti di non aver più un briciolo d’amor proprio e di te stesso non ti importa più niente, provi a regalare un sorso di felicità in più alle persone che ami davvero, a modo tuo, anche correndo il rischio di non dimostrarglielo affatto.
Quando rischi di andare a fare il facchino per portare a casa cinquanta euro, il tempo per un abbraccio proprio non ce l’hai.

Claudio è un intenso e straordinario Elio Germano, il film è La nostra vita di Daniele Lucchetti del 2010.
La storia in poche righe è questa, e la canzone che fa da colonna sonora a tutta la pellicola, è l’
Anima Fragile di Vasco Rossi citata nell’incipit di questo post.
Claudio è un uomo come molti altri, uno di quei tanti padri che, volenti o nolenti, lasciano crescere i propri figli da soli, impegnati come sono a cercare di assicurargli un futuro migliore del presente in cui vivono.
È uno di quei padri poco presenti, un padre che sì, forse all’apparenza non c’è mai, ma che in fondo, se guardi bene, è sempre lì con te, e per te mette in gioco tutto.

giovedì 25 agosto 2011

Fiona


Fiona è alta, snella e longilinea.
Ha gli occhi e i capelli castano scuro, la carnagione pallida e un piccolo neo sotto l’occhio destro.
Fiona è tenace, orgogliosa, sensibile e presuntuosa. Non ama chiedere aiuto a nessuno, ma le si scalda il cuore appena qualcuno le dà una mano senza chiederle niente indietro.
Odia mostrarsi debole agli occhi degli altri, e vorrebbe riuscire a far filare sempre tutto liscio, vorrebbe saper controllare l’universo.
È bella senza darlo troppo a vedere, impacciata sui tacchi a spillo e negli abiti succinti, ma incredibilmente affascinante. È sexy nei jeans aderenti e le magliette lunghe e un po’ trasandata quando la mattina prepara la colazione.
Sogna l’amore, pur accontentandosi e lasciandosi inebriare dal sesso selvaggio e senza fronzoli, e aspetta da anni il principe azzurro che arrivi a salvarla dalla sua routine quotidiana, popolata da cinque fratelli a cui badare, un padre alcolizzato, e mille difficoltà economiche.
Fiona conta ogni singolo centesimo quando va a fare la spesa, ruba i pannolini e la carta igienica nei bagni pubblici, e saltuariamente fa la cameriera per racimolare qualche spicciolo, superando l’umiliazione a testa alta, quando qualche cliente poco educato, la squadra da cima a fondo facendo apprezzamenti poco delicati sul suo corpo.
Serba rancore per la madre che l’ha abbandonata, nonostante abbia bisogno di lei in ogni momento della sua giornata, e perdona a quel padre assente e fuori dagli schemi, ogni torto ed errore.
Si dedica anima e cuore ai suoi fratelli, senza pretendere nulla in cambio, e li tratta come figli, con una maturità e una sensibilità insolite per una ragazza della sua età.
Sa di poter contare in ogni momento sulla sua migliore amica Veronica, e non esita neanche un secondo ad aiutarla a sua volta, in caso di bisogno.
Negli anni ha mandato giù dolori e sofferenze, senza arrendersi mai, trovandosi faccia a faccia con la povertà, con la violenza, e con tutti gli ostacoli che la vita le ha messo davanti, fermandosi a volte a piangere, altre a ridere, altre ancora a riflettere.
È stata spesso sul punto di mollare tutto e tutti, in bilico su quel punto di rottura così difficile da gestire, ma alla fine, ha scelto sempre di restare nel suo piccolo mondo, che, seppur instabile e pieno di incertezze, la fa sentire al sicuro, e il più delle volte felice.
Fiona con i suoi mille pregi e i suoi infiniti difetti, con le sue debolezze e le sue virtù. Fiona che ancora sa ridere della vita e delle piccole cose, e che ancora riesce a commuoversi per una sciocchezza.
Fiona, che ogni tanto vince, ogni tanto perde, che forse troppo spesso si accontenta.


