There's no point to any of this. It's all just a... a random lottery of meaningless tragedy and a series of near escapes. So I take pleasure in the details. You know... a Quarter-Pounder with cheese, those are good, the sky about ten minutes before it starts to rain, the moment where your laughter become a cackle... and I, I sit back and I smoke my Camel Straights and I ride my own melt.

giovedì 1 marzo 2012

The Artist: ritorno al passato


Sulla scia di un successo a dir poco inarrestabile, il trionfo agli Oscar di The Artist era piuttosto prevedibile, così come altrettanto scontato che in molti si sarebbero scagliati contro un simile capolavoro, muovendo critiche per lo più prive di fondamenta, nel vano tentativo di bistrattare uno dei migliori film degli ultimi anni solo per il desiderio di schierarsi “contro” a priori.
Dal canto mio, posso dire di essere rimasta da subito a bocca aperta di fronte al capolavoro di
Michel Hazanavicius, che in più di un’occasione ho definito come LA pellicola del 2012.
Che cosa ho amato di questo film? Semplice: il profondo senso di nostalgia e malinconia che emana, lo sguardo rivolto al passato, l’inno al cinema delle origini, lo splendido tributo che a esso rivolge.
The Artist, che da domani tornerà nelle sale italiane (in 115 copie), sfida silenziosamente il patinato cinema di Hollywood, la pomposità e lo sfarzo di alcune pellicole, il potere del (fastidioso) 3D e dell’innovazione più sfrenata.
Il film guarda timidamente al passato, nel tentativo, decisamente ben riuscito, di andare a ritroso nel tempo per farci rivivere la magia di quel momento indimenticabile, del travagliato passaggio dal muto al sonoro, riportandoci in un luogo lontano e idilliaco, laddove i sentimenti, puri e fanciulleschi, non sono stati ancora contaminati dal consumismo dello star system.
Attraverso una carrellata d’immagini meravigliose e suggestive, tra sguardi intensi e didascalie nostalgiche, il film racconta una storia d’amore d’altri tempi, cui fa da cornice la magnifica colonna sonora di
Ludovic Bource
.
La musica, protagonista fondamentale al pari degli attori infatti, riesce a trascinare lo spettatore fin dentro il film, a enfatizzare le azioni dei protagonisti e a evidenziare il potere incontenibile delle immagini.

Delizioso pastiche tra il comico e il meló, per nulla stucchevole o melenso, ma anzi delicato e malinconico, il film di Hazanavicius si appoggia su un cast di tutto rispetto, dove a spiccare sono i due attori principali,
Jean Dujardin e Bérénice Bejo che sembrano a tutti gli effetti due divi d’altri tempi, giunti a noi direttamente dagli anni Venti.
Inevitabile, soprattutto per gli appassionati di cinema, il richiamo intrinseco a
Mary Pickford e all’era Griffith, quando nel personaggio di Peppy Miller (la Bejo), si cerca di raccontare l’ascesa al successo di una ragazza semplice, una come tante, capace di sorprendere il pubblico e far breccia nel cuore degli spettatori, trasformandosi dall’oggi al domani in una star del grande schermo.
Esplicito il richiamo alle opere più significative di
Murnau e a Vidor, forte l’influenza di Charlie Chaplin, chiaro l’intento del regista: far rivivere anche solo per pochi minuti, in un’era dove tutto nasce per mutare e sfiorire velocemente, il mito di un passato sfavillante e splendente, a cui ci ispirarsi nei momenti bui come quello che stiamo attraversando.
Inevitabile il collegamento con
L’Illusionista di Sylvain Chomet (da un soggetto di monsieur Jacques Tati), dove sensibilità  delicatezza s’intrecciano per raccontare, seppur in due epoche totalmente diverse, la solitudine dell’artista, il dramma esistenziale attraversato dopo essere stato messo da parte in seguito alla nascita di nuovi miti.
Due storie che vivono in parallelo, tra allegorie e metafore, e che analizzano con estrema parsimonia e infinita dolcezza, il triste destino di due uomini caduta in disgrazia, catapultati senza preavviso dalle stelle alle stalle, orfani di quel pubblico che, fino a poco tempo prima, donava loro linfa vitale.
Accanto ai due personaggi principali delle pellicole, a sostenerli e consolarli, c’è sempre un fedele compagno di viaggio: una bambina timida e indifesa nel film di Chomet e il buffo cagnolino Uggie in quello di Hazanavicius, capace di stemperare l’atmosfera nei momenti melodrammatici.
In entrambi i casi, un mosaico di emozioni e sentimenti che arriva dritto al cuore e lascia tutti a bocca aperta.
Poche parole, tanta magia in The Artist.
E parecchia nostalgia “canaglia”, per un cinema, che ahimè, purtroppo non c’è più.

2 commenti:

Marco Goi (Cannibal Kid) ha detto...

direi molto positivo il ritorno nelle sale del film, anche perché prima l'avevano distribuito in un numero limitatissimo di copie. da me ad esempio non era manco arrivato...

come al solito poi quando un film vince l'oscar riceve accuse di essere ruffiano o fatto apposta per conquistare premi. sono il primo io ad averlo fatto con il discorso del re.
però questo the artist parte innanzitutto da un'idea geniale, e per quanto l'idea sia quella di omaggiare il passato è comunque una grandissima idea, e poi la realizzazione è anche molto toccante e allo stesso tempo simpatica. ad avercene di film come questo...

Kelvin ha detto...

A me di 'The Artist' è piaciuta soprattutto la sua 'universalità': una storia semplice, diretta, comprensibile a tutti, a ogni latitudine e in qualunque tempo. Questo film potremo rivederlo tra dieci, venti o cinquant'anni e non ci annoierà mai, regalandoci semprele stesse emozioni.

La figura di Dujardin è commovente, e la sua interpretazione ci fa capire che 'The Artist' non è solo un film 'nostalgico', ma anche molto attuale: la figura di un uomo che decide, caparbiamente e con grande coraggio, di restare se stesso e non 'svendersi' alle mode è molto attinente alla società di oggi, dove si è disposti a tutto pur di 'arrivare' e di 'farsi vedere', a qualunque costo.

In questo contesto, 'The Artist' è anche una bella lezione di vita.