Vorrei che Fiona (Emmy Rossum) fosse un personaggio creato da me, ma purtroppo non è così.
È la fantastica protagonista di Shameless (US), telefilm in onda su Showtime, basato sull’omonima serie inglese di Paul Abbot.
Se non l’avete ancora vista, al posto vostro, ora correrei a farlo.



domenica 21 agosto 2011

The Big C: Laura Linney stravolge gli stereotipi


In onda su Sky quest’estate la nuova dramedy di Showtime che ha per protagonista una donna che in maniera atipica e inusuale affronta il cancro senza cercare di sconfiggerlo, in un crescendo di risate, lacrime ed emozioni.

Cathy Jamison è un’insegnante, vive in Minnesota, ha 42 anni, un marito noioso, un figlio adolescente impertinente, e un cancro al quarto stadio.
Moglie e madre premurosa e morigerata, e professoressa modello, l’estate in cui le viene diagnosticato un melanoma pressoché incurabile, Cathy abbandona le buone maniere e accantona lo stereotipo della casalinga per bene, stravolgendo completamente la sua vita.
Reagisce in maniera inaspettata alla triste notizia e anziché piangere e disperarsi, decide di approfittare del tempo che le rimane per togliersi ogni sfizio e soddisfazione: ritira tutti i suoi investimenti dal conto in banca, manda il marito fuori di casa perché la rende scontenta e si abbandona a comportamenti istintivi e imprevedibili.
Non si limita a comprare una decappottabile rosso fuoco o a pasteggiare ad astice e champagne, ma decide di tenere nascosta la verità a tutte le persone a lei vicine, per risparmiarsi atteggiamenti compassionevoli o rammaricati e fiumi di lacrime.
All’improvviso così, agli occhi degli altri, il suo comportamento inizia ad apparire totalmente folle e privo di ogni logica, fuorché allo spettatore, da subito a conoscenza della malattia e di riflesso complice di Cathy.

Questa, a grandi linee, è la trama di The Big C (in onda dal 21 giungo ogni martedì alle 22.45 su FoxLife, giunta invece alla seconda stagione negli States) che ha come protagonista una strepitosa Laura Linney, tre volte candidata all’Oscar, e vincitrice quest’anno del Golden Globe come miglior attrice protagonista per questa incredibile dramedy creata e sceneggiata da Darlene Hunt (già dietro Will & Grace).
Trasmessa da Showtime, che negli anni ci ha regalato perle del panorama telefilmico, come Dexter, Californication, Nurse Jackie e ultimo, ma solo in ordine di tempo, l’irriverente Shameless (remake dell’omonima serie inglese), The Big C vanta, proprio come i suoi predecessori, caratteristiche poco convenzionali, affrontando con una leggerezza solo apparente, un tema scottante come quello del cancro.
Dosando perfettamente la giusta dose di humour e di lacrime, lo show alterna momenti di forte intensità a intervalli più leggeri, tentando di esorcizzare la malattia del secolo infrangendo luoghi comuni che altrimenti non ci porterebbero a scherzarci su, come afferma la stessa Hunt:
“Il cancro non è una cosa divertente, ma lo sono le persone; e il modo con cui scelgono di fare i conti con situazioni differenti, possono essere ilari a prescindere dalle circostanze. Mi piace rendere divertenti le cose che non lo sono, e far ridere la gente su cose che possono essere dolorose”.
Con i suoi atteggiamenti fuori dagli schemi Cathy ci fa sorridere, a volte commuovere, spronandoci a riflettere, senza mai esagerare e rischiare così di cadere nel melenso, esortando spesso lo spettatore a ridere e a piangere nell’arco di un unico episodio.
A metà strada tra il drama e la comedy, la serie rispecchia perfettamente lo stato d’animo della protagonista, guardando al cancro sotto una luce nuova, senza reagire in modo remissivo o arrendevole, ma prendendo invece il toro (in questo caso la vita) per le corna, cercando di cogliere al volo tutte le seconde chance che altrimenti andrebbero perse, argomento su cui l’autrice torna spesso a insistere: “La proposta per questa serie è arrivata in un momento particolare della mia vita. Mi stavo chiedendo: ‘Come devo usare il tempo che mi rimane?’. Ho 47 anni e ho potuto constatare che dopo i 40, il tempo vola, la vita scorre senza che tu te ne accorga e ci si dispera per aver perso la giovinezza. Ho capito che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato in questo atteggiamento. Penso che questa attitudine dimostri una totale mancanza di sensibilità nei confronti di chi non ha o non ha avuto il privilegio di avere una lunga vita”.
Una comedy fuori dal coro, macabra e aggressiva, ma allo stesso tempo intensa e intima, a tratti corale, a tratti introspettiva, che mostra come reagire, in maniera estrema magari ma indubbiamente plausibile e inaspettata, di fronte alla notizia di una morte imminente e inevitabile, azzardando scelte inconsuete, come accade, ad esempio, in Breaking Bad.
La grande C del titolo può essere interpretata liberamente, può riferirsi all’iniziale del nome della protagonista, o a quello della malattia, a noi, come a molti altri, piace attribuirla al Carpe Diem sbandierato da Cathy, un inno a cogliere le occasioni al volo, una frase che può apparire retorica, ma totalmente adatta invece, a questi anni in cui tutto corre via alla velocità della luce.
È la stessa creatrice ad affermarlo: “In realtà la serie non parla di morte, ma di vita e delle scelte che facciamo o che dovremmo fare. Esprime l’emozione psichica e fisica, della vita, e di quanto sia importante lo spirito con cui la si
affronta”.

Attorno a Cathy, nell’arco dei 13 episodi che compongono la prima stagione, un variopinto microcosmo di personaggi curiosi e dalle mille sfaccettature, interpretati da una schiera di attori brillanti e talentuosi, volti noti e non.
Oliver Platt (Huff, Nip/Tuck, Kinsey) recita nel ruolo del goffo e accondiscendente marito Paul, con cui Cathy rompe nel pilot, per tornarci insieme poco prima del finale di stagione, ritrovando un equilibrio di coppia perduto da tempo, ricarburato con un breve periodo di separazione, durante il quale la protagonista ha avuto modo di provare il brivido del proibito con l’aitante collega Lenny (Idris Elba, Luther) concedendosi una veloce e intensa tresca extra-coniugale.
L’estate in cui scopre di avere il cancro, la donna riesce paradossalmente a ringiovanire, ritrovando quella bellezza nascosta sotto i vestiti da casalinga a cui neanche il suo medico Todd (
Reid Scott) sembra riuscire a resistere, e tirando fuori una forza di carattere che neanche suo fratello Sean (John Benjamin Hickey) pensava avesse.
Ed è proprio lui, uno dei personaggi più interessanti e divertenti della serie, un trentacinquenne scapestrato e anticonformista, che dorme nel parcheggio di un centro commerciale come forma di protesta contro il consumismo imperante, conducendo una vita da clochard. Il ritrovato e controverso rapporto con la sorella (che scopre essere malata solo all’inizio della seconda stagione), lo aiuta in un certo senso a “fare pace con la vita”, in un momento per lui molto importante: quando sta per diventare, accidentalmente, papà.
E se The Big C affronta magistralmente i rapporti familiari fra coniugi o fratelli, riesce in maniera altrettanto brillante a scavare a fondo nell’amicizia, componente essenziale nella vita di Cathy,
a partire da una delle sue studentesse, Andrea, interpretata dalla strabiliante
Gabourey Sidibe, stella del discusso Precious, ragazza di colore sovrappeso a cui Cathy offre tutto il suo sostegno morale, e con la quale spesso si troverà a discutere su tematiche forti e significative per un’adolescente.
A movimentare la vita della Jamison, ci pensa a metà stagione anche Rebecca, ex roomate ai tempi del college, migliore amica storica scomparsa nel nulla vent’anni prima, che torna all’improvviso in occasione del quarantatreesimo compleanno della protagonista e che non tarderà a combinare un grosso pasticcio quando, dopo un’avventura fugace, resterà incinta di Sean. Nei panni di Rebecca, nientemeno che Cynthia Nixon, Miranda in Sex and the City, che con The Big C, segna il suo ritorno sul piccolo schermo, in un ruolo che sembra cucito su misura per lei.
Ma il legame indubbiamente più importante per Cathy è senza dubbio quello con la vicina di casa scorbutica e diffidente Marlene (la strepitosa
Phyllis Somerville), la prima a cui confessa di essere malata, rappresenta per la protagonista un appiglio cui aggrapparsi nei momenti più difficili, un vero e proprio punto di sfogo durante le diatribe con l’impertinente figlio Adam (Gabriel Basso), quattordicenne introverso e viziato con cui lei cerca disperatamente di recuperare il rapporto prima che sia troppo tardi. E sarà proprio Marlene, che si toglierà la vita sul finire della stagione, a dare una spinta in più a Cathy, spronandola col suo gesto a non sprecare un minuto della vita che le rimane, e a tentare cure mediche alternative o sperimentazioni pur di rimanere più a lungo possibile con i suoi cari.
Un cambio di rotta nell’atteggiamento della protagonista, evidente sin dal decimo episodio, che segna un notevole cambio di registro nel tono della serie: il ritmo si abbassa leggermente quando la protagonista decide di intraprendere una strada differente, meno dedita al carpe diem, più incentrata su un ipotetico happy ending, che però probabilmente alla fine non arriverà.
La Cathy che all’inizio sembrava folle e che in realtà voleva solo andare incontro alla morte vivendo al cento per cento, lascia spazio a una Cathy più riflessiva, forse un po’ noiosa, ma decisamente più realistica, una donna che decide di far scorta di forza e coraggio prima di gettarsi nel vuoto e tentare il tutto per tutto pur di poter vivere il più a lungo possibile.

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giovedì 28 luglio 2011

Stargirl's Summer Awards: le serie tv di quest'anno secondo me!

L’estate è da sempre il periodo più indicato per pubblicare sondaggi e classifiche, semplici, divertenti e ghiotte letture da spiaggia.
Non andrò certo su carta stampata, questo è scontato, ma magari qualcuno si divertirà a sbirciare questo post dal proprio cellulare o dal proprio computer, e si diletterà, sotto il sole d’agosto (o quasi), a leggere e curiosare quali sono le serie, secondo il mio modesto parere, più o meno meritevoli di questa stagione.
Su alcune scelte magari sarete d’accordo con me, su altre sicuramente no.
Alcuni magari commenteranno (mi farebbe piacere, quindi se vi va, siete i benvenuti), altri magari si limiteranno a leggere soltanto e a prendere spunto per iniziare qualche serie che quest’inverno si sono lasciati sfuggire, per
godersela in vacanza.
Spero comunque che la cosa vi diverta e incuriosisca!

Avrò sicuramente dimenticato di inserire qualche categoria, o mi sarà passato di mente quel telefilm che tanto mi aveva colpito (o forse, decisamente no..), ma potrò sempre aggiungerlo in un secondo momento!

Se viene in mente a voi, sono qui a disposizione! J

Partiamo dunque con gli “Stargirl’s Summer Awards” (lo so, il titolo è davvero trash, ma a volte un po’ di frivolezza non guasta, suvvia!) e vediamo cosa ci ha regalato la stagione televisiva 2010:




Miglior drama: Dexter (Una stagione di transizione, introspettiva e intensa, fondamentale per scavare nella psicologia del protagonista e dei personaggi che gli ruotano intorno. Un Michael C. Hall più in forma che mai dopo la malattia che lo aveva colpito lo scorso anno, e un’ottima interpretazione di Julia Stiles, guest star della stagione)

Miglior dramedy: The Big C (Una Laura Linney strepitosa alle prese con il cancro, in una serie ironica e allo stesso tempo commovente, che ha velocemente conquistato gli States)

Miglior serie comedy: Shameless US (Una delle migliori novità dell’anno, il connubio perfetto tra comedy e family drama, con un insuperabile Wlliam H. Macy e una sceneggiatura forte e pungente)

Miglior serie fantasy: The Walking Dead (Novità di punta della AMC, ha conquistato pubblico e critica dopo 6 episodi appena, nonostante le incongruenze a livello di trama e di personaggi rispetto all’omonima saga a fumetti da cui è tratto)

Miglior teendrama: The Vampire Diaries (A metà tra il fantasy e il teen drama, la saga dei fratelli Salvatore continua a mietere grandi ascolti sulla CW, grazie a un cast giovane e frizzante, a un plot sempre più coinvolgente e alle storie d’amore intricate e appassionanti)

Miglior serie sportiva: Make It or Break It (Se vedessi Friday Night Lights, probabilmente lo avrei votato, ma così non è, e visto che l’elemento basket in One Tree Hill è andato via via scomparendo, le ginnuts vincono, e si aggiudicano il mio voto, grazie alle vicissitudini da teenager che rendono le storie più avvincenti e leggere)

Miglior family-drama: Parenthood (Indubbiamente il migliore degli ultimi anni, commovente e ironico al punto giusto, con un cast veramente eccezionale e una colonna sonora per pochi eletti)

Miglior sitcom: How I Met Your Mother (Da Friends in poi, l’unica che mi abbia coinvolto e conquistato quasi al 100%, nonostante la mia insensate avversione verso le sitcom. Un evergreen, sempre piacevole e divertente)

Miglior serie nerd: Chuck (Sarà Zacary Levi, sarà l’elemento Nerd, saranno gli irresistibili personaggi di contorno, resta sempre una delle mie preferite)

Miglior serie italiana: Romanzo Criminale (Il migliore prodotto italiano degli ultimi anni, superiore anche al film. Nonostante alcune divergenze con la storia originale, brilla nel panorama televisivo italiano grazie a un’ottima regia, un cast validissimo e una colonna sonora decisamente azzeccata)

Miglior serie “evergreen”: Grey’s Anatomy (Nonostante una settima stagione sottotono e un po’ banale, vince sugli altri storici telefilm come Desperate Housewives e simili, grazie all’inevitabile coinvolgimento verso personaggi e intrecci amorosi)

Miglior serie trash: Pretty Little Liars (Combattuta tra le “piccole bugiarde” e 90210, le ragazze hanno avuto la meglio. Mi avranno convinto i loro stilosissimi look, o l’atmosfera creepy, o merito forse di Aria, il mio personaggio preferito, sta di fatto che il mio voto va a loro, nella speranza che la seconda stagione, da poco in onda negli States, assuma un po’ più di spessore)

Miglior pilot: Shameless US (Un episodio complete sotto tutti I punti di vista)

Miglior nuova serie: Misfits (Senza dubbio LA serie dell’anno, un gioiello come pochi. Regia e fotografia strepitosa, colonna sonora insuperabile, trama, sceneggiatura e cast mozzafiato. Originale, divertente, stuzzicante. Impossibile resistergli)

Miglior serie “estiva”: Single Ladies (Il Sex and the City ambientato nel mondo black, prodotto da Queen Latifah. Poco originale senza dubbio, ma intrigante e curioso)

Miglior fotografia: Boardwalk Empire (Un vero e proprio prodotto cinematografico, stilisticamente perfetto)

Miglior regia: Misfits (Egregia e originale)

Serie più stilosa: Gossip Girl (Forse l’unico pregio che rimane a una serie che dopo pochi anni ha perso tutta la verve che la contraddistingueva. Priva del brio e della leggerezza inziale, si trascina verso la quinta serie con una trama improbabile e surreale. Restano bellissimi e sempre elegantissimi e all’ultima moda gli interpreti, e su tutti spicca la nuova musa di stilisti e registi, Blake Lively)



Miglior attore protagonista: Michael C. Hall (Dexter) (Un attore come pochi, intenso e mai ripetitivo)

Miglior attrice protagonista: Laura Linney (The Big C) (Forte e sicura di sé, delicata e diabolica allo stesso tempo)

Miglior attore non protagonista: Peter Krause (Parenthood) (Sempre coinvolgente e suo agio nei ruoli che gli affibbiano. Livello recitativo molto alto)

Miglior attrice non protagonista: Bonnie Bedelia (Parenthood) (A dir poco perfetta)

Miglior guest-star: Julia Stiles (Dexter) (Profonda e commovente nel ruolo che interpreta)

Miglior bad-guy: Ian Somerhalder (Arrogante, sexy e provocante al punto giusto)

Miglior bad-girl: Nikita (Nikita) (Conturbante, atletica e scanzonata)

Attore rivelazione: Curtis Donovan (Misfits) (In una parola: insuperabile)

Miglior personaggio: Damon Salvatore (The Vampire Diaries) (Il cattivo ragazzo per eccellenza: bello, antipatico e cinico. Un corpo da favola ed espressioni irresistibili, indubbiamente punta di diamante della serie)

Personaggio cult: Sheldon Cooper (The Big Bang Theory) (Un idolo)







Miglior colonna sonora: Misfits (Da 10 e lode)

Peggior serie estiva: Teen Wolf (Banale e scontato, visto e ri-visto troppe volte)

Personaggio più insopportabile: Elena (The Vampire Diaries) (Una statua di cera, inespressiva e lamentosa in maniera eccessiva. Fastidiosa negli ultimi episodi della stagione come non mai)

Peggior serie tv: The Event (Senza capo né coda, difficile da seguire, privo di fondamenta. Rivogliamo Flash Forwards)

Serie tv più noiosa: One Tree Hill (Una serie alla deriva, rovinata e distrutta da 4 stagioni a questa parte. Uno dei migliori teendrama degli ultimi anni sgretolatosi inesorabilmente, con carenze evidenti nello script, e assenza di storie plausibili da raccontare. Ripetitivo, noioso, incoerente: un disastro totale. Rinnovato per una nuova stagione. Aiuto.)

Serie tv più sopravvalutata: Glee (Partito col botto con la prima stagione, è andato via via scemando, cadendo nel labirinto della ripetitività. Resta comunque interessante per le numerose guest star che vi partecipano, e la colonna sonora originale che lo caratterizza)

Serie tv più sottovalutata: Life Unexpected (Rivoglio Lux, Baze e Cate. Non mi darò mai pace, né troverò mai una risposta sul perché sia stato cancellato bruscamente. Un vero e proprio gioiello del piccolo schermo, una perla sprecata, senza un motivo apparente. Non basta aggrapparsi agli ascolti stavolta, LU meritava un’altra chance)

Serie in caduta libera: Gossip Girl (Per i motivi precedentemente elencati, non merita la quinta stagione. Soprattutto perché ci sfracellerà le scatole)

Peggior nuova serie tv:

Covert Affairs (Non è riuscita a coinvolgermi. Non ho scusanti. Voglio Alias e niente di più)

Peggior attore: Robert Buckley (One Tree Hill) (Un manichino inespressivo e inerme, irriconoscibile e anni luce lontano dalla sua performance in Lipstick Jungle)

Peggior attrice: Nina Dobrev (The Vampire Diaries) (Trasparente, seppur bellissima)

Serie di cui ho nostalgia: Lost, Ugly Betty, Life Unexpected (Riportatemi sull’isola, e lasciatemi lì. Ridatemi il Mode e le fajitas. Fatemi riascoltare il programma di Cate e mandatemi a scuola con Lux)

Serie che vale la pena di iniziare: White Collar, Breaking Bad (Per sentito dire, mi fido degli esperti. So che meritano)

mercoledì 27 luglio 2011

Riflessioni in un mattino di mezza estate

Quelle volte in cui ci fermiamo a riflettere sul percorso intrapreso fino a qui, a domandarci chi siamo e dove stiamo andando e se ciò che stiamo facendo, è come lo avevamo immaginato.
Momenti in cui ci chiediamo se le scelte compiute fino a oggi siano reversibili oppure no, quanto il nostro passato ci tenga legati a sé, cosa il futuro ha in serbo per noi e cosa ci aspetta domani, rischiando spesso di bruciarci il presente, di non vivere pienamente “il momento” perché troppo impegnati a pianificare altro, correndo in questo modo il pericolo di rimanere con troppi rimpianti.
Cercare la felicità a tutti i costi e desiderare sempre quel qualcosa in più, forse è un difetto della nostra generazione, quella “generazione Y” troppo impegnata a cercare chissà poi dove, certezze e punti di riferimento.
Una generazione a volte allo sbaraglio, tra precariato e crisi economica e d’identità, a volte carica del giusto potenziale per cambiare le carte in tavola, ma priva della spinta necessaria per farlo.
Dal canto mio, superata da pochi mesi la soglia dei trent’anni, mi faccio forse troppe domande, a cui, ahimè, non so dare risposte, lasciando che mille pensieri mi frullino in testa senza trovare come al solito, quelle tanto agognate mezze misure che neanche so cosa siano.
Bianco o nero, senza grigio, e il bicchiere? Purtroppo sempre mezzo vuoto, nonostante, pur mettendomi d’impegno, io mi ostini a cercare quell’ottimismo che una volta spiccava tra i miei pregi.
Mi ritrovo così, inesorabilmente, in mezzo a decine di interrogativi, dubbi e pensieri, nonostante sappia già che molti di loro, non avranno mai una risposta.
“Sono diventata grande, senza neanche accorgermene”, dice il testo di una nota canzone che gira in radio in questo periodo. E forse è davvero così.
“Quanto tempo che è passato senza che me ne accorgessi, quanti giorni sono stati sono stati quasi eterni. Quanta vita che ho vissuto inconsapevolmente, quanta vita che ho buttato che ho buttato via per niente
”.
E il tempo si sa, si porta via tutto, senza ridarci indietro niente, tiranno e inarrestabile, lasciandoci sì i ricordi, ma senza darci la possibilità di giocare un’altra carta, prendere una strada diversa da quella scelta, tornare indietro per tentare un’ alternativa alle scelte compiute.
Magari la generazione dopo la nostra, troverà un antidoto per dissipare questa sensazione di smarrimento e confusione che ci contraddistingue, magari troverà l’ingrediente segreto per vivere felici e per sentirsi appagati.
Magari in un’altra vita, smetteremo di farci domande, di lasciarci sgretolare dai dubbi, di sentirci sempre così fragili e insicuri.
E chissà, magari in un’altra vita, anche io troverò quelle risposte che cerco da sempre.

sabato 23 luglio 2011

Addio Amy Winehouse


Ribelle, trasgressiva, insofferente e fuori dagli schemi: questi e altri aggettivi non basterebbero a descrivere Amy Winehouse, celebre cantante inglese dalla voce intensa e graffiante, trovata morta poche ore fa nel suo appartamento a Camden Square, Londra.
Un'anima irrequieta, un'artista provocatoria e strafottente, se non addirittura fastidiosa a volte, con i suoi vizi e le sue debolezze, vittima della depressione e di quel mostro famelico chiamato "droga".
Giunta all'apice del successo nel 2006, con un album indimenticabile, Back To Black, entrato di diritto negli annali della storia del rock, Amy inizia da subito la "discesa verso gli inferi", e spesso ubriaca, spesso completamente stonata dalle sostanze stupefacenti assunte in quei festini di cui era la regina, ha bruciato in fretta e furia una carriera che altrimenti l'avrebbe potuta far brillare come pochi altri.
Alle 15.54 di oggi, sabato 23 luglio, dopo aver ricevuto una telefonata dai servizi di emergenza, la polizia inglese ha rinvenuto la cantante ventisettenne deceduta per cause ancora da chiarire, anche se, ovviamente, la pista più probabile potrebbe essere quella dell'overdose.
E così, un'altra artista di fama mondiale si aggiunge al "Club 27", macabro epiteto che si riferisce a quella schiera di musicisti come Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin e Kurt Cobain, solo per citarne alcuni, scomparsi prematuramente all'età di ventisette anni.

They tried to make me go to rehab but
I said 'no, no, no'
Yes I've been black but when
I come back you'll know know know
I ain't got the time and if my daddy thinks
I'm fine
He's tried to make me go to rehab but I
won't go go go